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Balcani

Serbia, tutti gli ostacoli nel sentiero per l’Ue

30 Mag 2016 - Giordano Merlicco - Giordano Merlicco

Confermato dalle recenti elezioni legislative, Aleksandar Vucic e il suo partito progressista si apprestano a formare un nuovo governo in Serbia. Tecnicamente, Vucic potrebbe guidare un esecutivo monocolore, ma questo poggerebbe su una maggioranza molto ristretta.

Del resto, considerando le scelte impopolari che attendono il governo – come i licenziamenti nel settore pubblico richiesti dal Fondo monetario internazionale -, si può ritenere che egli abbia tutto l’interesse a condividerne con altri la responsabilità.

Probabilmente molte dinamiche procederanno all’insegna della continuità, con la conferma della coalizione tra progressisti e i socialisti, magari con ulteriori aggiunte. All’insegna della continuità procederà anche la politica internazionale del Paese, a cominciare dal processo di integrazione nell’Ue.

L’ostruzionismo croato
Finché il processo di avvicinamento a Bruxelles sarà agevole, né Vucic né la Serbia avranno ragione di sottrarvisi. Il primo ostacolo verso Bruxelles è rappresentato dall’ostruzionismo croato. Per concedere il proprio consenso all’apertura del capitolo 23, Zagabria chiede a Belgrado di dare maggiore rappresentanza politica alla minoranza croata e, soprattutto, di modificare lo statuto del tribunale serbo per i crimini di guerra.

La normativa attuale permette infatti, almeno in linea di principio, al tribunale serbo di perseguire cittadini croati per crimini compiuti negli anni ‘90. Tuttavia, l’ostruzionismo croato non desta eccessiva preoccupazione a Belgrado. L’Ue e la Germania, che nei Balcani più che altrove ne è lo stato guida, desiderano aprire il processo negoziale con la Serbia ed è facile prevedere che le pressioni tedesche avranno ben presto la meglio sulle rimostranze croate.

La questione Kosovo
Sennonché, esistono altri fattori in grado di complicare i negoziati. L’adesione della Serbia all’Ue imporrà a Belgrado di riconoscere l’indipendenza del Kosovo. Non tutti paesi dell’Unione riconoscono Pristina come stato sovrano, ma gli organismi comunitari e la Germania hanno mostrato chiaramente la loro volontà in tal senso.

La strategia dell’Ue è stata finora volta a sviluppare i rapporti tra Belgrado e Pristina, sotto la supervisione di Bruxelles. L’Unione europea intende così spingere la Serbia ad accettare gradualmente il fatto compiuto, a procedere progressivamente verso un riconoscimento fattuale, che dovrebbe in futuro esser coronato da quello formale.

Sarà semmai da vedere se l’Ue agirà direttamente o collateralmente sulla diplomazia serba, mostrando intransigenza su altre questioni per far intendere l’antifona a Belgrado. Formalmente, il riconoscimento del Kosovo non è incluso tra i requisiti per l’adesione; periodicamente, però, in Serbia giungono messaggi espliciti. Pochi mesi fa, l’ambasciatore tedesco a Belgrado dichiarò che “al termine dei negoziati di adesione sarà siglato un accordo giuridicamente vincolante tra Serbia e Kosovo, per la completa normalizzazione delle loro relazioni”; una previsione che destò malumore nell’esecutivo serbo.

Recentemente, l’austriaca verde Ulrike Lunacek, relatrice sul Kosovo al Parlamento europeo, ha dichiarato che no, “il riconoscimento del Kosovo non è menzionato nei documenti ufficiali dell’Ue, né nei capitoli negoziali”, ma ha aggiunto che “non vi sarà l’adesione della Serbia all’Unione finché non verrà riconosciuta l’indipendenza di Pristina”.

Per Bruxelles, il capitolo 35 dei negoziati d’adesione, che riguarda appunto il Kosovo, non sostituisce il dialogo in corso tra Belgrado e Pristina, che si svolge sotto l’egida dell’Ue. Il capitolo 35 specifica poi che l’Unione potrà bloccare i negoziati in caso di mancati progressi nel dialogo tra Belgrado e Pristina.

L’Ue potrebbe dunque presentare il riconoscimento del Kosovo come uno sviluppo del dialogo tra Belgrado e Pristina e non direttamente come un requisito per l’adesione. Ciò fornirebbe il vantaggio di render meno aspro il compito al governo serbo e di limitare il danno d’immagine dell’Ue presso l’opinione pubblica serba.

I rapporti con Russia e Nato
C’è poi la questione dei rapporti con la Russia. Per interessi economici e politici come per legami storici, la Serbia vuole continuare ad aver buoni rapporti con Mosca. Resistendo a forti pressioni, Belgrado ha rifiutato di associarsi alle sanzioni di Stati Uniti e Unione europea contro la Russia ed è anzi interessata a migliorare l’accesso dei prodotti serbi sul mercato russo e degli altri paesi dell’Unione eurasiatica.

Fin qui, l’Ue ha mostrato disappunto per il buon andamento dei rapporti serbo-russi, ma a compimento dei negoziati di accesso si porrà la questione della completa adesione di Belgrado alla politica estera di Bruxelles. Per Belgrado non sarà una scelta facile, dato che, come ha affermato il presidente Nikolic, è difficile governare la Serbia senza aver buoni rapporti sia con l’Ue sia con la Russia.

C’è poi un altro ostacolo, connesso con i precedenti. L’adesione dei paesi dell’Europa orientale all’Ue è stata finora sempre preceduta, o accompagnata, dalla loro integrazione nella Nato. Per varie ragioni, l’allargamento dell’Alleanza atlantica alla Serbia non è all’ordine del giorno. Sarà fatta un’eccezione per Belgrado da questa sorta di regola non scritta, permettendole l’ingresso all’Ue indipendentemente da quello nella Nato?

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