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Il futuro della Libia

Se per caso vincesse Haftar

9 Mag 2016 - Giuseppe Cucchi - Giuseppe Cucchi

La recente riunione in cui Obama, Merkel, Cameron, Hollande e Renzi hanno discusso della situazione e dei futuri assetti del Mediterraneo è stata, almeno in apparenza, un grande successo della diplomazia italiana.

Innanzitutto perché eravamo presenti, al contrario di quanto è avvenuto altre volte. Poi perché, su sollecitazione del Presidente Obama, è passata la tesi italiana secondo cui le crisi in atto nel Mediterraneo e Medio Oriente hanno un’importanza pari a quelle che segnano il confronto con la Russia.

Infine perché, sul piano pratico, si è iniziato ad esaminare la possibilità di unificare le due azioni navali Nato in atto nel Mar Mediterraneo, estendendole all’intero bacino e modificandone la natura perché possano contribuire al contenimento della crescente marea di profughi diretti verso l’Europa. L’ipotesi è molto gradita all’Italia che, dopo la chiusura della rotta balcanica e nel moltiplicarsi di muri e divieti alle sue frontiere, teme di restare più o meno sola a fronteggiare l’esodo.

Per quel che riguarda la Libia è stato ribadito l’appoggio corale al Governo Sarraj, lodata la decisione delle Nazioni Unite di dislocare permanentemente a Tripoli il proprio inviato speciale, il tedesco Kobler, deploro il ritardo del Parlamento di Tobruk nel fornire pieno supporto al Governo di Unità Nazionale. Si è ribadito infine il ruolo di leadership assegnato all’Italia per ogni eventuale azione a sostegno di Sarraj e della stabilizzazione del paese.

Tra il dire e il fare…
Tutto bene, almeno sulla carta, posto che si accettino senza verifica alcuna le dichiarazioni ufficiali. Se invece si prova ad approfondire, ci si accorge di come in realtà dietro all’accordo di facciata si celino realtà molto diverse e negative.

Non tutti desiderano realmente che la Libia recuperi l’unità perduta, né condividono pienamente l’operazione politica delle Nazioni Unite, per cui l’Italia si sta spendendo con grande coerenza politica e che anche gli Stati Uniti hanno infine fatto propria.

Molti puntano invece su un’altra delle possibili ipotesi, vale a dire quella di una Cirenaica e di una Tripolitania sovrane, divise e indipendenti, sancendo la fine di quello stato unitario libico che l’Italia aveva creato durante il periodo coloniale e che i Senussi prima e Gheddafi poi erano riusciti a preservare.

Questa soluzione non dispiacerebbe né alla Francia né alla Gran Bretagna che, per ragioni diverse, non hanno mai completamente accettato prima la presenza dell’Italia in Libia, poi l’influenza politica che esercitavamo nell’area.

In questa epoca di rinazionalizzazione delle politiche estere delle medie potenze europee, ed in particolare di quelle che ancora rimasticano brandelli di politiche imperiali in terra africana, sembra tornare ai tempi andati in cui la Gran Bretagna contrabbandava dal Cairo armi per i ribelli di Omar Ben Moktar o a quando, dopo il secondo conflitto mondiale, il Generale Leclerc, carismatico chef de guerre della Francia Libera, tramava per sottrarre il Fezzan alla Libia a beneficio del Ciad. Un tentativo in cui finì col perdere la vita in un incidente aereo molto simile a quello che subì il Presidente dell’Eni, Mattei. Ed anche li c’era il petrolio di mezzo.

Pur non osando contrastare ufficialmente la linea favorevole al mantenimento dell’unità del paese, Londra e Parigi stanno da tempo sostenendo con vigore ed efficacia il Generale Khalifa Haftar ed il Parlamento di Tobruk che esercitano in questo momento una sovranità di fatto su più di un terzo del paese e si stanno progressivamente evidenziando come il maggiore ostacolo politico sulla strada dell’unità libica.

Nel far questo le medie potenze europee si associano a quella parte del mondo arabo, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che sostiene l’Egitto nel suo tentativo di crearsi uno stato satellite in una Cirenaica ricca di petrolio e destinata, al termine della traiettoria, ad essere controllata da Haftar e dai suoi pretoriani per conto del Cairo .

