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Relazioni internazionali

Fare un check-up alle alleanze

17 Nov 2015 - Giuseppe Cucchi - Giuseppe Cucchi

Nella nuova epoca delle relazioni internazionali nulla può essere considerato come acquisito. Ecco perché l’Italia deve fare attenzione e maturare forti capacità di adattamento.

Visti dagli Stati Uniti
Gli Usa sono il nostro alleato indispensabile, ma quanto noi siamo necessari a loro? Solo poco tempo fa, a Washington, affermavano di preferire una “nuova” Europa, mostrando sprezzante ostilità versa la Russia, incuranti del danno che ciò poteva provocare ad una “vecchia” Europa di cui Mosca era un partner commerciale ed energetico importante.

Intanto si rafforzava lo spostamento dell’attenzione statunitense dall’Atlantico al Pacifico, con qualche problema per quel “legame transatlantico” che ha nella Nato la sua massima espressione.

La scoperta e lo sfruttamento intensivo dei grandi giacimenti nazionali di shale gas garantisce agli Usa (ma non all’Europa) la fine della dipendenza dal Medio Oriente per il rifornimento di energia.

Ed ecco che il Presidente Obama elabora una nuova dottrina strategica che abbandona alla prevalente responsabilità degli alleati europei la gestione di un “Mediterraneo islamico allargato” in cui focolai gravissimi di crisi si evidenziano, l’uno dopo l’altro.

Proseguono le trattative per il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), che dovrebbe regolare il futuro degli scambi fra Ue ed Usa. Ma, al di là di alcuni vantaggi, c’è anche il timore che questo strumento aiuti a mantenere l’Unione nello scomodo ruolo di fratello minore.

Ce ne sarebbe abbastanza per porsi dei dubbi ed iniziare a chiedersi come gli Usa vedano veramente l’Unione europea e se la considerino come “il partner della mano destra”, l’unico al mondo che condivide con l’America i suoi valori oltre che molti interessi. Oppure se la vedano come un possibile avversario, l’unico oltre alla Cina che possa sfidare a scadenza medio-breve il loro primato nel mondo.

Sono però dubbi e domande che per il momento stiamo accuratamente evitando di porci, forse per la paura di scoprire che stiamo vivendo in un mondo in cui non esiste più una chiara ed indiscutibile distinzione fra amici e avversari.

Una Turchia di caserme e moschee
La Turchia è considerata amica da più di sessant’anni, dal 1952, quando entrò nell’Alleanza Atlantica, divenendo il più solido pilastro del suo fianco meridionale. Alla diffidenza iniziale, perché era l’unico socio islamico in un club interamente cristiano e perché le sue Forze Armate mostravano una frequente propensione per i colpi di stato, era subentrato, dopo l’ultimo golpe del 1980, un clima di crescente fiducia.

Molti speravano nella conclusione positiva del negoziato per l’ingresso della Turchia nell’Ue. Di fatto ne siamo ancora lontani, ma sotto ogni altro aspetto la Turchia, sino ad oggi, è stata parte, a pieno titolo, del cosiddetto Occidente.

Eppure, ormai da più di dieci anni la Turchia sta cambiando radicalmente. Al regime dei Generali, che negli ultimi anni del loro potere avevano sostituito ai golpe reali i golpe virtuali – cioè la minaccia del golpe, rivelatasi sufficiente a rimettere in riga i reprobi della classe politica – conservando pelo e vizio, ma anche salvaguardando con efficiente ferocia l’eredità laica di Ataturk, si è progressivamente sostituita la presa del potere da parte di forze confessionali.

All’inizio, il cambiamento, che l’Ue ha indirettamente favorito, è stato salutato come un affrancamento democratico ed esaltato al punto che si è giunti a parlare di “modello turco” per l’islamismo moderato. Poi l’aspetto confessionale è diventato più forte e la gestione del potere più dura e personalizzata.

Oggi la Turchia, sta combattendo due guerre, o almeno due battaglie. Una è quella che oppone il mondo sunnita a quello sciita, e in questo quadro rientra l’atteggiamento equivoco che Ankara ha sino ad ora mantenuto nei riguardi dell’Isis. L’altra è il contrasto in atto per la leadership nel mondo sunnita, che la vede impegnata in un braccio di ferro trilaterale con Egitto e Arabia Saudita.

