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Europa

Ue e Referendum, si diffonde il virus d’Olanda

24 Apr 2016 - Lorenzo Vai - Lorenzo Vai

Un nuovo pericolo sembra aggirarsi per le capitali degli stati membri dell’Unione europea (Ue) preoccupando più di un governo: il referendum.

Ciò che in molti invocano come una delle più alte e limpide espressioni della democrazia minaccia, infatti, di rivelarsi come nuova fonte di insidie per il futuro della malconcia Unione, nonché uno strumento meno democratico di quanto appaia a prima vista.

La consultazione popolare tenutasi a inizio aprile nei Paesi Bassi in merito alla ratifica dell’Accordo di associazione siglato tra Ue ed Ucraina ha inaugurato un tour referendario che proseguirà in Ungheria, per scoprire se gli ungheresi sono d’accordo con la ricollocazione dei rifugiati proposta dalla Commissione, per arrivare infine all’attesa tappa nel Regno Unito, nella quale i sudditi di Sua Maestà si pronunceranno sulla loro futura permanenza nell’Ue. L’inizio per Bruxelles non è stato dei migliori.

La vicenda nei Paesi Bassi
Il 62% dei cittadini olandesi che hanno partecipato al referendum, circa il 32% degli aventi diritti al voto, ha chiesto al proprio governo di riesaminare la ratifica dell’Accordo con l’Ucraina, che per entrare in vigore necessita non solo dell’approvazione del Parlamento europeo ma di tutti e 28 i parlamenti nazionali.

Un ostacolo imprevisto aggirato – per ora – con un voto parlamentare (75 voti a 71) che ha riaffermato il sostegno all’Accordo, ma che non ha potuto evitare la vittoria mediatica dei promotori del referendum e dei partiti di opposizione che lo hanno cavalcato con lo spauracchio dei migranti ucraini che si abbeverano nei pub di Amsterdam.

Un successo che potrebbe spianare la strada a nuove tornate referendarie. Nel mirino degli euroscettici olandesi ci sarebbe già il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip), se mai dovesse vedere la luce.

Se l’esito del referendum olandese riporta alla memoria consultazioni passate rivelatesi ben più traumatiche per l’Ue (nel 2005 i cittadini del paese bocciarono la ratifica del Trattato costituzionale europeo), relegare gli eventi ad una semplice “attitudine nazionale” rischia di essere riduttivo.

Il fascino indiscreto della democrazia diretta
L’attenzione richiamata dal secco “no”, unita al fascino indiscreto della democrazia diretta contrapposta alla tecnocrazia europea, potrebbe influenzare i risultati dei prossimi referendum in Ungheria e Regno Unito, con conseguenze ben più rilevanti. La vicenda olandese non suggerisce però solo delle considerazioni congiunturali a breve termine, ma altresì una valutazione più strutturale sulla democraticità del referendum quale strumento decisionale applicato alle questioni europee.

La semplice constatazione che la preferenza diretta di un’esigua minoranza di cittadini olandesi (ancor più esigua se la rapportiamo ai 500 milioni di cittadini dell’Ue) possa bloccare la volontà indiretta di un’ampia maggioranza di europei (quasi tutti gli stati membri dell’Ue hanno ratificato l’Accordo di associazione) suscita qualche dubbio sulla genuinità della libertà democratica espressa da questo tipo di referendum.

Una libertà che, intesa come autonomia politica dalle scelte esterne, potrebbe declinarsi sia in dispotismo della maggioranza che in dittatura della minoranza, a secondo che la si guardi, rispettivamente, attraverso gli occhi di un olandese o di un qualsiasi altro cittadino europeo.

Il fattore discriminante tra le due posizioni risiede nell’idea che si ha dell’Ue. Per coloro che, come i partiti euroscettici, interpretano l’Unione come uno spazio politico composto da 28 collettività nazionali separate, dotata ognuna di un potere di veto rispetto alle decisioni raggiunte a livello europeo, la consultazione olandese è un esempio di democrazia.

Per coloro che invece guardano all’Ue come un unico corpo collettivo nel quale si decide a maggioranza (come in tutte le democrazie), la consultazione olandese è tutt’altro che legittima. Entrambe le visioni sono lecite, ma guardando al livello di integrazione raggiunto dagli stati membri in certi ambiti (mercato unico, su tutti) risulta più difficile sostenere l’esistenza di 28 collettività separate e pienamente autonome.

Si prenda come altro esempio il referendum greco sul piano di aiuti finanziari negoziato dal governo di Atene con la troika. Fino a che punto poteva definirsi esclusivamente nazionale la decisione dei cittadini greci in merito all’utilizzo e al ritorno di prestiti provenienti dai contribuenti di altri Stati?

Rivalorizzare il ruolo del Parlamento europeo
Le consultazioni popolari riguardanti questioni europee, per loro natura condivise, tendono così a mettersi al servizio dell’interesse nazionale (per non dire nazionalismo), già tutelato però dai singoli governi all’interno Consiglio dell’Ue.

Per decisioni politiche i cui effetti travalicano i confini nazionali il processo democratico dovrebbe fare lo stesso per definirsi tale.

Nell’Ue, la sede preposta all’esercizio della democrazia sovranazionale è il Parlamento europeo, eletto dai cittadini dell’Ue sulla base di programmi europei e devoto all’interesse comune (a differenza dei parlamenti nazionali). Toccherà quindi all’assemblea di Strasburgo fornire quella legittimità democratica che manca attualmente all’Accordo di associazione con l’Ucraina, e che, al contrario, non ha potuto assicurare al piano di aiuti verso la Grecia.

Le differenze con la Brexit
Discorso differente andrebbe fatto per il referendum britannico, dove alla base del quesito giace una domanda esistenziale, l’appartenenza o meno a quell’unico corpo collettivo chiamato Ue.

In questo caso è giusto che siano solo i cittadini del Regno Unito a decidere del proprio destino in modo consapevole. Una responsabilità non da poco, che al di fuori delle regole del gioco democratico incarna la sfida più grande di qualsiasi democrazia, quella che Norberto Bobbio chiamava del cittadino ben educato.

Se la maggior parte dei britannici arriverà al voto in maniera informata e conscia degli effetti derivanti dalle proprie scelte, la democrazia avrà vinto, comunque vada. Ma se così non fosse, si realizzerà un’illusione di democrazia o ancora peggio un vero e proprio inganno perpetrato da chi ha promosso il referendum per interessi politici personali o facendo disinformazione. In tal caso, i primi a dover temere qualsiasi referendum non dovrebbero essere i governi dell’Ue, ma i suoi cittadini.

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