Truppe speciali ed istruttori francesi ed inglesi sono presenti da tempo in questa parte del paese, mentre il Generale di Tobruk riceve un ininterrotto flusso di armamenti che dovrebbe, almeno nelle intenzioni dei suoi sponsor, metterlo in condizioni di marciare contro le roccaforti del’Isis e di acquisire saldamente il controllo della cosiddetta “mezzaluna petrolifera”.

Vecchi riflessi e nuovi problemi
A ben guardare, la politica franco/inglese appare come la lineare continuazione dell’azione iniziata allorché i due paesi attaccarono Gheddafi, mascherando sotto giustificazioni di carattere umanitario la loro ambizione di giocare un ruolo predominante nel futuro del paese.

Se li si lascia fare, come sta ora avvenendo, la Libia appare destinata a cessare di esistere, andando incontro ad una spartizione. Si tratta di una soluzione che non è certo nell’interesse di un paese che ha vissuto unito per più di cento anni – cioè più o meno quanto la Finlandia e molto, molto di più di quanto sia successo ai baltici nel corso della loro intera storia – sviluppando un solido embrione di identità nazionale che tuttavia alcuni, per motivi interessati, stentano a riconoscere.

Oltre a danneggiare la Libia, una soluzione del contenzioso che non sia quella unitaria danneggerebbe anche l’Italia. Saremmo perdenti in primo luogo per come ci siamo spesi in favore di una riconciliazione nazionale e del governo Sarraj, giungendo ad accettare ufficialmente un ruolo guida per l’eventuale ricostruzione del paese.

In secondo luogo per una perdita rovinosa di influenza, che ci vedrebbe totalmente esclusi dalla Cirenaica e ridotti ad una presenza difficile in una Tripolitania molto frazionata e con i confini ancora tutti da definire, soprattutto se Haftar avrà successo nell’impadronirsi dei territori attualmente controllati dall’Isis.

Attuare una strategia vincente
Sun Tzu scrive che un buon generale non combatte mai le battaglie perse in partenza e certo l’Italia non può schierarsi apertamente e da sola contro Francia, Gran Bretagna e la metà che più conta del mondo arabo. Passando da Sun Tzu a Macchiavelli , non è questo il tempo di farsi lupi, ma piuttosto quello di farsi volpi, adottando una strategia simile a quella che scegliemmo allorché Gheddafi venne attaccato.

Allora ci unimmo alla guerra, ma nel fare ciò coinvolgemmo la Nato, internazionalizzando in tal modo al massimo il conflitto, coinvolgendo direttamente gli Stati Uniti e distruggendo quindi tutte le speranze di gestione autonoma della operazione e dei suoi esiti che potessero all’epoca nutrire Londra e Parigi. Adesso siamo più o meno nelle medesime condizioni , ed una riedizione efficace della stessa tattica appare per lo meno possibile , sia pure con molti punti interrogativi.

Gli Stati Uniti non amano l’idea di una spartizione della Libia. Il Presidente Obama ha chiaramente preso posizione a riguardo e c’ è da sperare che il suo successore, chiunque esso sia, non decida di intraprendere una strada diversa nei primi mesi del suo mandato.

La Merkel è del medesimo parere. La divisione in due del paese danneggerebbe anche Berlino sul piano dell’immagine, e questo è un lusso che la Cancelliera, in calo di consensi, non si può permettere.

Ci sono poi le Nazioni Unite, che non vogliono il fallimento del loro tentativo di mediazione fra Tripoli e Tobruk, né assistere alla violazione del sacrosanto principio per cui le frontiere non debbono essere cambiate con la forza, unilateralmente. In tale ambito un ruolo di particolare efficacia potrebbe essere giocato dalla tradizionale riluttanza della Cina ad accettare simili operazioni.

Esiste quindi ancora ampio spazio per muoversi, ma gli eventi in corso dicono che bisognerà farlo in fretta. Sarebbe anche il momento dell’Unione europea che, almeno in teoria, disporrebbe di tutti gli strumenti necessari per condurre un’operazione così multiforme.

Tutti tranne uno: quella politica estera e di sicurezza comune di cui sempre più si sente la mancanza e la cui assenza permette lo scatenarsi del revival di nostalgie di potenza ottocentesche cui assistiamo in questo momento in Libia e che probabilmente, magari in altri cieli ed in occasioni diverse, continuerà ad inquinare i nostri orizzonti anche negli anni a venire.

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