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Spagna

Fumata nera, Madrid torna alle urne

1 Mag 2016 - Marco Calamai - Marco Calamai

La notizia non ha certo sorpreso gli spagnoli: fin dall’inizio è stato chiaro che i quattro protagonisti (Partito popolare, Partito socialista, Podemos e Ciudadanos) del nuovo quadro politico espresso dalle elezioni del 20 dicembre 2015, non avrebbero trovato l’accordo per un nuovo governo.

Da qui la decisione di nuove elezioni, il prossimo 26 giugno. Come si spiega questa situazione, senza precedenti nella storia della democrazia antifranchista, fino a ieri caratterizzata da uno stabile bipartitismo?

Ciudadanos e Podemos alla ribalta
Dal voto dello scorso dicembre sono emersi due potenziali blocchi, entrambi privi della maggioranza di seggi necessaria per governare. Il primo è quello di destra, rappresentato dal Pp (Partito popolare) e da Ciudadanos, la nuova formazione di orientamento liberale che contesta i tanti scandali che hanno segnato il governo conservatore di Mariano Rajoy.

L’altro blocco è quello di sinistra, dominato dal Psoe (lo storico partito socialista) e da Podemos, il nuovo partito radicale, ma non antisistema, che in meno di due anni si è imposto nello scenario progressista tradizionalmente occupato in modo stabile dai socialisti.

Alle urne si è registrato uno smottamento corposo del voto che ha colpito sia i popolari sia i socialisti: milioni di elettori hanno abbandonato i due partiti maggiori (Pp e Psoe) e hanno votato le nuove formazioni (Podemos e Ciudadanos) nate dalla crisi economica e dalla questione morale.

Il Pp è sceso dai quasi 11 milioni di voti del 2011 (44,6%) ai poco più di 7 milioni del 2015 (28,7%), un risultato non compensato dall’indubbio successo di Ciudadanos (3,5 milioni di voti).

A sinistra, il partito socialista ha preso 1,5 milioni di elettori in meno rispetto al 2011, il risultato peggiore dell’epoca democratica. Podemos ha invece portato a casa più di 5 milioni di voti.

Destra e sinistra arenati
I tentativi di formare un governo hanno messo in evidenza le profonde divisioni interne ai due blocchi. Rajoy è contestato non solo dalla sinistra, ma anche da Ciudadanos, potenziale alleato che paventa la delusione dei propri elettori nei riguardi di una eventuale alleanza con l’attuale capo del governo, per il momento deciso in modo ostinato a non mollare la guida del partito.

La sinistra è lacerata dall’intransigenza di Podemos (tentato fin dall’inizio dalla ipotesi di nuove elezioni nella speranza di un “sorpasso” dei socialisti) e dalle divisioni interne dello stesso Psoe (diversi notabili storici e locali contrari ad allearsi con Podemos e semmai orientati ad un accordo Pp-Psoe-Ciudadanos).

Le prospettive sono ora più che mai incerte. I sondaggi elettorali, per il momento, ritengono assai probabile una sostanziale riconferma dei risultati del 20 dicembre scorso. La campagna si prospetta incandescente.

È in gioco il destino politico di Rajoy (che spera nel piccolo recupero che gli danno i sondaggi) e quello di Sanchez che rischia di perdere voti sia a destra (Ciudadanos) sia a sinistra (Podemos). Prospettive non facili anche per i due partiti del fronte innovatore. Ciudadanos teme il “voto utile” che potrebbe favorire il Pp, Podemos teme a sua volta che una parte dei suoi votanti si astenga in risposta alla intransigenza del partito durante le trattative.

Populismo antisistema, (per ora) no grazie
A ben guardare la destra è, per il momento, meno divisa della sinistra. Ciudadanos non è gradito a Rajoy, ma piace a molti militanti del Pp, coscienti dell’urgenza di un profondo rinnovamento di un partito logorato da troppi scandali. Una convergenza tra le due forze, escludendo l’attuale primo ministro, è una ipotesi probabile.

A sinistra, invece, la prospettiva di un ulteriore cedimento elettorale dei socialisti rende improbabile, in questa fase, un avvicinamento a Podemos. La crisi del Psoe potrebbe aggravarsi drammaticamente nei prossimi mesi. Come altri partiti socialisti il Psoe appare incapace di offrire risposte convincenti ai milioni di cittadini che hanno pagato in prima persona le misure di austerità di marca europea. Si spiega così il suo declino e la sua profonda incertezza strategica.

La democrazia spagnola appare oggi, senza dubbio, meno solida di qualche ano fa. Si deve riconoscere, tuttavia, che Podemos e Ciudadanos non sembrano per il momento tentati dalle campane del populismo antisistema. La crisi dei partiti tradizionali non ha prodotto in Spagna la deriva xenofoba di altri paesi occidentali. Già, ma fino a quando?

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