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America Latina

Brasile, il vento contagioso del dopo Dilma

21 Mag 2016 - Ilaria Masiero - Ilaria Masiero

Ore contate per Dilma Rousseff. Dallo scorso 12 maggio la presidente brasiliana è sospesa dall’incarico per 180 giorni, durante i quali si svolgerà il processo di impeachment nei suoi confronti.

Nel frattempo, la Rousseff è sostituita ad interim dal suo vice ed ex-alleato, Michel Temer. Nonostante il processo ufficiale sia appena cominciato, il destino della Rousseff sembra segnato. In questo caso, Temer resterà in carica fino alle prossime elezioni, nel 2018.

L’allontanamento della presidente conclude bruscamente i 13 anni ininterrotti di governo del Partidodos Trabalhadores (o Pt) – il partito di sinistra di cui la Rousseff e il suo predecessore, Luiz Inácio Lula da Silva, sono esponenti – e può dare una scossa notevole all’economia brasiliana così come agli equilibri politici regionali.

Opportunità per l’economia
Temer, del partito centrista Pmdb (Partito del Movimento democratico brasiliano), ha scelto una équipe economica con tutte le carte in regola, a partire dal nuovo ministro dell’Economia, Henrique Meirelles – governatore della Banca centrale fino al 2010 ed ex-direttore della statunitense Bank Boston – e dal nuovo governatore della Banca centrale, Ilan Goldfajn – già capo-economista della principale banca privata brasiliana e dottore presso la prestigiosa università statunitense Mit.

La speranza è che questi rispettati professionisti siano in grado di contrastare la spirale degenerativa in cui il Brasile sembra intrappolato, con un deficit di bilancio che supera il 10% del Pil, inflazione e disoccupazione al 10% e il Pil in caduta libera (-3,8% nel 2015).

Il nuovo governo sembra orientato verso un approccio meno interventista e più liberale rispetto al precedente. L’agenda di Meirelles prevede il contenimento del debito pubblico (attraverso tagli alla spesa, privatizzazioni e concessioni per le infrastrutture), la riforma delle pensioni e del lavoro e la garanzia di una maggiore autonomia alla Banca centrale.

In contrasto con l’immobilismo degli ultimi tempi, il nuovo governo non ha perso un attimo: nella prima settimana, il numero di ministeri è passato da 32 a 23 e sono stati mandati a casa in media più di cento funzionari al giorno. Inoltre, si è già aperto il tavolo con i sindacati sulla riforma delle pensioni. Tutto sommato, il governo Temer parte ben intenzionato e ben equipaggiato – ma la strada è lunga.

L’interpretazione golpista dei paesi bolivariani
La fine della presidenza Rousseff e la preannunciata svolta in direzione pro-mercato del governo Temer si ripercuoteranno sugli equilibri politici dell’America Latina e, dopo quasi vent’anni di successi dei candidati di sinistra, la regione potrebbe spostarsi su posizioni più centriste e liberali.

La vittoria di Lula in Brasile, nel 2003, ha fortemente contribuito alla “svolta a sinistra” dell’America Latina – iniziata nel 1998, con la vittoria di Hugo Chavez in Venezuela. Come il Brasile, è il più grande paese della regione in termini di popolazione, territorio e Pil, così il Pt è il partito social-democratico più influente della zona, e ha rappresentato un importante punto di riferimento e alleato internazionale per i governi socialisti/populisti che si sono via via instaurati in America Latina.

Non a caso, i cosiddetti “paesi bolivariani” (Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador e Nicaragua), tradizionali alleati del Pt, hanno usato toni per nulla moderati nell’additare l’impeachment come un colpo di stato e dichiarare la loro ostilità al governo Temer, considerato illegittimo.

Anche Maduro trema
In particolare, il capo di stato del Venezuela, Nicolás Maduro, in cerca di vie di fuga per evitare la possibile destituzione per referendum popolare, ha sfruttato l’occasione per dichiarare lo stato di emergenza come mezzo necessario a fronteggiare le presunte trame golpiste orchestrate dagli Stati Uniti e di cui il Brasile sarebbe stato vittima, complice lo stesso Temer.

L’asse socialista/populista latino-americano ha già subito un duro colpo lo scorso dicembre, quando il liberale Mauricio Macri ha sostituito la populista Cristina Fernández de Kirchner alla presidenza dell’Argentina – un’altra tra le maggiori economie della regione. Di nuovo, non è un caso che questo paese sia stato uno dei primi a riconoscere il nuovo governo brasiliano.

Svolta liberista per l’America Latina?
Il governo centrista di Temer sembra intenzionato a porre fine al sostegno diplomatico e talvolta economico di cui i governi socialisti/populisti della regione, anche i più estremi, hanno finora approfittato. Alcuni passi in questa direzione sono già stati fatti dal nuovo ministro degli Esteri, José Serra, che non ha usato mezzi termini nel rispondere alle accuse dei governi bolivariani e ha avvisato che d’ora in avanti la diplomazia sarà uniformata agli interessi dello Stato e non a quelli di un partito. Serra ha inoltre indicato l’Argentina come partner preferenziale in America Latina.

Se il Brasile del Pt ha fatto da perno nella svolta a sinistra dell’America Latina, il paese che esce dall’impeachment potrebbe sbilanciare l’asse politico regionale verso posizioni più liberali. Una piccola spinta in tal senso verrà dalla ridefinizione delle precedenti alleanze internazionali. Di tutt’altra portata sarà la scossa se il governo Temer riuscirà nella sua impresa, mostrando ai suoi vicini che la strada per una economia più aperta e sostenibile è dietro l’angolo.

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