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Germania e Turchia

Erdogan alza la voce, la Merkel china il capo

23 Apr 2016 - Marco Guidi - Marco Guidi

Recep Tayyip Erdogan batte Angela Merkel 6-0. Usando una metafora tennistica, va detto che siamo solo al primo set (il risultato definitivo lo stabilirà un tribunale tedesco). Ma già così, il fatto che la cancelliera tedesca abbia ottemperato all’ordine (non sapremmo chiamarlo altrimenti) di Ankara di rinviare a giudizio per offese a un capo di stato estero il comico Jan Boehmermann è una decisione che ha dato da pensare e da scrivere in tutto l’Occidente.

Paradossalmente, le critiche più articolate e estese sono venute da due quotidiani americani, il New York Times e il Washington Post, che hanno analizzato a fondo i reali rapporti di forza tra la Turchia e tutta l’Unione europea (Ue).

Che Erdogan tenga l’Ue con un cappio attorno al collo è ovvio. La sua minaccia di non ottemperare agli accordi per trattenere o richiamare in Turchia i fuggiaschi di Siria, Iraq, Afghanistan è tale da rendere l’intera Unione – che non è riuscita a elaborare non diremo una politica comune, ma almeno una serie di misure decenti sul problema rifugiati – succube di Ankara, che è in una posizione di forza nei confronti di qualsiasi governo europeo.

Però, questa è una risposta ovvia ma incompleta alla domanda sul perché frau Merkel abbia ceduto al diktat di Erdogan. Un cedimento che nella storia tedesca era avvenuto altre due sole volte, quando a essere offesi furono lo shah di Persia Reza Pahlavi e il dittatore cileno Augusto Pinochet.

Calcoli elettorali a Berlino
Il secondo motivo è sotto gli occhi tutti: se il comico non fosse stato incriminato sarebbe saltata la visita ad Ankara della cancelliera. Una visita che ha importanza geopolitica ma anche economica per un paese che è il primo della Ue per gli scambi con la Turchia, per una nazione che ospita tre milioni di turchi (e di curdi di Turchia).

E proprio in questa presenza sta il terzo motivo del cedimento tedesco al sultano di Ankara. Quando si parla di tre milioni di turchi si fa un calcolo approssimativo; in realtà, i figli di turchi, i nipoti di turchi, quasi tutti con cittadinanza tedesca, sono di più. Turchi giocano nella nazionale di calcio germanica, turchi siedono al parlamento nazionale e in quelli regionali.

Ora è noto a tutti che la comunità turca, anche quella che ha la cittadinanza tedesca e che quindi vota, è in maggioranza sostenitrice della politica e del ritorno all’Islam politico di Erdogan. Rompere con Ankara significherebbe, quindi, alienarsi un bel pacchetto di voti. Anche perché i turco-tedeschi, stando agli analisti, votano di preferenza i cristiano-democratici piuttosto che i socialdemocratici.

C’è poi il problema del visto per i turchi. Il primo ministro Ahmet Davutoglu sta facendo la voce grossa: se il visto per i suoi concittadini diretti in Ue non sarà abolito entro giugno, minaccia, ça va sans dire, ritorsioni, vedi caso proprio a proposito dei profughi (che, va detto, sono quasi scomparsi sul versante dell’Egeo).

Un segnale diretto a Mosca
Basterebbero queste considerazioni a spiegare l’atteggiamento della signora Merkel. Ma c’è anche dell’altro. Primo, è quasi ovvio che il processo a Jan Boehmermann si concluderà con una assoluzione o con una condanna simbolica. Il che dovrebbe far decantare il temporale delle proteste per un rinvio a giudizio che va contro la libertà di satira (anche se si trattava di una satira un po’ stupida, diciamolo).

Secondo, la messa sotto processo di Boehmermann è un segnale ad altri comici, satiri, attori, disegnatori e assimilati che da tempo punzecchiano un altro sultano, lo zar Vladimir Putin. Un altro che mal tollera ogni attacco alla sua personalità e al suo ipertrofico ego.

E i rapporti con la Russia, come noto, per la Germania sono ancora più importanti di quelli con la Turchia. A dimostrarlo, basterebbe esaminare come la Germania ha applicato le sanzioni contro la Russia stabilite dopo i fatti dell’Ucraina. Insomma, il caso in questione potrebbe rappresentare insieme una soddisfazione al Signore di Ankara, un test a costo zero per la Germania, e anche un avviso ad altri critici di altri capi di stato non esattamente democratici né tantomeno tolleranti.

Né vale molto l’osservazione che anche altri paesi hanno nei loro codici il reato di offesa a capo di stato estero. C’è capo di stato e capo di stato: Idi Amin Dadà non era paragonabile a Charles De Gaulle. E Erdogan somiglia pochissimo a un presidente democratico.

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