IAI
Perché non basta la sola crescita

Contro le guerre priorità al lavoro

28 Dic 2015 - Laura Mirachian - Laura Mirachian

Olivier Blanchar, fino a ieri capo economista del Fondo monetario internazionale , Fmi, commentando il rialzo dei tassi di interesse della Fed a lungo annunciato e ora deciso, evidenzia i limiti della politica monetaria ai fini della ripresa, e sostiene di non aspettarsi miracoli nemmeno dalle riforme strutturali, segnalando invece la priorità di creare lavoro e di contrastare con “misure appropriate” il fenomeno delle diseguaglianze sociali.

Moralmente sbagliato, politicamente pericoloso, dice. Sullo stesso tasto batte del resto da tempo Christine Lagarde, aggiungendo tra le raccomandazioni la promozione del ruolo e l’empowerment delle donne.

Le diseguaglianze e la Sponda sud
Ancorché evocato ormai da numerose sedi internazionali e dai più attenti economisti, il tema delle diseguaglianze, accentuatesi vistosamente durante questi anni di crisi e di recessione, non è ancora arrivato a pieno titolo sui tavoli che contano.

Si riconosce il fenomeno, ma si spera che prima o poi la ripresa economica comporti automaticamente un risanamento. Ancorché siano in pochi, ivi incluso oltre Atlantico, a prevedere una ripresa sicuramente solida e ravvicinata.

Pesano inoltre le incognite della Cina e dell’ex-terzo mondo che dal rialzo dei tassi americani potrebbero anzi subire ripercussioni negative in termini di drenaggio di capitali stranieri, e pesa, per quanto riguarda il lavoro, la rivoluzione epocale riconducibile alla globalizzazione e alle nuove tecnologie che su di esso avranno un crescente impatto.

Eppure, nessuno può negare che i gravi sovvertimenti politico-sociali che ci circondano non abbiano a che fare con le diseguaglianze e con la mancanza di lavoro. Valgano i richiami di Papa Francesco.

Ricordiamo come scattò la scintilla delle “primavere arabe”? L’episodio del giovane tunisino con il suo carretto di frutta non autorizzato? La vicenda infiammò miriadi di altri giovani propagandosi nel vasto scenario del mondo arabo, e travolgendo incaute leadership lontane dai propri popoli, fino ad approdare alle guerre civili tuttora in corso e ai vuoti istituzionali colmati dal radicalismo estremo.

Al di là delle tinteggiature religiose, “giustizia” è lo slogan che attrae queste masse, la rivendicazione storico-sociale-politica che sorregge guerre e rivolte, la spinta che le alimenta, sfruttata a fondo da menti insane e affamate di potere.

Ed è la ricerca di “lavoro” che, sommata a insostenibili condizioni generali di vita, ammassa su precari barconi folle di giovani africani, anch’essi a lungo abbandonati da dirigenze predatorie e autoreferenziali.

L’approccio MED 2015
Correttamente la riflessione italiana, che spesso anticipa quella di altri partner perché poggia su solide tradizioni umanistiche che mettono al centro bisogni e aspirazioni della persona, propone – come da ultimo nella Conferenza Internazionale MED 2015 alla Farnesina – un approccio che non si limiti alla lotta al terrorismo, pur indispensabile a questo stadio, ma metta in campo una “strategia integrata” che utilizzi ogni strumentazione disponibile, nazionale, regionale, multilaterale, sul piano dello sviluppo economico e sociale, e non ultimo culturale.

La Conferenza, che ha riunito oltre 400 rappresentanti del mondo politico, economico, culturale, ha prospettato, accanto a misure di prevenzione della radicalizzazione, all’interruzione dei finanziamenti alle entità terroriste, a una narrativa di contrasto a quella utilizzata dal terrorismo, a una equilibrata politica per l’immigrazione, nuove opportunità di crescita economica (anche con l’apporto del settore privato e di una Banca per il Mediterraneo), e il rilancio di una cooperazione culturale.

Quanto al metodo, una paziente ricucitura del dialogo ai vari livelli e segmenti della società, che gradualmente favorisca una migliore comunicazione in un’ottica di rispetto delle identità culturali.

Una strategia che non può esaurirsi in pochi mesi, e nemmeno probabilmente in pochi anni, ma che potrà rivelarsi vincente. Colmare le distanze, sanare per quanto possibile le ferite storiche, e gli errori più recenti, impostare un tragitto che poggi sulla fiducia della gente e non solo delle leadership, pensare ai bisogni concreti, lavoro e opportunità di scalata sociale, che significa speranza per il futuro. Utilizzare la generosità dei nostri giovani, e del nostro volontariato, e non ultimo il prezioso contributo femminile.

Una strategia impegnativa, che richiede una revisione delle politiche del recente passato di mera esportazione in blocco dei nostri valori, sperimentata con clamorosi insuccessi ivi incluso dall’Unione europea con la sua stringente “condizionalità”.

I valori non si trasferiscono “oneshot”, maturano gradualmente, il nostro compito è semmai di accelerare questa maturazione, coltivando le istanze migliori delle altrui società e alimentando la crescita dei ceti medi.

In tal senso sembra muovere del resto anche la Ue con la Nuova Politica di Vicinato in corso di definizione, che evoca appunto un “approccio integrato” , ponendo l’accento sull’occupazione in particolare dei giovani, sulla modernizzazione economica e l’impresa, su una maggiore flessibilità nell’uso degli strumenti finanziari, e sul principio di una più decisa “ownership” degli stessi partner mediterranei.

Non si può che auspicare che queste idee non subiscano attenuazioni o distorsioni lungo il dibattito dei prossimi mesi e si traducano in proposte di lavoro concrete.

All’Italia spetta il compito di evitare che l’Unione soccomba a regolamenti obsoleti e ripieghi in una dimensione difensiva, e ritrovi invece spirito di solidarietà e slancio politico e morale: la migliore garanzia per la propria sicurezza.

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