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Ue-Israele

Le etichette della discordia sui prodotti israeliani

23 Dic 2015 - Claudia De Martino - Claudia De Martino

L’Unione europea, Ue, si dà nuove linee guida per disciplinare l’entrata dei prodotti israeliani provenienti dai Territori Occupati. Si tratta di una “nota interpretativa” che, dal mese scorso, si limita a imporre la denominazione di origine ai prodotti dei Territori Occupati che accedono al mercato Ue.

Tale nota è stata recepita dal governo israeliano come una misura dall’alto valore simbolico: Il premier Benjamin Netanyahu ha annunciato che Israele sospenderà di conseguenza tutti gli incontri tra alte autorità israeliane e diplomatici Ue.

Anche se 550 eminenti personalità israeliane del mondo della cultura si sono espresse e a favore della nota, la maggior parte delle forze politiche e dell’opinione pubblica israeliana ha interpretato la misura come l’ennesima manifestazione del doppio standard europeo nei confronti di Israele.

Se il ministro della Giustizia Tzipi Livni ha parlato di boicottaggio economico, Avigdor Lieberman, del partito di estrema destra Israel Beitenu, ha equiparato l’etichettatura dei prodotti all’imposizione della stella di David agli ebrei durante la II Guerra Mondiale, ricorrendo ad una retorica ormai consueta nelle relazioni Ue-Israele.

Relazioni economiche Ue-Israele
La nota Ue si inserisce, in realtà, in un percorso di approfondimento delle relazioni economiche con Israele, coronato nel 2012 dall’adozione di misure senza precedenti, tra le quali un accesso preferenziale di Israele al mercato unico europeo e una cooperazione rafforzata nei settori dei trasporti e dell’energia.

Tuttavia, già nel 2012, Catherine Ashton, ex Alto rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell’Ue, si pronunciava a favore di un blocco delle relazioni con gli insediamenti.

La Commissione Ue aveva allo studio una proposta globale di disincentivazione alla collaborazione dei Paesi Ue con gli insediamenti posti oltre la Linea verde – la linea di demarcazione che separa Israele dai Territori Occupati durante la Guerra del ’67 – che avrebbe potuto condurre anche ad un bando totale di tali prodotti dal mercato Ue. (“Guidelines on the eligibility of Israeli entities and their activities in the territories occupied by Israel since June 1967 for grants, awards and financial instruments funded by the EU from 2014 onwards”, 19/7/2013)

L’attuale nota non include nessuna di queste misure, ma l’opinione pubblica israeliana teme che essa costituisca il primo passo verso una campagna internazionale di delegittimazione degli insediamenti.

Finanziamenti all’occupazione
Uno studio intitolato “Exposing the Israeli Occupation Industry”, elaborato dal centro di ricerca Who Profits, evidenzia varie categorie di operazioni con cui le banche israeliane finanziano direttamente o indirettamente attività relative all’occupazione:
1) prestiti per mutui per case nei Territori;
2) servizi finanziari alle autorità locali;
3) prestiti per costruzioni negli insediamenti;
4) banche operative locali. Le banche israeliane, infatti, non possono – secondo la legge nazionale – discriminare in base alle aree di applicazione nella concessione dei finanziamenti.

Si teme anche che alcune compagnie multinazionali e istituzioni israeliane potrebbero diventare soggetti ineleggibili per i progetti Ue: la compagnia Paz Oil, leader nel settore energetico, la Elbit Systems Ltd, leader di sistemi elettronici di difesa o il nuovo campus dell’università di Ariel.

Quello di cui Israele ha paura, in definitiva, sono gli effetti a lungo termine di queste linee guida, che hanno il merito di richiamare l’attenzione internazionale sulla illegalità delle colonie israeliane.

Steven J. Rosen, analista del Middle East Quarterly, sostiene che questa nuova nota danneggerebbe anche l’Europa: Israele ha importato dall’Ue più del 46% di quanto ha esportato e questi scambi commerciali avrebbero creato più posti di lavoro nella Ue che in Israele.

Tuttavia, le linee guida avranno un impatto limitato nelle relazioni commerciali Ue-Israele, perché solo il 2% dei prodotti industriali e agricoli che Israele esporta nella provengono dagli insediamenti.

Posizione Ue sugli insediamenti israeliani
In realtà, il dissidio tra Ue e Israele riguarda la concezione stessa degli insediamenti: la Ue non distingue, infatti, tra diverse tipologie, mentre Israele non considera alcun insediamento come illegittimo, tranne singoli avamposti non autorizzati.

La Ue si rifà, infatti, a una definizione di “Territori Occupati” come tutti i territori conquistati da Israele nella guerra del ’67 ad oggi contestati: una posizione diversa da quella degli Stati Uniti, per cui il compromesso è quello raggiunto a Camp David, che compieva una distinzione tra colonie costruite vicino alle città israeliane (come Ma’ale Adumim, Modi in Illit, Gush Etzion e Givat Ze’ev, che costituiscono il 5-9% della superficie dei Territori ma concentrano l’80% dei coloni e che sarebbero potuti passare sotto la sovranità israeliana in cambio di compensazioni territoriali), e insediamenti tout court, impiantati nel cuore della Cisgiordania (e prima Gaza): i cosiddetti “insediamenti ideologici”.

Il governo israeliano, inoltre, considera la posizione europea faziosa, poiché la Ue non si è mai pronunciata analogamente sull’occupazione turca a Cipro Nord, né su quella marocchina del Sahara Occidentale, arrivando persino a legittimare in entrambi i casi lo status quo.

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