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Disarmo

Obama a Hiroshima, pellegrinaggio senza scuse

23 Mag 2016 - Carlo Trezza - Carlo Trezza

Obama in Giappone, per il G7, ma non solo. Nella sua agenda, quella che spicca è la visita a Hiroshima, una delle tappe più importanti del percorso da lui intrapreso sulla questione delle armi nucleari.

L’obiettivo dichiarato di giungere a un mondo privo di armi atomiche costituì una priorità sin dai tempi della sua campagna elettorale e trovò forti sostegni politici sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo.

Basti ricordare la lettera al Wall Street Journal in cui quattro eminenti ex ministri degli esteri e difesa e senatori, due democratici e due repubblicani (Nunn, Perry, Kissinger e Schultz) si schierarono a favore di tale principio già prima dell’insediamento di Obama. Seguirono analoghi sostegni da parte di personalità di spicco dei principali paesi europei, Italia compresa (D’Alema, Calogero, Fini, La Malfa, Parisi).

Verso passi concreti
Da slogan elettorale, il concetto di un mondo privo dell’atomica si tradusse in programma di Governo in occasione dello storico discorso tenuto dal Presidente al Castello di Praga nell’aprile 2009.

Tra i vari punti enunciati figuravano passi concreti quali la ratifica americana del trattato che proibisce gli esperimenti nucleari, Ctbt, la messa al bando della produzione del materiale per le bombe nucleari, Fmct, un nuovo trattato per ridurre le testate nucleari russe e americane, la creazione di una banca internazionale del combustibile per le centrali nucleari, l’apertura al dialogo sul nucleare iraniano, il rafforzamento del trattato di non proliferazione e della sicurezza nucleare. A gran parte di questo programma è stato dato un seguito.

La sicurezza nucleare si è rafforzata nel quadro di quattro vertici celebrati al massimo livello, il Trattato Nuovo Start ha condotto a ulteriori riduzioni di testate russe e americane, la Conferenza del Tnp del 2010 è stata un successo, il programma nucleare iraniano è stato congelato.

Resistenze al disarmo
Rimangono tuttavia incompiuti alcuni impegni importanti. La ratifica americana del Ctbt non ha nessuna possibilità di essere approvata, prima del termine del mandato presidenziale, da un Congresso ostile al Presidente. L’avvio di un negoziato Fmct rimane tuttora bloccato alla Conferenza del Disarmo di Ginevra.

La questione nucleare coreana si è incancrenita. Per ottenere l’assenso del Senato alla ratifica Nuovo Start, Obama ha dovuto pagare un alto prezzo proprio in termini di aumento delle risorse dedicate all’ammodernamento dell’arsenale nucleare americano.

Tra gli impegni di Praga più direttamente collegati con la imminente visita a Hiroshima, figura quello di “ricercare la pace e la sicurezza di un mondo privo di armi nucleari” e la “riduzione del ruolo delle armi nucleari nella strategia di sicurezza americana”. Si tratta di impegni nei quali egli può legittimamente rivendicare alcuni passi in avanti: ad esempio la riduzione dei casi in cui l’America risponderebbe con l’arma nucleare qualora subisse un attacco. Molto spesso Obama si è trovato solo a promuovere queste campagne.

Le responsabilità morali di agire, ieri e oggi
Ma il collegamento più forte con la visita a Hiroshima è il passaggio del programma enunciato a Praga in cui si afferma che, come unico paese nucleare ad aver impiegato le armi nucleari, gli Stati Uniti hanno la responsabilità morale di agire(“as the only nuclear power to have used a nuclear weapon, the United States has a moral responsibility to act”). Non vi sono precedenti di dichiarazioni simili di alcun titolare della Casa Bianca, né si è trattato di un gesto di mera circostanza.

Al discorso è infatti seguito un crescendo di attenzioni verso la questione dei bombardamenti delle due città giapponesi e verso le loro commemorazioni annuali che non poteva che essere pilotato dalla Casa Bianca e che culmina ora con questa storica e coraggiosa visita presidenziale.

È stato già preannunciato che non si tratterà di un “mea culpa”, né sono prevedibili gesti paragonabili all’inginocchiamento di Willy Brandt di fronte al ghetto di Varsavia. Occorrerà seguire comunque con attenzione la sostanza e la gestualità dell’evento per poter trarne delle conclusioni. Si riaprirà in ogni caso il dibattito sulle passate responsabilità e sulla necessità, come si sostiene nella storiografia ufficiale, di distruggere le due città al fine di accelerare la conclusione del secondo conflitto mondiale.

Chiunque si rechi a visitare le due città distrutte non può in buona fede disconoscere la legittimità del concetto, attualmente fortemente dibattuto e spesso contestato dalle potenze nucleari, delle “conseguenze catastrofiche dell’uso dell’ arma nucleare”.

L’anno scorso non è andato in porto il tentativo di far convergere verso Hiroshima o Nagasaki i massimi leader politici e spirituali in occasione del settantesimo anniversario dei bombardamenti. Il fatto che tale pellegrinaggio venga fatto ora individualmente dal Capo di Stato della maggiore potenza nucleare assume dunque un alto rilievo simbolico e apre la strada a una maggiore presa di coscienza della drammatica questione dell’arma atomica, soprattutto da parte dei maggiori dirigenti internazionali.

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