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Medio Oriente

Stivali europei ai confini libici

4 Apr 2016 - Umberto Profazio - Umberto Profazio

Parigi, Londra e anche Berlino. Da quando il mal di testa libico è tornato ad essere martellante tutti cercano di recuperare il terreno perso nei Paesi confinanti.

In primis in Tunisia, dove da tempo la Francia collabora nel settore dell’intelligence, fornendo informazioni e attuando un programma da 20 milioni di euro per equipaggiare l’esercito tunisino. Ora però, cerca anche di completare la cooperazione nel settore militare con un piano di aiuti economici di 1 miliardo di euro destinato a sviluppare le regioni più arretrate del Paese, ridurre la disoccupazione e rendere più efficiente l’apparato amministrativo.

Interesse britannico sulla Libia
Ma la Francia non è l’unica. Il governo britannico,ad esempio, si è contraddistinto per il suo attivismo nella regione. Nelle ultime settimane, vi sono state numerose indiscrezioni riguardanti il possibile invio di soldati inglesi in Tunisia per aiutare le autorità locali a contrastare l’intenso movimento transfrontaliero dei gruppi terroristici, in particolare lungo il confine con la Libia. Lo stesso ministro della Difesa Michael Fallon ha confermato a fine febbraio l’invio di un team di 20 consiglieri militari.

L’interesse britannico è rivolto soprattutto alla Libia. Nelle scorse settimane diverse fonti hanno sottolineato la possibilità per Londra di partecipare a una missione di addestramento del futuro esercito libico. Il Primo Ministro britannico David Cameron è stato recentemente convocato dalla Camera dei Comuni per rispondere alle indiscrezioni di stampa riguardo l’invio di mille soldati in Libia, parte di in una più ampia coalizione di almeno seimila uomini a guida italiana. Tuttavia lo stallo politico libico sembra aver momentaneamente congelato questa opzione, tra l’altro smentita dal governo inglese.

Inoltre anche la Gran Bretagna, come la Francia, sconta il negativo precedente del 2011: proprio di recente nella lunga intervista rilasciata a The Atlantic, il Presidente statunitense Barack Obama ha criticato le politiche inglesi nella regione, accusando il governo di David Cameron di essere distratto verso la Libia nel periodo successivo alla caduta di Gheddafi.

Berlino verso maggiori responsabilità
Un fatto inedito sembra rappresentato dalla notevole politica di penetrazione politico-economica portata avanti dalla Germania. L’interesse verso la Libia, ad esempio,è stato confermato dalla stampa tedesca che ha riferito delle numerose proposte di collaborazione nel settore militare. A fine febbraio una missione del Ministero degli esteri tedesco è giunta in Tunisia per discutere un eventuale programma di addestramento di cui potrebbe beneficiare anche il futuro esercito libico.

Il Ministro della Difesa tedesco Ursula von der Leyen è senza dubbio il principale esponente del nuovo corso tedesco. Già nel mese di gennaio in un’intervista al quotidiano Bild, von der Leyen non aveva smentito le voci riguardanti il possibile invio di soldati tedeschi in Libia. Secondo alcune stime la Germania sarebbe disposta a contribuire con 150-200 Bundeswehr a un’eventuale missione di addestramento delle forze armate libiche.

Al momento risulta difficile stabilire se la penetrazione di Berlino nell’area sia di tipo opportunistico o rifletta una politica più a lungo termine. A far pendere l’ago della bilancia verso quest’ultima ipotesi concorrono rilevanti accordi economici (la Volkswagen ha appena annunciato la costruzione di un impianto automobilistico in Algeria), importanti nomine diplomatiche (Martin Kobler, da novembre scorso a capo della Missione Onu per la Libia) e l’evoluzione della politica estera tedesca degli ultimi mesi.

Il flusso di armi ed equipaggiamenti che il governo di Angela Merkel sta inviando ai peshmerga curdi dal 2014 riflette la maggiore attenzione di Berlino verso le aree di crisi.

Tale posizione comporta di certo maggiori rischi, come evidenziato dalla chiusura temporanea dell’ambasciata tedesca a Ankara, del consolato di Istanbul e di due istituti scolastici in Turchia lo scorso 17 marzo.

La decisione del Ministero degli esteri tedesco è stata presa due giorni prima dell’attacco suicida di Istanbul, l’ennesimo che ha colpito la Turchia negli ultimi mesi. Lo scorso gennaio, 12 turisti tedeschi erano morti a seguito di un’esplosione sempre nella stessa città.

Tuttavia, i maggiori rischi non sembrano al momento frenare il rinnovato attivismo tedesco nella regione. Complice il fenomeno dell’autoproclamatosi stato islamico e la conseguente crisi dei rifugiati, Berlino sembra sempre più consapevole delle sue responsabilità di fronte all’Europa e più in generale in ambito internazionale.

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