IAI
Immigrazione

Ricetta italiana contro le banlieue

12 Mag 2016 - Roberto Volpi - Roberto Volpi

C’è un modello italiano che ha fino ad ora scongiurato il fenomeno delle banlieue intrise di odio come a Parigi, o le Molenbeek della separatezza islamista come a Bruxelles. Si chiama immigrazione diffusa, un fenomeno che ha evitato che gli stranieri si concentrassero in enclave, spargendosi piuttosto sul territorio.

Gli stranieri tra i mille campanili d’Italia
Nel censimento del 2001 l’Italia contava poco più di 1,3 milioni di stranieri regolarmente residenti entro i suoi confini. Tutt’altra cosa rispetto agli oltre 5 milioni di oggi. Gli stranieri approdati in Italia non si sono addensati pesantemente attorno a tappe e mete definite, prefissate e al tempo stesso limitate, ma piuttosto dispersi tra le tante, le mille mete possibili, tra i mille campanili d’Italia.

Una prima indicazione in questo senso si ricava dal numero di stranieri per 100 abitanti residenti nelle grandi ripartizioni geografiche italiane.

In tutto il Centro-Nord, ovvero in 40 dei quasi 61 milioni di abitanti che conta l’Italia, il numero degli stranieri nella popolazione è compreso tra 10,6 stranieri per 100 abitanti al Centro e poco più di 10,7 nel Nord-Est.

Nelle regioni del Centro-Nord si oscilla tra valori minimi attorno a 9 stranieri residenti ogni 100 abitanti di Liguria, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia (le regioni più periferiche) e massimi di 12,1 dell’Emilia-Romagna e 11,5 della Lombardia.

Brescia, meta preferita dagli stranieri
L’immigrazione – è risaputo – si concentra particolarmente nelle grandi città. Sono 45 le città italiane con più di 100 mila abitanti: rappresentano il 23,4 per cento della popolazione italiana e ospitano il 32,1 per cento degli stranieri residenti in Italia.

Deve far riflettere che nelle grandi città con quasi un quarto della popolazione italiana non ci sia neppure un terzo degli immigrati residenti. Ancor più se si pensa che l’anima della graduatoria delle città con la più alta percentuale di stranieri sono proprio le città di 100-200 mila abitanti.

Al primo posto troviamo infatti Brescia col 18,6% di stranieri residenti, al terzo posto Prato (17,9%). Dopo Milano (18,6%), al secondo posto, per trovare una città di almeno 300 mila abitanti occorre scendere fino all’11° posizione, occupata da Torino (15,4%), seguita da Firenze (15,2%) e Bologna (15%).

Tra la 4° e la 10° posizione troviamo Piacenza, Reggio-Emilia, Vicenza, Bergamo, Padova, Parma e Modena. Dopo il terzetto composto da Torino, Firenze e Bologna, abbiamo ancora altre città della provincia italiana del Centro-Nord. Roma è soltanto 18°, addirittura 27° Genova.

La caratteristica diffusiva del modo italiano di incorporare l’immigrazione si conferma passando alle medio-piccole città italiane di 50-100 mila abitanti.

Nella tavola 1 si sono prese in considerazione solo le città del Centro-Nord, dove gli indicatori dell’immigrazione sono più alti. E si vede come passando dalle città grandi e medio grandi a città più piccole di 50-100 mila abitanti si registra soltanto una debole contrazione della percentuale degli stranieri residenti.

Meno rischio di enclave e ghetti
Analizzare la distribuzione degli stranieri all’interno delle città di Milano, Torino e Roma aiuta a fare comprende perché l’Italia è meno esposta al fenomeno della ghettizzazione.

La scelta di queste tre sole città è praticamente obbligata in quanto, per aversi una forte problematicità/pericolosità sociale legata all’addensamento eccessivo dell’immigrazione, occorre che (1) il tasso di residenti stranieri sia almeno relativamente elevato e (2) le città particolarmente grandi.

A Roma la massima percentuale di immigrati si ha nel centro storico, e si tratta di immigrati dai paesi ricchi occidentali. Il 20 per cento di immigrati non si riscontra, invece, in alcun altro municipio romano.

A Milano la percentuale di stranieri supera il 20% nella zona 2 (28,1%) e nella zona 9 (23,2%), mentre a Torino la percentuale del 20% è superata nella circoscrizione 6 (23,2%) e nella circoscrizione 7 (21,4%). A Milano con la sola, peraltro blanda, eccezione degli stranieri filippini della zona 2, nessuna nazionalità vanta un numero di residenti che supera il 5% della popolazione delle zone.

A Torino è mediamente più forte la provenienza africana, che nella circoscrizione 6 arriva nel suo complesso all’8-9% della popolazione, ma dove la componente principale, quella che viene dal Marocco, è pari al 5% degli abitanti della zona.

In sostanza, l’analisi delle nazionalità degli stranieri nelle aree a maggior rischio delle grandi città italiane a più alta concentrazione di stranieri conferma che il carattere diffusivo dell’immigrazione in Italia spinge anche nel senso di differenziare le nazionalità degli stranieri internamente a queste aree, evitando quell’effetto enclave, e di estraniazione dal contesto urbano, che cela i maggiori rischi di pericolosità dell’immigrazione nelle aree urbane.

Sono proprio gli assetti economico-produttivi dell’Italia, la struttura e la localizzazione delle sue attività, aziende, imprese, vocazioni imprenditoriali a funzionare da elemento equilibratore di un’immigrazione che non si agglutina ma piuttosto si sul territorio, tra comuni e città, in qualche modo stemperandosi e meglio prestandosi all’integrazione.