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Medio Oriente

Armi in Libia, eccezione alla regola

20 Mag 2016 - Umberto Profazio - Umberto Profazio

Volta alla stabilizzazione di un Paese ormai logorato da 5 anni di lotte intestine e consumato dall’espansionismo del gruppo terrorista del’autoproclamatosi Stato Islamico, la conferenza di Vienna sulla Libia ha prodotto risultati scontati, non in grado di imprimere una svolta e suscettibili di porre nuovi ostacoli al lungo processo di transizione.

Il tandem Roma-Washington
La conferenza ministeriale di Vienna del 16 maggio è stata il prodotto degli sforzi diplomatici di Stati Uniti e Italia. A prima vista, il tandem Roma-Washington sulla crisi libica, inaugurato lo scorso 13 dicembre con la Conferenza Internazionale di Roma sembra tenere.

Tra i risultati principali, oltre all’accordo di Skhirat del 17 dicembre sul governo di unità nazionale, vi è anche il trasferimento a Tripoli del Government of National Accord, Gna, guidato dall’uomo d’affari Fayez al-Serraj e l’emarginazione del General National Congres, Gnc, il parlamento di Tripoli guidato da Nuri Abusahmain a cui fa capo il Governo di Salvezza Nazionale del Premier Khalifa Ghweil.

Nonostante questi segnali positivi, sul terreno il bilancio risulta essere più magro. La più volte annunciata avventura militare nel Paese sembra sollevare numerosi dubbi e perplessità. Più spesso ipotizzata a fini addestrativi, l’opzione di una missione internazionale di sostegno e stabilizzazione risulta sempre meno appetibile. Se non sconfessata.

Apertamente, come nel caso dell’Italia, dove il governo ha deciso di puntare sulla strada diplomatica, lasciandosi aperta la possibilità di inviare soldati per la protezione della sola sede diplomatica. O implicitamente, come nel caso statunitense, dove risulta alquanto improbabile che il Presidente Barack Obama impegni gli Stati Uniti nella regione durante la delicata stagione elettorale. A garantire la sicurezza degli uffici delle Nazioni Unite a Tripoli sarà con molta probabilità un contingente proveniente dal Nepal.

Un’eccezione all’embargo di armi
Nell’impossibilità di intervenire direttamente in Libia, i principali attori interessati hanno concordato nel ridiscutere la questione dell’embargo. Di fronte alle richieste di al-Serraj, anch’egli presente nella capitale austriaca, gli Stati partecipanti hanno aperto all’ipotesi di armare il governo di unità nazionale per combattere più efficacemente lo Stato islamico.

Le modalità erano state approntate nei giorni precedenti. Il 10 maggio infatti il Gna aveva annunciato la creazione di una nuova forza militare, la Guardia Presidenziale. Basata a Tripoli, essa sarà composta da personale di polizia e esercito selezionato nelle diverse regioni libiche e servirà a garantire la sicurezza degli uffici, del personale, dei membri stessi del governo e delle infrastrutture considerate vitali.

L’ipotesi di un affievolimento delle sanzioni non è del tutto nuova. In passato era stato l’Egitto a richiederla con insistenza, al fine di armare Haftar e sostenere il Parlamento di Tobruk. Vi è inoltre da ricordare come l’embargo sia stato spesso violato: più recentemente dagli Emirati Arabi Uniti, come evidente dalle foto diffuse a fine aprile sulla consegna di pick-up e veicoli trasporto truppe alla Libyan National Army di Haftar.

Dal comunicato finale della conferenza di Vienna tuttavia emerge che a essere esentato dall’embargo sarà esclusivamente il Gna. La decisione sembra andare contro gli interessi dell’Egitto, che compare comunque tra i firmatari del comunicato finale di Vienna.

Tuttavia la recente visita di al-Serraj al Cairo durante un vertice della Lega Araba e il suo incontro con il Presidente al-Sisi potrebbe aver portato a nuovi sviluppi. Nell’occasione il Presidente egiziano si è espresso a supporto di al-Serraj e dell’esercito libico e pronto a cooperare nella lotta al terrorismo.

Assist allo Stato islamico
La situazione sul terreno continua infatti a essere confusa. Nonostante le sanzioni internazionali approvate contro i principali responsabili dello stallo politico, in Libia continuano a operare tre governi, ognuno con una propria agenda politica e militare, in particolare nell’ambito della lotta a Daesh. L’obiettivo per tutti è la riconquista di Sirte che garantirebbe non solo una indiscussa legittimità, ma anche notevoli vantaggi tattici.

Per tale motivo Haftar ha annunciato l’operazione al-Qurdabyia, che oltre a presentarlo come il salvatore della patria, gli garantirebbe una notevole penetrazione verso Tripoli. Consapevole del rischio, al-Serraj ha chiesto alle controparti libiche di sospendere ogni operazione militare contro Sirte, sollevando timori sul mancato coordinamento delle offensive militari, annunciate anche dal Premier Ghweil.

Della confusione ha naturalmente approfittato lo Stato islamico che ai primi di maggio si è mosso verso ovest, occupando Abugrein e minacciando da vicino Misurata. Mettendo a nudo al contempo il difficile momento di quelle che fino a poco tempo fa erano considerate le milizie più potenti del Paese e le fragili fondamenta del Gna.

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