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Europa

Obama a Londra, Brexit spaventa anche Usa

22 Apr 2016 - Riccardo Alcaro - Riccardo Alcaro

Nonostante il sostegno popolare di cui ancora gode in Europa, Barack Obama non si è mai contraddistinto come un entusiasta sostenitore della relazione transatlantica.

Il presidente Usa vede l’alleanza con gli europei in chiave pragmatica, se non strumentale: essa serve gli interessi americani nella misura in cui gli europei contribuiscono alla sicurezza del loro vicinato orientale e meridionale – un’area di interesse strategico per l’America – e alla gestione delle questioni di governance globale come il riscaldamento climatico.

Durante il suo mandato, Obama ha più volte sollecitato gli europei a offrire questo contributo, qualche volta con buoni risultati (Iran, Russia), altre con risultati decisamente più scoraggianti (Afganistan, Libia). Quando il contributo è mancato, Obama si è raramente speso per ottemperarvi con risorse proprie.

Alla luce di ciò, può sorprendere che il presidente Usa abbia accettato l’invito del premier britannico David Cameron a perorare apertamente la causa della permanenza del Regno Unito nell’Ue. Cameron spera che la visita di Obama dia una mano alla campagna per il Sì (a restare nell’Ue) nel referendum in programma il prossimo 23 giugno.

Al momento, i sondaggi danno i due campi più o meno alla pari. La possibilità di una Brexit – dell’uscita, cioè, del Regno Unito dall’Ue – è pertanto un’ipotesi plausibile, tanto plausibile, anzi, da spingere il più importante leader politico del mondo ad impegnarsi personalmente per scongiurarla.

La relazione speciale con il Regno Unito
Ma perché la Brexit interessa tanto un presidente che si è caratterizzato più che altro per la sua vocazione verso il Pacifico e per la sua tendenza a trasferire maggiori responsabilità agli europei?

In primo luogo, perché la relazione speciale con il Regno Unito perderebbe parte del suo appeal se Londra dovesse abbandonare l’Ue; in secondo luogo, perché la Brexit potrebbe risultare in un processo di generale destabilizzazione economica e politica dell’Europa, in un momento in cui invece gli americani hanno bisogno di partner affidabili, coesi e propositivi per far fronte al revanscismo russo da una parte e dall’altra per arginare l’instabilità dilagante in Nord Africa e Medio Oriente.

La special relationship tra Londra e Washington si fonda su tre capisaldi: la cooperazione militare e di intelligence; il sostegno britannico alle maggiori iniziative internazionali degli Usa; la capacità di convogliare i desiderata americani all’interno dell’Ue, garantendo così agli Stati Uniti una maggiore influenza a Bruxelles.

La Brexit ridurrebbe il valore della relazione anglo-americana sotto tutti e tre questi profili. Impegnato nel difficile negoziato di separazione dall’Ue, il Regno Unito potrebbe non essere in grado di assicurare lo stesso livello di cooperazione in campo militare offerto agli Usa nel post-Guerra fredda.

Già ora, nonostante il referendum sia ancora da tenersi, è la Francia piuttosto che un Regno Unito assorbito dai suoi problemi interni a fornire a Washington le migliori garanzie di appoggio militare, dal Sahel al Golfo Persico.

Fuori dall’Ue, un paese isolato
Uscito dall’Ue, il Regno Unito si troverebbe più isolato internazionalmente e vedrebbe il suo prestigio e status diminuire. Invece che guidare uno dei principali paesi di un’organizzazione integrata e di un mercato comune di 500 milioni di consumatori, il governo britannico non rappresenterebbe che se stesso. La sua capacità di contribuire alle iniziative internazionali degli Usa verrebbe pertanto ridotta.

Infine, una volta fuori dall’Ue i britannici perderebbero la capacità di veicolare il consenso interno all’Ue su questioni che stanno a cuore agli Usa, come la gestione della sicurezza in Medio Oriente o il rafforzamento dei legami con i paesi dell’Europa orientale minacciati dalle interferenze russe, il libero commercio o il gran numero di iniziative di cooperazione su cui l’Ue ha voce in capitolo (come il trasferimento di informazioni in chiave anti-terrorismo).

Più preoccupante di tutto è, però, per Obama la prospettiva che una Brexit inneschi una crisi di governance e legittimità irreversibile in Europa, favorendo l’ascesa di partiti anti-sistema che possa infine portare alla frammentazione dell’Ue e ad ulteriori sconvolgimenti nei mercati internazionali.

La magia del presidente
A ben vedere, quindi, al presidente Usa non mancano davvero buone ragioni per ignorare le accuse di ingerenza esterna rivoltegli dalla campagna per il No e ammonire i sudditi di Sua Maestà delle conseguenze – tutte negative – di una Brexit.

E come ad Obama non mancano nemmeno a tutti gli altri governi europei. Non resta che sperare che al presidente Usa sia rimasto ancora quel pizzico di magia che gli ha tanto ingraziato le folle europee nel 2008 e che il pubblico britannico sia ricettivo al suo messaggio. L’alternativa potrebbe andare a danno di tutti.

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