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Europa

Brexit, la débâcle di Cameron e i Panama Papers

16 Apr 2016 - Eleonora Poli - Eleonora Poli

Alla vigilia delle elezioni del maggio 2015, il primo ministro David Cameron mise il futuro del Regno Unito, e forse anche la sua stessa integrità territoriale, nelle mani di un referendum popolare sull’opportunità per la Gran Bretagna di rimanere membro dell’Unione europea (Ue).

Mentre l’annuncio di questo referendum fu una delle ragioni che permise a Cameron di vincere le elezioni, a 11 settimane dal voto del prossimo 23 giugno, potrebbe essere proprio la questione europea a costare al premier la legittimità politica per governare il Paese.

Popolarità a picco per il premier
Di fatto, con il 58% dei cittadini – contro il 34% – che sostiene di non essere soddisfatto dell’operato di Cameron, l’indice di gradimento del primo ministro è ai minimi storici e, per la prima volta, addirittura inferiore a quello del leader laburista Jeremy Corbyn.

David Cameron è stato sicuramente indebolito politicamente dal suo coinvolgimento, seppur parziale, nello scandalo dei Panama Papers. Tuttavia, secondo i sondaggi di YouGov, che ha analizzato il livello di gradimento popolare verso Cameron prima e dopo la scandalo dei Panama Papers, la ragione di tale delegittimazione sembra imputabile più alla posizione assunta dal primo ministro britannico sul tema della membership nell’Unione europea, che alle recenti accuse di evasione fiscale.

Lo scorso anno, David Cameron aveva sostenuto che avrebbe spinto i partner europei ad accettare termini negoziali sulla membership britannica favorevoli a Londra. In particolare, oltre alle questioni della governance economica europea, della necessità di maggior competitività e del progetto di integrazione rifiutato dai britannici, il Regno Unito chiedeva di limitare l’accesso ai benefit da parte dei cittadini europei così come l’invio di aiuti statali ai loro figli, se non residenti in Gran Bretagna.

Tuttavia, i successi di Cameron al tavolo negoziale di Bruxelles del 19 febbraio scorso non sembrano aver soddisfatto gli elettori, soprattutto i conservatori, perché avranno un impatto lieve su quelli che sono sentiti come i problemi maggiori, come la migrazione o l’accesso al mercato del lavoro britannico.

Benzina olandese sul fuoco di Londra
A parte i tentativi di poco successo di rinegoziare i termini della partecipazione di Londra all’Ue, altri fattori esterni non aiutano di certo i cittadini britannici a propendere a rimanere nell’Ue.

Da un lato il recente no del referendum olandese ha dato maggiore legittimità alla campagna sulla Brexit, che vede le istituzioni di Bruxelles come profondamente anti-democratiche; dall’altro, nonostante l’accordo Ue-Turchia, il problema dei rifugiati rimane ancora al centro del dibattito referendario.

Inoltre, gli attacchi terroristici a Bruxelles hanno aumentato il senso di vulnerabilità dei britannici e alimentato una sindrome di chiusura verso l’Europa. Infatti, parte del problema è certamente percepito come essere legato a Schengen e alla possibilità di libero movimento da un paese all’altro senza forme di controllo stringenti.

Mentre la campagna per la Brexit capeggiata da Vote Leave impazza, i sostenitori della membership – sotto la guida del gruppo Uk to stay -sembrano essere meno aggressivi. Inoltre, l’iniziativa del governo di inviare volantini informativi ai cittadini sulle conseguenze della Brexit è stato fortemente criticato dai partiti euroscettici come l’Ukip di Nigel Farage come spreco di denaro pubblico.

La campagna per lo “Stay”
D’altro canto, i tentativi del mondo politico di manifestare apertamente il proprio favore per l’opzione di rimanere nell’Ue sono limitati. Il partito conservatore è diviso tra sostenitori della membership e coloro invece che optano per un Regno Unito indipendente, come Boris Johnson, il sindaco di Londra.

I laburisti, invece, nonostante si siano dichiarati a favore dell’Ue, sembra metteranno più energia nella campagna per lo “Stay” solo dopo le elezioni amministrative di maggio. Inoltre, la credibilità del leader progressista Corbyn come una voce pro-Ue lascia molto a desiderare.

Ad oggi, la situazione non appare molto chiara ed è difficile fare previsioni sia in un senso che nell’altro. I sondaggi mostrano che la partita è ancora tutta da giocare. Il 42% dei cittadini sembra a favore di rimanere, il 41% è contrario mentre il 17% è ancora indeciso.

Senza dubbio, in un’epoca di estremi, in cui le voci moderate vengono spesso rapidamente soffocate da facili populismi, la possibilità che la Gran Bretagna non rimanga nell’Unione europea non è certamente più una chimera.

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