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Arabia Saudita

I Saud aprono le urne alle donne, ma non alle nuove generazioni

19 Dic 2015 - Umberto Profazio - Umberto Profazio

Le prime elezioni aperte alle donne. Così passeranno alla storia le municipali saudite dello scorso 12 dicembre. L’elezione di rappresentanti femminili presso i diversi Consigli del regno, gli unici eleggibili, rappresenta un segnale importante verso la progressiva emancipazione delle donne nel Paese, ma non può far sottacere le numerose criticità del regno saudita sia per la promozione del ruolo delle donne in ambito pubblico, sia in materia di rispetto dei diritti umani.

Oltre al voto per le donne c’è di più
Per quanto rilevanti, le azioni di Riad per promuovere una piena eguaglianza di genere sono ancora ben lontane dai principali standard internazionali. Gli stessi numeri forniti dalla Commissione Elettorale saudita sono esemplificativi al riguardo: sono state solo 978 le donne che si sono registrate come candidate per questa tornata elettorale, rispetto a 5.938 uomini.

Ancora più chiari sono i dati relativi ai votanti: di fronte a 1 milione e 350 uomini registratisi per poter votare, le donne sono state solo 130mila.

Al di là dei numeri, sia pur significativi, è risultato difficile per le donne condurre una campagna elettorale: la rigida separazione dei sessi ha impedito un contatto diretto delle candidate con l’elettorato maschile, costringendole a utilizzare come canali comunicativi solo siti internet e social network o affidando il proprio messaggio a intermediari.

Ciò a causa dell’esistenza di una serie di obblighi tradizionali, come il necessario permesso da parte degli uomini della famiglia per spostarsi, lavorare o sposarsi, oltre al più famoso divieto di guida.

Più in generale, in Arabia Saudita permangono numerose criticità relative al rispetto dei diritti umani. I dati pubblicati dai principali organismi di monitoraggio sono negativi: l’organizzazione Freedom House nel suo Freedom in the World 2015 giudica l’Arabia Saudita un Paese “non libero”, assegnandole il peggior punteggio sia per le libertà civili che per i diritti politici; e Reporters sans frontières assegna a Riyadh il 164°posto su 180 Paesi nel suo Press Freedom Index 2015.

Né aiuta a risollevare l’immagine internazionale del Paese la perdurante applicazione della pena capitale: agli inizi di novembre Amnesty International ha stimato in 151 le esecuzioni nei primi 10 mesi dell’anno, il numero più alto in circa due decenni. L’insieme di questi dati sembra ridimensionare l’evento, sia pur storico, del voto femminile.

Il wahabismo e l’assolutismo saudita
Le ragioni di tali criticità possono essere ricondotte a due fattori, uno più propriamente religioso, e uno di tipo politico. Per quanto riguarda il primo aspetto occorre risalire alla stessa fondazione del regno, costituitosi grazie all’alleanza tra la tribù dei Saud e i successori del predicatore Mohammed bin Abd al-Wahab, il fondatore del movimento religioso wahabita.

Caratterizzato da aspetti radicali, il wahabismo promuove un ritorno alla purezza religiosa, facendo riferimento alle pratiche del Profeta Maometto e dei suoi immediati successori.

L’alleanza con la dinastia dei Saud ha consentito non solo il consolidamento del wahabismo nella penisola arabica, ma anche la sua diffusione regionale. Con effetti perversi, come fatto notare da diversi studiosi che hanno sottolineato i punti in comune tra la dottrina wahabita e il fondamentalismo jihadista.

È prevedibile che tale alleanza, che costituisce le stesse fondamenta del regno, sia destinata a perdurare, con inevitabili ripercussioni sul rispetto dei diritti umani e della parità di genere.

Dal punto di vista politico invece il voto del 12 dicembre ha una chiara dimensione locale e non va a incidere minimamente sull’apparato centrale di governo. Le elezioni infatti riguardavano solo i Consigli municipali, che hanno in genere limitati poteri su materie come il verde pubblico, la viabilità e i rifiuti.

Introdotte nel 2005 nell’ambito di una programma di riforme da parte di re Abdullah, le elezioni si sono tenute una seconda volta nel 2011, con la promessa da parte del sovrano di consentire la partecipazione femminile nel corso di quest’anno.

Lo stesso Abdullah era andato oltre nel 2013, spingendosi fino a nominare rappresentanti femminili nel Consiglio della Shura, organo consultivo del governo centrale. Nei decreti di nomina di 30 rappresentanti femminili (su un totale di 150), il monarca aveva anche stabilito una riserva del 20% per le donne nel Consiglio.

L’idea era quella di prevenire ogni possibile pretesto per manifestazioni e proteste nel regno, dopo gli eventi della cosiddetta “primavera araba” che avevano provocato grandi timori presso la corte saudita.

Nello stesso ambito erano stati adottati provvedimenti di riforma della famigerata Commissione per la Promozione delle Virtù e la Prevenzione del Vizio, sorta di polizia religiosa i cui abusi avevano creato diverse polemiche negli scorsi anni.

Passaggio generazionale
Più che ai Consigli municipali e al Consiglio della Shura, è sulle vicende di corte che occorre spostare l’attenzione per capire le dinamiche politiche del regno.

Con la morte di re Abdullah, il 22 gennaio scorso, l’ascesa del fratellastro Salman ha causato dubbi e preoccupazioni nei principali osservatori internazionali per l’approssimarsi del fatidico passaggio generazionale. Abdullah aveva rimandato il problema nominando il Principe Muqrin come secondo in linea di successione dopo Salman, ma tale decisione è stata sovvertita il 29 aprile, quando un nuovo decreto reale ha sostituito Muqrin con Mohammed bin Nayef, nuovo Principe della Corona.

Salman ha infine indicato suo figlio Mohammed bin Salman come secondo in linea di successione.

La decisione sembra aver confermato la linea conservatrice del regno, in parte attutita da Abdullah, anche per il dopo-Salman. Oltre a essere una figura gradita agli Usa, con cui ha collaborato in diverse occasioni nell’ambito del contrasto al terrorismo di matrice qaedista, Mohammed bin Nayef è conosciuto per l’intransigenza non solo nei confronti dei terroristi, ma anche dei riformatori.

Molti dubbi si concentrano anche sul giovane Mohammed bin Salman: nominato Ministro della Difesa e a capo del Consiglio per gli affari economici e dello sviluppo, il suo principale biglietto da visita sembra essere stata l’avventura in Yemen che dal fine marzo scorso vede l’Arabia Saudita alla guida di una coalizione di Stati arabi contro i ribelli Houti e a sostegno del Presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi.

Nonostante il passaggio storico del 12 dicembre, non sembrano quindi essere cambiati i fattori principali che guidano le dinamiche politiche in Arabia Saudita, inestricabilmente legate alle vicende di corte. L’interventismo saudita, associato alla forte repressione interna, resteranno prevedibilmente delle costanti negli anni a venire, all’approssimarsi del tanto atteso salto generazionale.

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