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Europa e Islam

Modelli d’integrazione, se l’Italia sta a guardare

10 Apr 2016 - Jessica Cavallero - Jessica Cavallero

Gli attentati di Bruxelles rendono urgente, ancora una volta, l’elaborazione di una seria risposta al quesito sull’esistenza di un modello di integrazione di successo per le società europee.

Nella maggior parte dei Paesi europei, l’esigenza di dare risposte concrete alla gestione del fenomeno migratorio ha iniziato a farsi sentire dagli Anni Settanta, da quando cioè Paesi come Italia, Belgio e Svezia si sono trasformati da realtà di emigrazione a territori di immigrazione.

Questo passaggio era avvenuto già da decenni in Paesi di più vecchia immigrazione – come Gran Bretagna, Francia e Germania -, che si sono trovati prima del nostro ad affrontare la sempre crescente multiculturalità e religiosità delle loro società.

Ogni singolo modello ha le proprie caratteristiche particolari. Proprio questo potrebbe facilitare l’elaborazione di una classifica dei paradigmi da evitare e di quelli, invece, cui il nostro Paese potrebbe guardare nel suo cammino verso un modello unico e peculiare.

Virata restrittiva in Svezia
Partendo dai modelli più inclusivi, il caso svedese dimostra che un assistenzialismo statale sfrenato nel lungo periodo non è del tutto sostenibile. All’inizio del processo migratorio, l’obiettivo era di integrare velocemente i nuovi arrivati. Questa “generosa politica migratoria” era sostenibile poiché si fondava su un forte controllo dei nuovi entrati.

La religione si configurava come scelta individuale senza alcun riflesso sulla vita pubblica. Ma è proprio in questo modo che s’impedisce a una religione come l’islam, fortemente comunitaria, di rendersi visibile nello spazio pubblico e di ricomporre nuovi luoghi dove tessere legami sociali e religiosi.

Già all’inizio del secolo, questo delicato equilibrio si spezza perché aumenta il numero degli immigrati e i costi per lo stato iniziano a lievitare. Il modello svedese si trova minacciato da una serie di ostacoli che ne insidiano la tenuta: confinare la religione interamente nella sfera privata degli individui non è la soluzione.

Tolleranza e laicità non bastano
A dimostrare ancora meglio come la privatizzazione del credo non sia la strada giusta per una reale integrazione è il modello francese. Si tratta di un modello individualista in cui a contare è il singolo e non la comunità della quale un individuo può sentirsi parte.

Un simile atteggiamento ha impedito un riconoscimento pieno dell’Islam nella vita pubblica della République, così com’è avvenuto nei Paesi scandinavi. Siamo sicuri che in nome della laicità vogliamo rinunciare a uno dei valori più importanti della stessa Francia – e della stessa Europa -, cioè la tolleranza?

La tenuta del modello tedesco
Il caso tedesco dimostra, invece, come la Germania sia riuscita a modificare le regole in corsa e come sia oggi diventata uno dei Paesi cui la maggior parte dei musulmani europei guarda con favore. Anche l’Italia potrebbe cercare di fare uno sforzo in questo senso.

L’apertura di scuole per la formazione degli imam può essere una pratica cui guardare. In primo luogo per evitare infiltrazioni di esponenti più radicali nelle moschee e nei centri islamici e in seconda battuta perché l’opinione pubblica, quella perlomeno più “integralista” nel rifiuto dell’altro, possa veder ridotti i motivi sui quali fondare la sua caccia allo straniero, molto spesso al musulmano.

Il muro d’Inghilterra e il pluralismo belga
Il caso inglese documenta come l’integrazione delle differenze possa mostrare anch’esso dei limiti. Pensiamo alla città di Bradford, chiamata anche piccola Islamabad,e che rappresentava il successo delle politiche di integrazione. Quella Bradford che, però, era stata anche teatro di manifestazioni a favore della fatwa contro Salman Rushdie, dopo la pubblicazione dei suoi “Versi satanici”, ritenuti blasfemi da parte di alcuni islamici.

Se si trattasse di vere manifestazioni fondamentaliste, o piuttosto di un forte segnale di quella minoranza musulmana che si sente tollerata ma non riconosciuta, è difficile dirlo.

In Belgio, il Parlamento si pronunciò a favore dell’inserimento dell’Islam nell’assetto costituzionale già nel 1974. L’Islam viene però riconosciuto solo se si rende conforme ai modelli istituzionali già presenti nel Paese.

La società belga ha fatto sì che fossero le grandi divisioni ideologico-politiche a plasmare l’organizzazione di tutto il sistema sociale. Il pluralismo istituzionalizzato belga ha retto fino a questo momento, ma ora il precario equilibrio si è spezzato. Ancora una volta, la tolleranza non è una risposta sufficiente.

Il non modello italiano
Diversi Paesi europei hanno elaborato un modello riconoscibile e unico per l’integrazione degli stranieri presenti nelle proprie società sforzandosi di incontrarsi e non di scontrarsi con le minoranze, soprattutto quella musulmana.

Si pensi alla costruzione di moschee: in Gran Bretagna esiste un progetto per costruire una moschea per sole donne, esistono degli incentivi economici per i giovani che vogliono fare impresa seguendo l’etica musulmana; mentre in Germania sono attive le già citate scuole deputate alla formazione degli imam.

In Italia nulla di tutto ciò è avvenuto. Sono diverse le comunità islamiche che si sono proposte come rappresentanti dell’islam italiano con l’obiettivo di siglare intese con lo Stato. Ogni tentativo è tuttavia fallito.

Anche alla luce dei recenti fatti di Bruxelles, sono due i comportamenti da incoraggiare: non guardare ai musulmani come inevitabili minacce per società di cui sono protagonisti indiscussi e non adottare un comportamento di mera tolleranza, ma riconoscere in toto il loro diritto a essere cittadini e non semplici soggiornanti in quella che per molti è la loro patria. L’Italia è ancora in tempo.

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