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Bielorussia

Lukashenko a Roma per Bergoglio

20 Mag 2016 - Daniele Fattibene - Daniele Fattibene

Una prima internazionale. Così si può definire la visita del Presidente bielorusso Lukashenko a Roma. Quella del 20 maggio infatti, è la prima visita del leader in un Paese dell’Unione europea, Ue, dopo la decisione da parte del Consiglio dell’Ue di non prolungare le misure restrittive nei confronti di 170 persone e tre industrie bielorusse (Beltech Export, Beltech Holding e la Spetspribor service).

La revoca è stata favorita sia dal rilascio di tutti i prigionieri politici sia dal fatto che le ultime elezioni presidenziali si siano tenute in assenza di violenze come quelle registrate nel 2010. La visita di Lukashenko non mira però soltanto a lanciare un messaggio di apertura verso i partner europei, ma soprattutto a costruire un potenziale asse Est-Ovest tra Minsk e il Vaticano.

Ridurre la dipendenza da Mosca
Negli ultimi due anni Lukashenko ha lavorato per rafforzare la sua leadership interna, presentandosi come garante della pace e della stabilità in Europa orientale, ospitando tanto gli accordi di Minsk, quanto i gruppi di lavoro del “Gruppo di contatto trilaterale” per il Donbass.

Il rafforzamento della posizione interna è passato anche da una serie di iniziative volte a ridurre la dipendenza da Mosca sia sul piano politico che economico. Lukashenko si è opposto non solo al piano per ospitare una base aerea russa a Bobrujsk, ma ha anche tentato di diversificare il sistema economico del suo Paese troppo legato a quello russo.

Il crollo del prezzo del greggio ha danneggiato le raffinerie nazionali (l’Italia tra l’altro è risultata il maggiore importatore di prodotti petroliferi dalla Bielorussia tra il 2013 e il 2014) mentre il mix di sanzioni Ue e contro-sanzioni russe ha prodotto ingenti perdite. Per questo motivo il Paese sta puntando a diventare un importante hub europeo degli investimenti cinesi (si parla di circa 16 miliardi di dollari in infrastrutture) lungo la nuova “Via della seta”.

In quest’ottica la revoca delle sanzioni dovrebbe inoltre consentire alla Bielorussia di avere accesso agli aiuti europei, migliorare il livello di attrattiva verso gli investitori stranieri e infine ottenere il programma di assistenza da tre miliardi del Fondo Monetario Internazionale, Fmi. È evidente che il tentativo di usare i successi in politica estera serva però a mascherare i problemi interni (il Pil è crollato del 3.9 per cento nel 2015 e il reddito mensile si è quasi dimezzato dal 2013) per evitare il dissenso interno.

Ponte tra Chiese
In realtà molti analisti bielorussi ritengono che il vero obiettivo della visita di Lukashenko a Roma non si troverebbe al Quirinale o a Palazzo Chigi, bensì in Vaticano.

Dopo la visita a Minsk del Segretario di Stato del Vaticano Pietro Parolin nel 2015, le autorità religiose e politiche bielorusse hanno invitato Papa Francesco a recarsi in Bielorussia. Se ciò avvenisse, la visita di Lukashenko si inserirebbe perfettamente nel disegno politico di rafforzamento interno tramite i successi sul piano internazionale.

Sulla scorta dell’incontro storico tra Papa Francesco e il Patriarca della Chiesa Ortodossa russa Kirill, avvenuto a Cuba lo scorso febbraio, il Vaticano potrebbe addirittura diventare un mediatore nei rapporti tra Bruxelles e Minsk.

Del resto già in passato la Santa Sede ha permesso di superare gli attriti tra Minsk e Bruxelles come dimostrato dalla concessione fatta nel 2013 a Anatoly Rubinov – Presidente della Camera Alta del Parlamento bielorusso e all’epoca soggetto alle restrizioni europee – a cui fu concesso il permesso di rappresentare la delegazione bielorussa alla cerimonia di insediamento del nuovo Pontefice.

Rischi di una politica troppo accomodante
La revoca delle sanzioni è un chiaro segnale di cambiamento di strategia da parte dell’Ue. Essa deriva probabilmente dall’insoddisfazione verso gli scarsi risultati prodotti e dall’aver sfavorito la posizione dell’Ue nel Paese a favore invece del Cremlino.

Una posizione troppo accomodante rischia però di non produrre alcun risultato concreto sul piano dei diritti umani e della democrazia bielorussa. Non bisogna dimenticare infatti che il rilascio dei prigionieri politici è avvenuto solo dopo la scadenza utile per registrarsi come candidati alle elezioni parlamentari del prossimo settembre. Inoltre, il report dell’Ufficio per le Istituzioni democratiche e i diritti umani (Odihr) dell’Osce contiene ampie critiche nei confronti del modo in cui si è svolto il voto presidenziale del 2015.

C’è quindi il rischio concreto che l’Ue perda una leva fondamentale e che il regime continui semplicemente con una moderata politica di repressione, lanciando contemporaneamente messaggi di cooperazione per esempio attuando alcune delle raccomandazioni dell’Odihr per modificare la legge elettorale.

L’atteggiamento apparentemente anti-Cremlino di Lukashenko non è inoltre frutto di un desiderio genuino di integrarsi con le strutture europee, quanto piuttosto di un preciso calcolo politico che non garantisce l’indipendenza del Paese dall’ingerenza di Mosca.

Il pragmatismo non dovrebbe portare a un abbassamento del livello di aspettative nei confronti della Bielorussia. L’Ue potrebbe al contrario sfruttare questa finestra di opportunità per aumentare la sua visibilità nel Paese, per esempio attraverso un rafforzamento dei programmi di scambio culturali, ma anche un alleggerimento delle procedure per l’ottenimento del visto da parte dei cittadini bielorussi.

In un’Europa minacciata da sempre nuovi muri, l’apertura delle frontiere potrebbe essere lo strumento più efficace per far sì che l’avvicinamento di Minsk sia duraturo e non solo dettato dal mero calcolo politico del momento.

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