IAI
Conferenza sul clima di Parigi

COP21, la risposta dei colossi italiani

21 Dic 2015 - Lorenzo Colantoni - Lorenzo Colantoni

“Oggi celebriamo, domani dovremo agire” questo il commento con il quale il commissario europeo per l’azione per il clima e l’energia, Miguel Arias Cañete, ha chiuso la Conferenza sul Clima di Parigi, COP21.

Uno dei messaggi chiave trasmessi dalla COP21 è che il valore principale dell’accordo firmato non è nelle misure che praticamente propone, quanto nel quadro politico e di investimenti che prospetta. Il suo successo dipenderà principalmente tanto dalla convenienza economica di questi, quanto dalla serietà degli stati membri Onu nel rispettare gli impegni presi.

Accordo ambizioso, ma poco vincolante
La definizione stessa dell’Accordo di Parigi ha visto Ue ed Italia coinvolte attivamente per il raggiungimento della firma, ottenuta in termini significativamente vicini alle aspettative.

L’accordo finale è un ibrido che contiene in parte aspetti legalmente vincolanti, come nella proposta Ue, e in parte non, per evitare di scontrarsi con lo scoglio della ratifica da parte del Senato Usa a maggioranza repubblicana.

Una soluzione che va d’accordo con i quattro obiettivi principali della High Ambition Coalition (una coalizione formata segretamente sei mesi fa da oltre 100 paesi, tra cui 79 africani, caraibici e del Pacifico, gli Stati Uniti e gli stati membri dell’Ue): l’ottenimento di un accordo legalmente vincolante; un obiettivo di lungo termine in accordo con il quadro scientifico; una revisione degli obiettivi nazionali ogni cinque anni e un sistema per tracciare il progresso dei singoli stati nel raggiungimento di questi. Misure, queste ultime, confermate nella versione finale dell’Accordo e valide – nonostante l’opposizione di Cina ed India – dal 2023.

L’Ue e, in generale, la High Ambition Coalition, sono poi riuscite nel difficile compito di portare il livello di ambizione dell’accordo oltre la limitazione dell’innalzamento delle temperature a 2 gradi, introducendo un riferimento al limite di 1,5 gradi che ridurrebbe significativamente il rischio per le zone più vulnerabili, come le isole.

Nonostante il risultato sostanzialmente positivo, l’Accordo di Parigi ha diversi punti deboli. L’alternanza vincolante/non vincolante potrebbe minare la sua forza, in particolare a proposito dell’impegno nazionale verso il fondo da 100 miliardi, già firmato a Durbam, ma a cui Obama per primo aveva negato sostegno.

Generico poi il richiamo alla finanza a sostegno della lotta al cambiamento climatico. I combustibili fossili non vengono mai nominati e le rinnovabili solo una volta. Simile la dicitura sul picco di emissioni che dovrà essere raggiunto “appena possibile”.

Senza contare poi la mancanza di un meccanismo o un’istituzione a garanzia del rispetto dell’accordo, o la definizione delle conseguenze in caso di violazione.

La svolta green di Enel ed Eni
Rinnovabili e gas ricevono una spinta positiva dall’accordo, come risultato dell’incoraggiamento alle tecnologie verdi per le quali, ad esempio, Goldman Sachs ha promesso una quadruplicazione del proprio budget in risposta del risultato della COP21.

Un andamento in linea con diverse scelte del settore privato, come quella storica di E.ON di disinvestire completamente dai combustibili fossili. Simili le mosse di Enel ed Eni.

La prima è da tempo impegnata in una svolta green, confermata in particolare dal piano per il 2019 che prevede una crescita degli investimenti da 2,7 a 17 miliardi, di cui oltre la metà destinata alle rinnovabili, e dalla recente decisione di integrare Enel Green Power(EGP) in Enel.

Allo stesso modo Eni ha annunciato la creazione di una direzione separata “Energy Solutions”, con un forte focus sulla riduzione delle emissioni di CO2. Una posizione coerente con la lettera firmata da questa e altre 9 compagnie petrolifere, tra cui BP e Shell, per proporre soluzioni contro il cambiamento climatico, e in cui gas, Carbon Capture and Storage (CCS), efficienza energetica e un maggiore accesso della popolazione mondiale all’energia hanno un ruolo chiave.

Gas, combustibile di transizione
La posizione dell’Italia e delle compagnie italiane assume in questo senso una valenza particolarmente rilevante anche a livello internazionale, come confermato anche dai 13 milioni già stanziati per lo sviluppo delle rinnovabili e l’azione sul clima nei confronti degli Stati africani.

Il ruolo potenziale del gas come combustibile di transizione, soprattutto per il phase out del carbone e per garantire maggiore accesso all’elettricità nell’Africa Subsahariana, contribuisce all’importanza delle scoperte Eni, tra gli altri, in Egitto (nel giacimento di gas Zohr) e in Angola.

Il know-how di compagnie come Egp e Italgen rappresenta una risorsa particolarmente importante sia per il Nord Africa, dove queste possono essere una valida soluzione alla crescente domanda energetica di Paesi come Egitto e Algeria, che per l’Africa Subsahariana, dove soluzioni come quelle delle mini-grid (interconnessione elettrica tramite mini reti locali) possono garantire l’accesso all’energia a popolazioni sparse sul territorio e per cui la connessione elettrica tradizionale potrebbe essere troppo costosa.

Strategia energetica nazionale da affinare
Sono fattori questi che pongono l’Italia in una posizione strategica per il post COP21, considerando anche le sue potenzialità, come hub del gas mediterraneo ancora largamente inespresse, ma che richiedono un affinamento della strategia italiana. Il focus sull’attività estrattiva espresso dalla Strategia energetica nazionale è, in questo senso, poco compatibile con i risultati della COP21.

Allo stesso modo, maggiore coerenza è richiesta riguardo alle risorse rinnovabili che hanno subìto una battuta d’arresto nel Paese a fronte di una riduzione del sostegno statale: comeriporta Legambiente, gli incentivi in conto energia per il solare fotovoltaico sono stati cancellati nel 2013 e sono 15 i progetti per l’eolico off-shore bloccati da anni. Un quadro che ha ridotto le installazioni da 10.663 MW nel 2011 a 733 nel 2014.

Il tutto con ancora 14,7 miliardi di euro spesi in sussidi ai combustibili fossili nel 2014.

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