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Usa 2016

Putin serve l’assist a Trump, Hillary fa gol

21 Dic 2015 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Vladimir Putin serve un assist a Donald Trump, ma manda in gol Hillary Clinton. Il presidente russo ha compiuto una vera e propria incursione nella campagna per l’elezione, l’8 novembre 2016, del nuovo presidente degli Stati Uniti: durante la conferenza stampa fiume di fine anno al Cremlino, ha reso un omaggio tanto plateale quanto gratuito al magnate dell’immobiliare che guida la corsa alla nomination repubblicana.

Ne ha, però, tratto beneficio la battistrada democratica, andata in gol in contropiede, sostenendo che ‘Donald il rosso’ compromette la sicurezza dell’Unione con le sue sortite e le sue amicizie.

Per Putin, Trump “è il leader assoluto” della campagna statunitenseed è “benvenuto” perché “vuole portare a un livello più profondo i rapporti con la Russia”. Mosca, ha comunque aggiunto Putin, con un sussulto di prudenza, “collaborerà con chiunque sarà il nuovo presidente” degli Stati Uniti.

Trump lo showman
L’eco di Trump non s’è fatta attendere: “È sempre un grande onore ricevere complimenti da un uomo così rispettato, nel suo Paese e altrove”, ha detto, facendo un comizio a Columbus, nell’Ohio. “Penso che Usa e Russia dovrebbero riuscire a lavorare bene insieme per battere il terrorismo e portare la pace nel mondo”.

La mossa del presidente russo rischia di rivelarsi un boomerang: non lo aiuterà a migliorare i rapporti non idilliaci con il presidente Barack Obama, né glieli garantirà buoni con il successore, specie se non sarà Trump, lusingato dall’elogio, ma pure imbarazzato. Lo showman non fa mistero dell’ammirazione per l’autocrate russo e ne confronta spesso la determinazione in politica estera con le esitazioni di Obama.

L’elogio di Putin ha comunque distratto un po’ l’opinione pubblica dalle polemiche suscitate dalle battute dello showman: dalla proposta di chiudere internet a quella di mettere al bando dagli Usa i musulmani.

Trump resta largamente in testa nei sondaggi nazionali, davanti ai senatori Ted Cruz (Texas) e Marco Rubio (Florida).

Ben Carson, l’ex neurochirurgo nero, un neofita della politica come Trump, che a ottobre era spalla a spalla col magnate dell’immobiliare, è scivolato al quarto posto. Jeb Bush, favorito sei mesi or sono, viaggia sul 5%. Se si guarda però allo Iowa, dove le assemblee di partito apriranno la stagione delle primarie il 1o febbraio, Cruz è davanti a Trump o alla pari.

Due dibattiti in diretta televisiva hanno chiuso questa fase della campagna elettorale. A gennaio, si contano soldi in cassa e riserve d’energia; da febbraio, si contano i voti e i delegati.

Sanders e il data gate Dem
Clinton ha usato il terzo dibattito fra i candidati democratici per attaccare Trump più che i suoi innocui rivali interni.

Sul palco di Manchester, nel New Hampshire, dove le primarie si faranno il 9 febbraio, e in diretta televisiva sulla Abc, la Clinton e gli altri aspiranti democratici, il senatore del Vermont Bernie Sanderse l’ex governatore del Maryland Martin O’Malley hanno anzi mostrato molto fair-play.

Hillary è parsa rilassata e a suo agio: ha scherzato su se stessa (“Tutti dovrebbero amarmi”) e sul ruolo che avrà il marito Bill, l’ex presidente; ha citato, in chiusura, la saga di Star Wars di cui è appena uscito l’ultimo episodio (“che la forza sia con voi”); e s’è pure presentata in ritardo alla ripresa dopo la pausa, scusandosi.

Il confronto s’è sviluppato su un doppio binario: sicurezza nazionale e lotta al terrorismo – la Clinton dice no a nuove guerra e sì ai controlli sulle vendite di armi -; e situazione economica – Hilary ripete di volere tassare di più i ricchi, mentre esclude maggiori tasse alla classe media.

Sanders arrivava al dibattito dopo un vortice di polemiche, perché la sua campagna aveva, pare per errore, sottratto dati a quella di Hillary. Il senatore, che ha appena avuto l’appoggio d’un grosso sindacato, s’è però subito scusato con la ex first lady e con i suoi sostenitori per il pasticcio combinato. Pace fatta e incidente chiuso, a dimostrazione dell’assenza di animosità in campo democratico.

Repubblicani, tutti contro Trump
Sul palco di The Venetian a Las Vegas, invece, era stato scontro senza quartiere tra i candidati repubblicani, ancora 15: tutti contro tutti sui temi caldi del momento, sicurezza e lotta contro il sedicente “stato islamico”.

Le ricette sono molto diverse, più o meno interventiste. A ricordarsi che l’avversario da battere, l’Election Day, sarà la democratica Clinton è praticamente solo Carly Fiorina, l’ex Ad di Hp, l’unica donna, che chiama in causa l’ex segretario di Stato e la accusa di essere, con Obama, responsabile della nascita dell’autoproclamato Califfato.

I senatori Cruz e Rubio, entrambi ispanici, ed entrambi in crescita, si scontrano praticamente su tutto, intervento militare, sicurezza interna, immigrazione, mentre Trump non rinnega, anzi rilancia, le più controverse delle sue posizioni: “Non stiamo parlando di isolamento, ma di sicurezza. Non stiamo parlando di religione, ma di sicurezza”.

Bush è il più critico con lo showman, “bravissimo – concede – nelle frasi ad effetto”, ma che “è un candidato del caos e sarebbe un presidente del caos”: lui sarà “un comandante in capo, non un agitatore in capo”.

Anche il governatore del New Jersey Chris Christie si ritaglia uno spazio: vuole una ‘no fly zone’ sulla Siria e sarebbe pronto a fare abbattere un aereo russo, se la violasse. Il che conferma la confusione persistente tra amici e nemici in quella zona.

Su un punto, Trump ha un po’ tranquillizzato l’establishment repubblicano che vede una sua candidatura come fumo negli occhi, ma che teme ancor più una sua candidatura come indipendente; lui l’ha esclusa, smentendo le voci in tal senso.

E lo stesso ha fatto Carson, pure sospettato di tentazioni ‘indipendentiste’, ma forse ormai più tentato dal ritiro che altro.

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