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Relazione Ue-Uk

Brexit, nella pancia e nella testa degli inglesi

9 Nov 2015 - Antonio Armellini - Antonio Armellini

Crisi dei migranti, elezioni in Polonia, Turchia: sembra quasi che in Europa si verifichi una concomitanza inattesa di fattori destinati a trasformare il brexit da ipotesi lontana in prospettiva concreta, con implicazioni politiche potenzialmente devastanti. E non solo per la Gran Bretagna.

Fra qualche giorno David Cameron renderà pubblica la sua piattaforma negoziale per la ridefinizione della partecipazione britannica all’Unione europea, Ue, ma nelle sue grandi linee essa è nota da tempo.

Non si annunciano grandi sorprese: dalla limitazione alla libertà di movimento e alle politiche sociali, alla rinazionalizzazione di alcune competenze comunitarie, al completamento del mercato unico con speciale attenzione ai servizi, alla ridefinizione dei rapporti fra l’Eurozona e gli altri paesi all’esterno di essa.

Dal pari non nuova è la richiesta di cancellare nei Trattati il riferimento ad una “sempre più stretta unione fra i popoli”, ribadendo una volta per tutte l’avversione insuperabile della Gran Bretagna per qualsiasi ipotesi di unione politica con ambizioni federali.

Nella loro formulazione attuale, le posizioni britanniche sembrerebbero in larga misura inaccettabili per la maggioranza dell’Ue, ma si tratta evidentemente di una apertura negoziale su cui bisognerà capire quali saranno, rispettivamente, i margini di flessibilità di Londra e quelli di sopportazione degli altri.

Campagna sul referendum del Brexit
Non è ancora chiaro quando Cameron deciderà di indire il referendum. Deve farlo entro il 2017; molti ritenevano che la scadenza sarebbe stata anticipata al 2016 ma questa accelerazione – che nasceva dalla convinzione di poter vincere senza troppi problemi – è oggi tutt’altro che certa: i sondaggi sembrano indicare che la forte maggioranza iniziale dei contrari all’uscita dall’Ue si stia sgretolando.

Il fronte del brexit è stato il primo a muoversi lanciandosi nella campagna con grande dispiego di mezzi; quella dei contrari è partita con qualche incertezza e ritardo di troppo. Memore della lezione appresa in Scozia, dove essere partito in ritardo ha rischiato seriamente di compromettere l’esito del referendum, il Primo Ministro sta cercando di recuperare il tempo perduto spendendosi in prima persona, insieme al suo Ministro del Tesoro George Osborne, per evitare il rischio di scivoloni pericolosi nella costruzione di una solida maggioranza di voti.

Il compito è tutt’altro che facile: come ha scritto l’Economist, se la campagna del no si rivolge alla “testa”, quella del brexit cerca di parlare alla “pancia” di un elettorato diviso anche per linee generazionali e di posizione socio-eonomica: i giovani e quelli con elevati livelli di istruzione sulla linea del governo; gli “over 50” e i meno acculturati, contro.

Maxi-Singapore lungo il Tamigi?
A poco vale, in un simile contesto, sottolineare come gli argomenti a favore del brexit siano spesso tracciati sull’acqua: la possibilità che una Londra liberata dai vincoli comunitari possa diventare un protagonista di primo piano del commercio mondiale, magari creando una sorta di nuovo “Commonwealth anglosassone” è smentita dai dati reali del commercio internazionale, come non si sono peritati di sottolineare tutti i principali suoi partner a partire – e stavolta in termini assai chiari – dagli Stati Uniti.

L’esempio norvegese, o quello svizzero, mostrano chiaramente come l’idea degli euroscettici alla Nigel Farage di negoziare un accordo con il resto dell’Ue, mantenendo i vantaggi del mercato unico senza costi accessori, sia del tutto illusoria. Il negoziato sul brexit sarebbe probabilmente lungo e aspro e – checché ne pensino quanti sognano una “maxi-Singapore” lungo il Tamigi o coltivano bizzarre nostalgie imperiali – le richieste di Londra non troverebbero molta udienza a Bruxelles.

Unione sempre più stretta
Gira e rigira, il pallino torna alla “unione sempre più stretta”. Londra non è stata parte del progetto politico originario e non ha mai condiviso l’idea di una Europa federale, che continua a ritenere estranea e potenzialmente dannosa per i suoi interessi.

Potrà sembrare singolare o antistorico, ma una buona parte della “pancia” – e più di quanto si immagini della “testa” – resta convinta con Churchill che, dovendo scegliere fra l’integrazione col Continente e la prospettiva dell’oceano, la via da seguire sarebbe la seconda.

Londra ha vissuto la partecipazione alla Comunità prima, e all’Unione poi, come un esercizio di razionalizzazione economica basato su un calcolo attento del dare e dell’avere: la mancanza della prospettiva ulteriore di una unione sovranazionale, di cui tutto il resto fosse ad un tempo strumento e premessa, non le ha permesso spesso di sfruttare i margini di mediazione che hanno costituito il vero motore dell’integrazione europea.

Ha ritenuto che l’indebolimento della prospettiva politica negli ultimi anni, specie a seguito dell’ingresso di paesi che, come quelli dell’Europa orientale, venivano da storie e da percorsi identitari diversi, le desse una ulteriore sponda negoziale e, in qualche misura, è stato così.

Fra i nuovi membri la dimensione politica si è però rivelata diversa, ma non assente: non l’Europa federale ma il rapporto privilegiato con gli Usa, la garanzia nei confronti del neo-espansionismo russo, l’adesione irreversibile all’economia di mercato. Non sfugge loro che la spinta disgregatrice insita in alcune posizioni britanniche, potrebbe ingenerare una crisi che rischierebbe di denegare i loro stessi obiettivi.

Gli inglesi sono pragmatici e questa qualità sanno mettere egregiamente in mostra quando serve. Il calcolo del dare e dell’avere del brexit pende decisamente a favore della permanenza nell’Ue; starà a Cameron convincere una “pancia” attratta da altre sirene che è dentro, e non fuori, che sta il vantaggio.

Compito difficile, ma non impossibile perché essa in genere sa fare bene i suoi conti. Il che non vuol dire che margini di incertezza non ne rimangano: l’aggravarsi di una delle tante crisi in atto o all’orizzonte, potrebbe rendere irresistibile il miraggio dell’oceano.

Tutto sommato è un’ipotesi possibile, ma non probabile: quello che probabilmente uscirà dal negoziato sarà uno degli ennesimi pasticci grazie a cui l’Europa è riuscita sin qui a sopravvivere. Attenzione però a non perdere di vista quei processi di dissoluzione che qua e là si intravvedono in filigrana.

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