Sono battaglie completamente estranee all’Occidente e ciononostante, avvalendosi della sua membership nella Nato, la Turchia cerca di coinvolgerci, adducendo i più vari fra i motivi e giocando con abilità con almeno un paio di articoli del Patto Atlantico.

Siamo di fronte al tentativo di farci combattere battaglie che non sono nostre, in cui oltretutto gli oneri di una eventuale sconfitta ricadrebbero pressoché interamente sulle nostre spalle mentre quasi soltanto ai turchi andrebbero i vantaggi di una ipotetica vittoria.

Ce ne sarebbe abbastanza per iniziare a porsi dei dubbi e per chiedersi se la Turchia sia ancora da considerare come un paese amico o se invece non sia opportuno assumere nei suoi confronti un atteggiamento più distaccato, valutando ove realmente risieda il nostro interesse.

Sono però dubbi e domande che per il momento evitiamo accuratamente di porci, forse anche perché sollevare il problema della Turchia vorrebbe dire porre sul tavolo anche quello di una Nato che occorrerebbe rifondare ex novo. Una prospettiva che nessuno dei membri della Alleanza è ancora pronto ad affrontare.

Quando l’Egitto cambia i suoi interessi
Da quando il Presidente Sadat si liberò della pesante tutela sovietica, l’Egitto è stato considerato come il miglior amico dell’Occidente nel mondo arabo: il “custode di Suez “, assolutamente affidabile e forza trainante di moderazione e stabilità, capace, con il suo esempio, di far cessare il periodo dei conflitti panarabi contro Israele.

Il rapporto con l’Italia era divenuto col tempo molto forte, tanto che per un lungo periodo il nostro paese seguiva immediatamente gli Stati Uniti nella considerazione degli egiziani.

Da tempo però gli interessi dell’Occidente in generale, e quelli italiani in particolare, divergono da quelli del Cairo. Noi avremmo infatti bisogno di riuscire a superare la crisi libica, ricompattando il paese in un’organizzazione statale unica e rallentando, o facendo addirittura cessare, il flusso continuo di disperati che raggiungono le nostre rive dall’altra sponda.

Per l’Egitto invece questa è l’occasione buona per estendere, attraverso il cosiddetto Governo di Tobruk, la sua influenza all’intera Cirenaica. Un passo di portata non indifferente, considerato come la massa del petrolio libico proprio in Cirenaica venga estratto.

È logico, a questo punto, che Il Cairo si opponga all’ipotesi di un governo di compromesso che riporti il paese all’unità, una soluzione che invece piacerebbe molto all’Italia.

Naturalmente chi si oppone non è il governo del Cairo, bensì parte almeno di quello di Tobruk: una fazione che ora cerca di inasprire il contrasto lanciando ingiustificate accuse di violazione delle sue acque territoriali. Dietro il Generale Haftar si intravede però l’ombra del Generale Al Sisi.

Ce ne sarebbe abbastanza per iniziare a porsi dei dubbi e per chiedersi se in effetti l’Egitto non abbia in realtà cessato di essere la nostra precisa controparte politica, il nostro interlocutore preferito, quando non privilegiato, sull’altra sponda del Mediterraneo.

Sono però dubbi e domande che evitiamo accuratamente di porci, forse anche perché ciò che risulterebbe necessario al termine di una realistica analisi sarebbe una completa revisione della nostra politica con il mondo arabo.

Usa, Turchia ed Egitto sono tre casi utilizzati come esempio di rapporti da non dare per scontati e da valutare invece volta per volta, in rapporto all’obiettivo che noi e loro vogliamo conseguire nella specifica contingenza.

Se poi si passa dai paesi amici a quelli che un tempo erano considerati nemici, la Russia, la Cina, l’Iran, la conclusione è assolutamente speculare. Ma se le cose stanno così, possiamo ancora accettare che i nostri interlocutori continuino a pensare che possono darci per scontati?

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