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Medio Oriente

Siria-Libia, un valzer a Vienna

13 Mag 2016 - Michela Mercuri - Michela Mercuri

Mentre nella “Palmira liberata”, tra i resti della furia iconoclasta del califfato, l’orchestra del teatro Mariinski di San Pietroburgo suonava “la che musica dà vita”, nel campo profughi siriano di Kamouna, nella provincia settentrionale di Idlib, aleggiavano venti di morte, dopo un raid aereo che ha causato quasi 30 vittime tra i civili.

Immagine paradossale, ma che racchiude tutta la contraddittorietà di ciò che sta accadendo negli ultimi anni nel quadrante levantino e nordafricano. ̊Con questo pesante fardello sulle spalle i leader del Gruppo di sostegno internazionale alla Siria si recheranno a Vienna il 17 maggio per discutere, di nuovo, del futuro del paese, mentre un altro incontro sulla Libia è stato fissato per il giorno precedente. Così si cercherà di esperire l’ennesimo tentativo di trovare difficili soluzioni a situazioni oramai degenerate.

Libia, strani giochi di alleanze internazionali
In Libia, nonostante il recente insediamento del governo di concordia nazionale voluto e creato dall’Onu, continua a regnare il caos.

Mentre il premier Fayez al Serraj dal confino tripolino di Abu Sita si ostina, inascoltato, a lanciare appelli all’unità nel Paese, dall’est libico il generale Khalifa Haftar, armato e sostenuto da Egitto ed Emirati, avanza verso Sirte con l’obiettivo dichiarato di abbattere l’autoproclamatosi “Stato islamico” ma, in realtà, con la malcelata intenzione di assurgere al ruolo di attore indispensabile nella partita libica.

A fare da sfondo la frammentazione del paese, affatto risolta dall’arrivo di Serraj, ma anzi esacerbata dalla spaccatura in atto che rischia di risolversi in uno scontro fratricida tra est ed ovest, in cui il Califfato appare sempre più un mero epifenomeno.

Il quadro si fa ancora più a tinte fosche osservando gli strani giochi di alleanze degli attori internazionali. A iniziare dalla Francia che con un equilibrismo a dir poco funambolico, o se si preferisce appellandosi alla realpolitik, con una mano in sede Onu sostiene il governo unitario, mentre con l’altra continua a sostenere Tobruk, anche affiancando le milizie del generale con corpi di intelligence ancora presenti. Il tutto assieme a personale inglese e non solo, nella base di Benina.

Siria, tregua di facciata
Non va certamente meglio nella martoriata Siria. Qui nonostante la tregua entrata in vigore lo scorso 27 febbraio, la guerra tra le forze del regime e le variegate fazioni di ribelli continua pressoché indisturbata.

D’altra parte quegli stessi attori seduti al tavolo delle trattative, Stati Uniti e Russia in primis, se da un lato lanciano appelli per il rispetto del cessate il fuoco, prospettando una road map politica per la risoluzione del conflitto, una volta abbandonato il tavolo negoziale continuano a sostenere i due fronti opposti della guerra siriana.

In compagnia di altri attori regionali – Iran e Turchia solo per fare dei nomi – stanno tracciando, de facto, una partizione del Paese in zone di influenza.

Incognite
Davanti a questo scenario non è semplice far luce sui possibili risultati di questi vertici. Le informazioni che giungono sulle intenzioni delle diplomazie internazionali sono scarse. Un silenzio presumibilmente dovuto più ad assenza di idee e di linee politiche unitarie che ad una circostanziale “cautela diplomatica”.

I nodi da sciogliere restano però numerosi. In primo luogo, nel quadrante libico sarà necessario capire “cosa fare” di Haftar che appare sempre più una presenza obbligata.

L’ipotesi di una sua possibile inclusione nella partita sembra oramai realistica, ma nulla potrà essere fatto senza il riconoscimento, da parte del generale, del governo di unità nazionale e per questo sarà indispensabile una forte pressione sul presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, deus ex machina che muove i fili di Tobruk. Solo da questi presupposti sarà possibile procedere alla creazione di una guardia presidenziale libica, altro tema nell’agenda viennese.

Le incognite sul tavolo siriano sono ancora più complesse e ruotano intorno alla spinosa questione del ruolo dei curdi nel tavolo delle trattative, ipotesi sostenuta soprattutto dalla Russia ma osteggiata, per ovvi motivi, dalla Turchia e che rischia di creare una frattura insanabile a discapito di ogni soluzione politica.

Cosa aspettarsi dunque da Vienna? Seppure nella diversità delle due situazioni alcune ipotesi possono essere avanzate. In primo luogo qualunque soluzione diplomatica e politica senza una benché minima e preliminare pacificazione dei contesti operativi rischia di essere l’ennesimo buco nell’acqua.

In secondo luogo, e cosa forse più importante, nessuna opzione sarà davvero realizzabile fintanto che gli attori che siederanno al tavolo negoziale continueranno a mostrare la faccia presentabile in sede diplomatica, ma ad agire in ordine sparso nel perseguimento dei singoli interessi nazionali una volta sul terreno.

La storia libica e siriana degli ultimi anni ci dimostra, senza mezzi termini, che non c’è più spazio per la politica del minimo denominatore.

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