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Guerra al Califfato

Dopo Parigi, il ruolo dell’Italia

19 Nov 2015 - Mario Arpino - Mario Arpino

È in atto una guerra privata tra il “califfo” e la Francia? Al momento, questo è ciò che appare. Il presidente François Hollande tende a coinvolgere un po’ tutti, appellandosi alla solidarietà europea prevista dall’articolo 42, comma 7, del Trattato di Lisbona e citando, solo di conseguenza, l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite e il 5 del Trattato dell’alleanza atlantica.

Poteva anche rivolgersi solo alla Nato, ma così avrebbe escluso la Russia, al momento il principale “alleato” in termini di capacità e volontà di intervento. E tutti gli altri? La trattativa sul tipo e sul livello di supporto sarà bilaterale. Un “porta a porta” necessario, se si considera che nessuno degli articoli comporta obblighi specifici.

Che cosa l’Italia sta già facendo
L’Italia si era già mossa da tempo, molto prima dell’appello francese. Nella lotta contro al Califfo risulta essere sin dall’inizio in primo piano in termini di presenza in cielo, in mare e sul terreno. Quello che stiamo facendo è poco noto al pubblico perché, come spesso accade quando stiamo lavorando bene, ha avuto scarsa diffusione sotto il profilo mediatico.

Per richiamare l’attenzione sul nostro sforzo militare c’è voluta, giorni addietro, l’improduttiva polemica se i nostri quattro Tornado rischierati in Kuwait debbano “solo” continuare a produrre intelligence o possano “anche” sganciare qualche bomba .

Ma non ci sono solo i Tornado. Il contributo informativo prodotto dai due ricognitori a pilotaggio remoto Reaper è giudicato essenziale e, in alcune circostanze, unico.

Siamo stati i primi, dopo gli Stati Uniti e con anni di anticipo sulla Gran Bretagna, a disporre di questa capacità che potrebbe in seguito completarsi anche con armamenti di precisione. Molto apprezzata poi la disponibilità del tanker KC-767, asset prezioso che contribuisce al rifornimento in volo di tutti i velivoli della coalizione. In queste attività sono impegnati da oltre un anno circa 250 uomini e donne dell’Aeronautica.

Sempre nell’ambito della missione internazionale “Inherent Resolve”, l’Italia fornisce sin dall’inizio personale di staff ai comandi multinazionali in Kuwait e in Iraq (Baghdad ed Erbil), nonché capacità di addestramento ed assistenza alle forze armate e di polizia irachene. Sono impiegate Forze Speciali, genieri a carabinieri per un totale di oltre 400 persone, in aumento fino a 750 con i decreti in corso di rinnovo.

Contribuisce anche la Marina. Queste attività si svolgono prevalentemente in Kurdistan, dove, in ricordo di Settimio Severo che sconfisse i Persiani, le forze hanno assunto il suggestivo nome della legione “Prima Parthica”.

Che cosa ci si aspetta dall’Italia
Che cosa faremo in seguito? Hollande probabilmente si attende una partecipazione ai bombardamenti o un supporto combat in Siria e magari nel Mali, per liberare forze da destinare altrove. Al momento, tuttavia, è destinato a rimanere deluso, se non isolato.

D’altro canto, le solitarie “fughe in avanti” alle quali la Francia ci ha abituato non hanno portato bene: pochi i vantaggi operativi, ma tanta la confusione. Le attività di consultazione e doverosa preparazione fervono in ambito militare e se ne discute in sede parlamentare e di governo, ma non sono attese decisioni epocali.

I tre mantra che circolano sono: “non possiamo lasciare sola la Francia”, “in questa lotta manca una strategia” e, la frase che recita sempre chi proprio non sa cosa fare, “l’Italia farà la sua parte”.

Senonché, con il vertice di Antalyia, i tavoli di Vienna ed il prossimo summit sul clima di Parigi, nel quale certamente si parlerà anche d’altro, una qualche sorta di strategia comune comincia ad emergere.

Questo è sicuramente apprezzato, ma è anche fonte di preoccupazione per i decisori politici che vengono messi un po’ alle strette, sapendo che spetta a loro tradurre in pratica i buoni principi. È in questa direzione che spingono soprattutto i nove punti del consenso raggiunto a Vienna.

Il presidente del Consiglio, come pure i ministri degli Esteri e della Difesa – ma anche quello degli Interni – comprensibilmente non si trovano in una posizione invidiabile. Tuttavia sottovoce, in modo frammentato e con molti condizionali, avvertono la necessità di esprimersi in pubblico.

Salto di qualità
Ciò che emerge, può essere sintetizzato come segue: si esclude, al momento, qualsiasi partecipazione di carattere combat con forze terrestri; si lascia una porta aperta a un eventuale salto di qualità nelle operazioni aeree; la via diplomatica è preferibile, ma non si possono escludere altre forme di intervento; è necessario potenziare l’Intelligence e le forze speciali.

Tra le altre forme di intervento e di supporto, è in particolare il ministro della Difesa ad allargare lo spettro delle nostre possibilità, includendo la propaganda sul web, la lotta ai finanziamenti occulti, lo scambio dei risultati delle indagini e un maggior coordinamento a livello operativo. Tutto giusto e corretto.

Resta però un quesito fondamentale, al quale forse nessuno, ormai, si attende una risposta che forse non c’è: oltre a riunire il Parlamento sovrano, cosa avremmo fatto noi – o cosa faremo – qualora ci trovassimo al posto della Francia?

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