IAI
Medio Oriente

La stagione militare degli Emirati Arabi

17 Apr 2016 - Eleonora Ardemagni - Eleonora Ardemagni

Negli Emirati Arabi Uniti (Eau) la dimensione militare è sempre più protagonista: non solo in politica estera, ma anche a livello socio-culturale.

Dal 2014 è stato introdotto il servizio militare obbligatorio per la creazione di una riserva nazionale (con incentivi per le reclute e sanzioni, anche penali, previste per chi non si presenta), mentre la Guardia presidenziale emiratina, il corpo d’élite su base volontaria che guida le controverse operazioni di terra della coalizione araba in Yemen, punta a una crescente professionalizzazione.

A guidare gli Emirati in questa direzione è Mohammed bin Zayed Al-Nayhan, 54 anni, principe ereditario di Abu Dhabi (di fatto la guida politica degli Eau) e vice comandante supremo delle forze armate federali: allievo della Royal Military Academy britannica di Sandhurst, già pilota e capo dell’aereonautica, egli è (insieme al Sultano dell’Oman) tra i pochissimi sovrani del Golfo con esperienza militare.

Coscrizione
Negli Eau (dove solo il 20% della popolazione è emiratina) la coscrizione militare riguarda i cittadini maschi fra i 18 e i 30 anni: 9 mesi di servizio per chi ha frequentato almeno le scuole superiori (ma un recente emendamento alla Legge federale 6/2014 ha già elevato il periodo a 12 mesi), due anni per coloro che hanno un livello di istruzione meno elevato.

Dopo una prima fase di studio e allenamento, le reclute vengono assegnate alla Guardia presidenziale per l’addestramento pratico. Per le donne emiratine della stessa fascia d’età, il servizio militare – facoltativo – dura nove mesi e necessita dell’autorizzazione familiare. La 2015-2017 Emirati Strategy for the National Service prevede tre turni di arruolamento annui, per un totale di 5000-7000 coscritti.

Identità nazionale
Dagli Anni Novanta, la riforma del settore militare è stata un veicolo di federation-building per gli Eau, permettendo ad Abu Dhabi di consolidare l’egemonia neo-patrimoniale sui restanti sei emirati: un ruolo che negli Anni Settanta aveva svolto la rendita energetica.

Le Forze armate ambiscono ora a divenire il motore dell’identità nazionale, tramite la leva obbligatoria e la commemorazione dei militari caduti all’estero. Il 4 settembre 2015, 54 soldati (di cui 45 emiratini) sono morti in Yemen a causa di un razzo lanciato dagli insorti huthi: un episodio inedito che ha profondamento colpito l’opinione pubblica degli Emirati.

Le autorità politico-tribali hanno abilmente trasformato il lutto collettivo in un’occasione di celebrazione nazionale, esaltando “gli eroi” e le loro famiglie: “un’epica del sacrificio” che vuole proporre e contrapporre il modello alternativo del martire in divisa a quello dello shahid che si auto-immola per colpire “gli infedeli”.

Una contro-narrativa rivolta anche ai tanti foreign-fighters partiti dalle monarchie del Golfo. Tuttavia, la lista completa dei militari degli Eau caduti in Yemen (quasi un’ottantina) non è mai stata diffusa: tra di loro vi sarebbero molti stranieri. Prima dei fatti del 4 settembre, alcuni coscritti avrebbero preso parte alle operazioni della Guardia presidenziale in Yemen.

Prestigio, affari e politica
Oltre che da un’attiva cooperazione con la Nato e i partner occidentali, il processo di professionalizzazione delle Forze armate emiratine passa soprattutto dal coinvolgimento di ufficiali stranieri, incaricati di trasmettere l’expertise necessario per valorizzare le ingenti spese militari.

Il comandante della Guardia presidenziale è l’australiano Mike Hindmarsh, già veterano dell’Iraq, mentre Markku Koli, già generale finlandese, è consigliere diretto del principe ereditario. Legando sicurezza e business, gli Eau stanno inoltre sviluppando un military-industrial complex indigeno: Abu Dhabi ha cominciato a produrre il blindato Nimr nel 2005, avviandone la fabbricazione anche in Algeria.

Il prestigio militare sta divenendo anche uno strumento politico. Nel 2015, la campagna elettorale per il Consiglio nazionale federale (Cnd, per metà elettivo), accostata dalle autorità a “missione nazionale”, ha visto la candidatura di numerosi (ex) esponenti delle forze di sicurezza: 46 su 341 candidati provenivano dalla carriera militare o di polizia, cui appartengono cinque dei 20 eletti finali, come il rieletto ex pilota Hamad Al-Rahoomi Al-Muhairi (Dubai) o l’ex ufficiale dell’esercito KhalfanHumaid Al-Ali (Umm Al-Quwain).

Alcuni, come l’eletto ex capo della polizia di Abu Dhabi, Matar bin Amira Al-Shamsi, hanno fatto della diade “servizio militare-patriottismo” il fulcro del loro programma elettorale; e le immagini di Khalifa Al-Hamoodi, soldato di Fujairah ferito in Yemen, che si reca in carrozzina a votare hanno riempito i media locali.

I 20 seggi elettivi del Cnd vengono assegnati grazie al voto di grandi elettori: un meccanismo che premia i network informali e che, dunque, potrebbe favorire la formazione di una ‘nicchia di potere militareˋ in seno all’élite degli Eau.

.