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Siria

Ginevra III, i negoziati saltati in fretta

5 Feb 2016 - Laura Mirachian - Laura Mirachian

Arriviamo così a Ginevra III. Precedute dall’ingente massacro rivendicato dall’Isis nei pressi della Moschea sciita di Saida Zeinab a Damasco, una vera meraviglia dell’arte e della religiosità islamica, sono infine giunte a Ginevra le fazioni belligeranti per l’avvio degli attesi ‘negoziati’ sotto l’egida dell’Onu.

Negoziati, o quantomeno ‘proximity talks’, il metodo ricorrente di colloqui separati con un mediatore terzo allorché le parti in causa non siano predisposte a sedersi allo stesso tavolo. Quasi subito, l’Inviato Speciale dell’Onu Staffan De Mistura ha dovuto deciderne la sospensione, indicando il 25 febbraio per la ripresa.

Delegazioni difficili da formare
Ricorrente, nelle grandi crisi, è altresì la tattica dei protagonisti locali-e-non di porre delle pregiudiziali (pur fondate, se trattasi di urgenti aiuti umanitari da convogliare a villaggi affamati come Madaya) ai colloqui stessi.

Il primo giorno De Mistura non ha potuto che qualificare come ‘visita di cortesia’ il suo primo incontro con la delegazione dell’Alto Comitato Negoziale dell’opposizione. E non ha potuto che constatare che, scartati Al-Qaida e Isis riconosciuti da tutti come terroristi, permane il nodo se accettare o meno formazioni come Ahrar al-Sham e Jaish al-Islam, che per Assad, Russia e Iran sono terroristi ma non lo sono affatto per Arabia Saudita e Turchia/Qatar.

Ciò che non ha impedito a Mohamed Zahran Alloush, esponente di primo piano di Ahrar al-Sham, di manifestarsi a Ginevra reclamando la guida dell’intera delegazione dell’opposizione. La diatriba su chi abbia diritto all’invito dell’Onu non stupisce, considerando che in dicembre a Riad, cui l’occidente ha affidato il compito di compilare una lista unitaria dell’opposizione, sono confluiti oltre 100 esponenti di fazioni in armi o all’estero, e anche Damasco ha compilato una propria lista.

Così come i curdi, riunitisi a Rmilian, nel nord-est siriano, convenendo su una piattaforma laica e un progetto dichiarato di autonomia.

Ma la delegazione curdo-siriana, l’Unione Democratica PYDed il suo braccio armato Ypg, giunta in anticipo su tutti sperando in un invito al tavolo, è ripartita con il viatico di un vago ‘si vedrà’ per il veto della Turchia che li considera terroristi al pari del Pkk.

Un vero paradosso, visto che da anni i curdo-siriani stanno combattendo sul terreno l’Isis sorretti dai raid della Coalizione a guida americana. Si vedrà. Nell’imbarazzo, Washington ha considerato opportuno inviare un suo rappresentante a Kobane.

Un terzo fattore ricorrente è l’attivismo militare delle parti in concomitanza con l’avvio delle trattative. Bombardamenti e assedi servono ad acquisire territori da mettere sul tavolo quando si tratterà di organizzare la “nuova Siria”. Di cui, peraltro, testi e dichiarazioni ufficiali continuano a prefigurare l’integrità territoriale.

Rafforzato attivismo delle forze di Assad
Oltre alla citata eclatante azione terroristica dell’Isis contro Saida Zeinab, si registra il rafforzato attivismo delle forze di Assad e filo-Assad inteso a sgomberare il campo da combattenti Isis e non-Isis nelle aree di Latakia, Homs, Hama, Aleppo, ma anche nel sud a ridosso di Israele, e a est intorno a Der-er-Zoor, verosimilmente calcolandone il più prezioso valore strategico ed economico rispetto alle zone desertiche protese verso l’Iraq.

Poiché tutte queste azioni sono sorrette da raid russi, e Mosca sta intensificando la sua presenza e potenza di fuoco ivi incluso a ridosso delle frontiere turche, il pensiero va automaticamente al posizionamento della Russia, già ora dominante sul terreno e forse, nelle mire, destinato ad esserlo in futuro.

Mosca dovrà tuttavia calcolare per quanto tempo reggere un ingente impegno militare che rischia di prospettarsi lungo, e soprattutto misurare il perseguimento dei suoi obiettivi strategici con le strategie altrui.

Il Pentagono ha chiesto di aumentare il bilancio anti-Isis di +35% per il 2017. Taluni europei sono ormai presenti in Siria con raid aerei e forze speciali. Ma il lavorìo Kerry-Lavrov per evitare fragorose frizioni continua. Un tema certamente all’ordine del giorno della ministeriale dei 23 paesi della coalizione anti-Isis ospitata a Roma.

Le prospettive
In simili circostanze, e considerato il fossato maturato nei cinque anni di guerra tra i protagonisti interni e i contrasti da ultimo aggravatisi tra i protagonisti esterni, Iran e Arabia Saudita (l’assalto all’Ambasciata saudita a Teheran) e tra Russia e Turchia (l’abbattimento del jet russo ai confini), nessuno si attende che da Ginevra emergano risultati a breve.

Il programma contenuto nel documento di base sancito il 14 novembre a Vienna, e codificato nella Ris. 2254 del CdS, indica 18 mesi entro i quali organizzare “a credible, inclusive, non-sectarian governance”, riformare la Costituzione siriana e convocare elezioni, garantendo unità, indipendenza, integrità territoriale, e carattere non settario del paese. Ma l’equilibrio da reperire tra le forze in campo, militari e politiche, è estremamente difficile. Basteranno i pochi mesi prospettati?

L’auspicio è che lo scenario negoziale non finisca per trascinarsi per anni nell’ambiguità e assertività dei protagonisti interni ed esterni senza reperire una via di sbocco: esiste purtroppo nella regione un tragico precedente, che da decenni registra rigurgiti di violenza. Nonostante una miriade di Risoluzioni onusiane.

Con l’aggravante che, nel caso della Siria, altri 4 milioni di profughi, nelle previsioni, si affolleranno sui barconi e percorreranno, a costo della propria vita, ogni traiettoria agibile verso l’Europa, intercettati da trafficanti di ogni tipo che verseranno i proventi all’Isis, e che l’Isis stesso si riorganizzerà più vicino alle nostre coste.

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