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Medio Oriente

Il petrolio e il trono saudita

11 Mag 2016 - Eleonora Ardemagni - Eleonora Ardemagni

Diversificazione economica e riallineamenti dinastici: la partita per la successione al trono dell’Arabia Saudita si gioca soprattutto sull’economia post-oil.

Il rimpasto di governo, in cui spicca la nomina del nuovo ministro del petrolio Khalid al-Falih, ha l’obiettivo di accompagnare l’attuazione delle ambiziose riforme economiche tratteggiate dal vice principe ereditario e ministro della difesa Mohammed bin Salman (e dai suoi consulenti anglo-americani).

La parola d’ordine è diversificazione economica, come delineato dal “Piano di Trasformazione Nazionale” (dicembre 2015) e dalla recente “Vision for 2030” (aprile 2016). Il fine è l’autonomizzazione graduale dalla rendita da idrocarburi.

La caduta del prezzo del petrolio (e la stessa politica petrolifera promossa da Riyadh contro i competitor Iran e Stati Uniti) mette sotto pressione le tradizionali geometrie stato-società del regno.

Così, il percorso di transizione economica diviene un’esigenza anche per i sauditi: mentre Qatar ed Emirati Arabi lo hanno già avviato da tempo, le entrate di Riyadh dipendono ancora per il 90% da risorse naturali.

Decostruire per ricostruire insomma, ma fra molte incognite interne e geopolitiche: governance sarà la parola-chiave, poiché tutto dipenderà da come verrà gestita la trasformazione della struttura economica saudita e fino a che punto le riforme andranno a incidere nel tessuto sociale. Perché se per Mohammed bin Salman c’è in palio il trono di domani, l’Arabia Saudita si gioca molto di più.

Cambio al ministero del petrolio
Ali al-Naimi, ministro saudita del petrolio dal 1995, è stato sostituito da Khalid al-Falih, che lascia l’incarico di ministro della sanità. Laureato in ingegneria meccanica in Texas, al-Falih è un uomo di punta della Saudi Aramco, la compagnia petrolifera nazionale, da oltre trent’anni ed è considerato tra i più stretti consiglieri del vice principe ereditario.

Le crescenti divergenze strategiche tra Mohammed bin Salman e l’ex ministro erano emerse anche nel corso dell’ultima riunione Opec di Doha. Staffetta anche alla banca centrale saudita, dove il vice governatore Ahmed al-Kholifey prende il posto di Fahd al-Mubarak.

Il cambio al ministero del petrolio fornisce almeno tre indizi. Innanzitutto, Mohammed bin Salman vuole accentrare su di sé il coordinamento dei dossier economici, mediante la creazione di un proprio circolo di fidatissimi. Il ricambio in posti-chiave del mosaico saudita dovrebbe così favorire l’attuazione delle riforme annunciate, che dovranno comunque affrontare la resistenza di nicchie consolidate di potere nonché di gruppi d’interesse.

L’ingresso di al-Falih è anche l’occasione per rimodellare un ministero essenziale come quello del petrolio, che ora includerà anche industria, risorse minerarie ed elettricità, come nell’aggiornata denominazione del dicastero.

Il riferimento al nuovo corso economico è lampante: l’energia non dovrà più essere ˊfulcroˋ (rendita diretta) ma ˊvettoreˋ (es. fondi sovrani, investimenti nel settore industriale e terziario) della crescita e del benessere sociale, provando a mantenere inalterato lo status quo politico.

Yemen, il pantano saudita
Dopo l’ascesa al trono del padre, il re Salman, l’enigmatico principe Mohammed bin Salman aveva puntato tutto sull’immagine del ˊcomandante in capoˋ: regista della controversa guerra in Yemen contro i miliziani sciiti e ispiratore di ˊfumoseˋ alleanze contro il terrorismo (in aperta competizione con il cugino Mohammed bin Nayef, primo erede designato e ministro degli interni).

Adesso, il 30enne candidato al trono coltiva invece l’aura del ˊmodernizzatoreˋ, presentandosi come l’uomo che porterà l’Arabia Saudita nel mondo di domani. La rendita petrolifera si è contratta, ma le spese militari continuano a crescere (specie l’import di armi): la guerra in Yemen, popolare in patria, impopolare fuori, è divenuta il ˊpantano sauditaˋ.

Alcuni osservatori si interrogano, data la politica estera militarmente assertiva intrapresa da Riyadh, sul legame che si potrebbe instaurare fra diversificazione economica e sviluppo di un’industria militare indigena (cui serve però un know-how ora carente). Di certo, l’attenzione mediatica si è già spostata dai rovesci geopolitici alle riforme economiche.

Sobrietà, non austerità, economica
L’effetto delle riforme economiche dell’Arabia Saudita influenzerà, in positivo o in negativo, la stabilità regionale: per esempio, Bahrein, Giordania ed Egitto dipendono fortemente dagli aiuti economici e militari di Riyadh. Chi scrive non riesce a utilizzare la parola “austerity” per definire il nuovo corso saudita e delle monarchie del Golfo, poiché il termine è troppo legato alla vicenda europea e greca in particolare.

Senza dubbio, un’era di “sobrietà economica” si è però aperta per i sauditi: taglio dei sussidi, licenziamenti (la Bin Laden costruzioni ha annunciato 50mila esuberi, non solo indiani e filippini ma anche sauditi) e introduzione dell’Iva al 5% entro il 2018, esclusi alimentari, sanità ed educazione.

Gestire la transizione economica nel mezzo di una transizione generazionale sarà una sfida enorme: il tradizionale patto sociale “assenza di tassazione-assenza di rappresentazione” dovrà essere rimodulato, ma non potrà subire cambiamenti radicali.

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