IAI
Europa e Terrorismo

Dopo Bruxelles, quale strategia di contrasto?

7 Apr 2016 - Diego Bolchini - Diego Bolchini

I tragici eventi dello scorso 22 marzo a Bruxelles hanno riportato ancora una volta alla ribalta lo stragismo terroristico affiliato o ispirato al brand Is (l’autoproclamatosi Islamic State). Tra simbolismi e psicologia, il terrorismo induce una cascata di disponibilità, accedendo ad immagini vivide ed influenzando percezioni di individui, società e governi.

Aeroporti e metropolitane sono già stati in passato luoghi di elezione scelti per attacchi terroristici. Si pensi agli attentati del luglio 2005 a Londra, e andando ancora più indietro nel tempo, agli attentati occorsi all’aeroporto di Fiumicino nel 1985.

Affrontare una simile minaccia comporta il ripensamento, ancora una volta, degli strumenti di monitoraggio e contrasto implementabili allo scopo. Alla luce della magnitudo e della frequenza degli eventi stragisti occorsi su suolo europeo negli ultimi due anni, due sembrano le direttrici prioritarie: potenziare la rete di raccolta dell’intelligence, tanto dal versante di ricerca umana quanto elettronica, e rafforzare ed affinare il comparto analitico e predittivo delle forze di polizia e degli organismi di sicurezza, in modo da intercettare i cosiddetti “segnali deboli” in un contesto sovraccarico di informazioni.

In un testo del dicembre 2007, il generale statunitense Russel D. Howard, direttore del Jebsen Center for Counter Terrorism Studies presso la Fletcher School e del Combating Terrorism Center dell’Accademia militare di West Point, già prefigurava l’esigenza operativa sempre più pressante contro le schegge europee di Is: occorre raccogliere intelligence “azionabile” e “preventiva” nelle denied areas, vale a dire in aree (culturali e geografiche) normalmente interdette alle intelligence occidentali.

Precedentemente, nel 2005, John Brown e Jeffrey Cooper, dalle pagine del Washington Post così meglio caratterizzavano ed estendevano il concetto:“The objective of intelligence must be to penetrate not only denied areas but denied minds in order to gain an understanding of intents and motivations of individuals and small groups in countries that are unfamiliar to us”.

Nella realtà europea odierna, gli esempi di denied areas sono purtroppo molteplici: si pensi, uno per tutti, al quartiere di Molenbeek, capace di offrire protezione e riparo a Salah Abdeslam per diversi mesi, quasi una Abbottabad pakistana nel cuore dell’Europa, apparentemente impenetrabile (quanto meno nel breve periodo) al contesto securitario occidentale.

Difronte ai nuovi fenomeni di violenza virulenta, puntiforme e molecolare che attraversa lo spazio di confronto e interlocuzione europeo/nordafricano/mediorientale, occorre ripensare con attenzione alle identità multiple dei singoli.

Se l’Is è capace di sfruttare e manipolare anche cittadini formalmente europei a scopi distruttivi sulle nostre strade e infrastrutture di trasporto così come in Siria ed in Iraq, allora l’occidente deve ripensare a questi stessi individui e alla capacità di attrazione esercitabile su di essi, rendendoli parte attiva di una rete preventiva e di conoscenza “dall’interno”.

Mappare la polisemia delle identità e delle propensioni ideologiche sarà la più grande sfida per le intelligence occidentali nei prossimi anni, in società sempre più ibride, composite e liquide. Una radiografia mirata delle identità dunque contro i lone wolves, i lupi solitari che colpiscono cittadini inermi, scardinando certezze.

Un cittadino etnicamente arabo ma di nazionalità belga guarderà nel prossimo futuro,come riferimento identitario, più alla sua carta di identità e al suo Stato di adozione o ad una affiliazione ideologica antagonista e nichilista? Questa è la sfida da vincere per gli stati di diritto in una società aperta.

.