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Economia

G7 quarant’anni dopo: ha ancora senso?

26 Mag 2016 - Simone Romano - Simone Romano

Mentre a Ise-Shima, in Giappone, si riuniscono i capi di Stato e di governo del Gruppo dei 7, meglio conosciuto come G7, formato da Canada, Francia, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti, è lecito interrogarsi su quale ruolo possa avere oggi questa formazione in un contesto globale negli ultimi quarant’anni fortemente mutato.

Nato ufficialmente nel 1975 come vertice informale tra i rappresentanti delle sei economie più avanzate del mondo (il Canada sarebbe stato incluso l’anno successivo), sotto la presidenza giapponese il G7 giunge al suo 42esimo incontro.

Economie emergenti e G20
Quando nel 1975 Giscard d’Estaing invitò in Francia i leader di Giappone, Italia, Germania Ovest, Regno Unito e Stati Uniti per un incontro informale in cui discutere le questioni di interesse mondiale, i sei paesi rappresentavano da soli più del 50% del Prodotto interno lordo (Pil) mondiale. Oggi, tale percentuale è scesa intorno al 35-40%. Questo dato è indicativo di come gli equilibri economici siano mutati radicalmente a livello globale.

Il ridimensionamento delle economie europee e l’ascesa delle economie emergenti e dei paesi in via di sviluppo ha minato in modo decisivo la rappresentatività del Gruppo dei 7. Altri due fattori hanno contribuito in tal senso: l’istituzione del G20 e la scelta di escludere la Russia da quello che era diventato il G8.

Il G6 – divenuto formalmente G7 nel 1976 con l’adesione del Canada – nel 1998 ha incluso tra i suoi membri anche la Russia, trasformandosi in G8. L’ex potenza sovietica, che aveva già iniziato a partecipare come osservatore ai vertici negli anni immediatamente precedenti, ha continuato ad essere membro del G8 fino al 2014, quando le crescenti tensioni dovute all’annessione della Crimea hanno spinto gli altri membri a ritirarsi dal G8 che doveva tenersi a Sochi e a riunirsi nuovamente nella formazione del G7 dopo anni.

Il ritorno al nucleo originario, seppure abbia contribuito a diminuire ulteriormente la rappresentatività del vertice, è visto da molti come un’opportunità per accrescere l’effettività di questi vertici alla luce della maggiore omogeneità tra i componenti del gruppo ristretto.

Il G20, a differenza del G8, non rappresenta un allargamento del G7 ma un vertice parallelo. L’esigenza di includere le più importanti economie emergenti nell’affrontare le questioni legate alle governance dell’economia mondiale nacque alla fine degli anni ’90 a seguito delle crisi economiche in Asia e America Latina.

Il Gruppo dei 20 si riunì per la prima volta nel 1999 come vertice dei ministri delle finanze e dei governatori delle Banche centrali, mostrando da subito buoni risultati. Da allora in avanti, la sua importanza è cresciuta fino ad oscurare completamente il G7, relegandolo a un ruolo da molti percepito come subalterno.

La crisi finanziaria del 2008 ha evidenziato in maniera definitiva il bisogno di una profonda revisione dell’economia mondiale, delle sue strutture e delle istituzioni multilaterali che la governano, ponendo l’accento sulla necessità di trovare soluzioni condivise a livello internazionale in un mondo sempre più interdipendente, soprattutto da un punto di vista economico e finanziario.

Pensare di rispondere alle sfide lasciate in eredità dalla crisi e strutturare le necessarie riforme del sistema finanziario internazionale senza coinvolgere attori come India, Cina o Brasile non era più possibile.

Minore rappresentatività, maggiore efficienza
Il G7 ospitato dal Giappone si riunisce in un momento delicato. Dal punto di vista economico, i primi mesi del 2016, seppure hanno confermato i segnali di ripresa, hanno d’altra parte evidenziato la presenza di sempre maggiori rischi al ribasso.

A livello finanziario, la corsa ribassista dei prezzi delle materie prime continua, colpendo soprattutto i paesi esportatori, e i mercati finanziari sono dominati dall’incertezza e dalla crescente avversione al rischio. La carenza di investimenti e la stagnazione dei consumi sembra ormai essere endemica.

Da un punto di vista geopolitico, le questioni globali come la crisi dei rifugiati, la questione ambientale o il conflitto siriano richiedono soluzioni audaci che per essere effettive devono per forza essere condivise a livello internazionale.

L’urgenza e la complessità delle tematiche che dominano l’agenda di questo vertice offrono ai capi di Stato e di governo l’opportunità di rilanciare il ruolo del G7.La ristrettezza e l’informalità della riunione a sette devono diventare dei punti di forza, non di debolezza. L’omogeneità tra i suoi membri deve essere sfruttata come un vantaggio, permettendo di raggiungere accordi su soluzioni realmente condivise ai problemi che caratterizzano la scena globale.

Se i 7 paesi riusciranno in un contesto del genere a trovare dei punti di accordo, questo servirà poi per proporre le loro soluzioni condivise con maggiore forza e supporto in seno al G20 e nelle altre sedi di discussione multilaterale, aumentando la pervasività delle proposte di un gruppo di paesi, quello occidentale, che vede il suo peso geopolitico diminuire sempre più con il passare del tempo.

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