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Immigrazione

Germania, rifugiati … nel posto sbagliato

8 Mag 2016 - Eugenio Salvati - Eugenio Salvati

L’onda d’urto dei flussi migratori che per anni ha scosso quasi esclusivamente i paesi della sponda nord del Mediterraneo arriva a farsi sentire nel cuore dell’Unione europea, Ue, in primis in Germania, ossia il paese Ue che ha ricevuto il maggior numero di richieste di asilo nel 2015.

Quasi 120 mila. Oltre alla ovvia questione numerica, il tema che ha più colpito l’opinione pubblica tedesca e gli osservatori è la politica di apertura e accoglienza promossa da Angela Merkel; una scelta che ha procurato non pochi problemi politici alla Cancelliera. Appare perciò interessante capire come Berlino stia gestendo tale flusso e quali caratteristiche abbia il collocamento dei rifugiati nel paese.

Crescita dell’intolleranza tedesca
L’interessante mappatura costruita dalla rivista The Economist riguardo alla collocazione dei migranti in Germania, fornisce utili spunti di riflessione sul modo in cui il governo tedesco ha deciso di gestire organizzativamente l’accoglienza.

Secondo l’indice costruito dall’Economist (che è il prodotto dell’incrocio tra le variabili inerenti la disponibilità di alloggi nel paese, le opportunità di occupazione e le garanzie per la sicurezza degli stessi migranti) le aree che meglio potrebbero rispondere all’accoglienza dei rifugiati sono disperse lungo tutto il territorio tedesco, senza un punto di particolare concentrazione.

L’elemento che le accomuna è piuttosto la distanza dalle grandi città, con queste ultime che non rappresenterebbero i luoghi ideali di collocazione secondo i parametri di tale mappatura.

La distribuzione nei Lander tedeschi non segue però questo ipotetico indice di miglior collocazione, quanto piuttosto il tentativo di evitare la possibile sedentarizzazione di questi immigrati.

I dati ci dicono che il governo non opta per il collocamento in zone dove ci sono molte abitazioni disponibili o maggiore necessità di forza lavoro. Il criterio dominante sembra essere quello della distribuzione nei grossi centri urbani, utilizzando come parametri la grandezza delle città e la loro ricchezza. Ad esempio Berlino, nel corso del 2015, ha accolto quasi il 5% del totale dei rifugiati arrivati in Germania.

Un altro elemento che può concorrere alla decisione di dove ricollocare i rifugiati è la variabile dell’ostilità nei confronti dei migranti, che la carta dell’Economist misura con gli attacchi sferrati contro i centri di accoglienza e con episodi manifesti di intolleranza.

Nella mappa il punto di maggior tensione è la Sassonia, non casualmente un Land dell’est e una delle regioni con il più alto tasso di disoccupazione e il minor numero di investimenti.

Osservando la mappa vediamo come invece proprio in Sassonia, il governo abbia provveduto a un ricollocamento di rifugiati, non elevato in termini assoluti (in un range tra i 500 e i 999) ma sufficiente a rafforzare una certa ostilità già diffusa tra i cittadini.

Ciò conferma quanto nelle zone in cui maggiori sono le difficoltà socio-economiche, maggiore è la difficoltà ad accettare la presenza di immigrati, visti in particolare come “concorrenti” nel mercato del lavoro e nell’accesso ai servizi di welfare.

Esigenze di manodopera
Il grande afflusso di migranti economici e di richiedenti asilo verso la Germania è dovuto al fatto che quella tedesca è l’economia più forte e sviluppata del continente ed è un paese con una lunga tradizione di immigrazione economica, sia di provenienza europea che extra europea.

Nonostante la profonda crisi che ha colpito il continente a partire dal 2008, la Germania è riuscita a non scivolare nella stagnazione e si è imposta come la locomotiva economica del continente, ricominciando ad attrarre ingenti flussi di immigrati dal Sud Europa. Al momento il Paese sembra avere un notevole bisogno di manodopera non specializzata per la propria economica, un bisogno che dovrebbe crescere nei prossimi anni.

In quest’ottica, l’immigrazione sembra essere la sola risposta plausibile rispetto alle necessità del comparto produttivo: lo snodo centrale sarà capire quanta parte di questa immigrazione avrà la possibilità di integrarsi a lungo termine nel tessuto socio-economico del Paese e quanta parte sarà invece considerata come immigrazione temporanea (spesso, ma non solo, legata anche a lavori stagionali); in questo secondo caso seguendo quella che è una linea consolidata nella politica migratoria tedesca.

Meno welfare per i residenti non tedeschi
Il tema dell’accoglienza e dell’integrazione degli immigrati non riguarda solo i rifugiati provenienti dai Paesi extraeuropei, ma come detto anche i cittadini comunitari. È di pochi giorni fa l’ipotesi avanzata dal ministro del lavoro e degli affari sociali, la socialdemocratica Andrea Nahles, di presentare una proposta di legge per impedire che i residenti non tedeschi beneficino del pacchetto di ammortizzatori sociali Hartz IV (ossia sussidio di disoccupazione e assegni sociali) fino a che non abbiano maturato i diritti all’assicurazione sociale (acquisibili solo dopo cinque anni di lavoro nel Paese).

Questo provvedimento è molto simile a quello previsto nel Regno Unito – e che è stato oggetto della recente contrattazione con l’Ue per scongiurare la Brexit – e di fatto mette un altro freno al processo d’integrazione, favorendo il ritorno al concetto di cittadinanza come requisito fondamentale per accedere ai servizi offerti dello stato.

Questa scelta è uno dei vari elementi che sembrano indicare l’inizio di un processo disgregativo rispetto alle conquiste prodotte dal processo di integrazione europea negli ultimi decenni. In questo modo è evidente che la Germania, come ha fatto la Gran Bretagna, voglia scoraggiare forme di trasferimento economico e lavorativo di lungo periodo e soprattutto voglia ostacolare l’accesso al welfare per chi non è cittadino tedesco.

Queste scelte sono il frutto della pressione esercitata dai partiti euroscettici ed anti-immigrazione che costringono sempre più sulla difensiva i governi europei.

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