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Catalogna

Barcellona dichiara guerra a Madrid

13 Nov 2015 - Marco Calamai - Marco Calamai

Mai come in questi giorni la questione catalana è diventata centrale nella vita politica spagnola.

Riassumiamo i due fatti più significativi: il 9 novembre il Parlamento catalano vota a maggioranza l’avvio del processo d’indipendenza e il giorno successivo il Tribunale Costituzionale dichiara “sospesa” la dichiarazione d’indipendenza del Parlamento catalano, minacciando pesanti provvedimenti punitivi nei riguardi di 21 alti funzionari dello stesso, qualora non rispettassero tale decisione.

Sembra una dichiarazione formale di “guerra politica” tra Madrid e Barcellona. Ora, tutti attendono nuovi e forse inediti sviluppi. Una domanda prevale: il Parlamento catalano è davvero deciso ad andare avanti sulla strada della separazione dalla Spagna, senza tener conto della posizione del Tribunale costituzionale che, recentemente, il governo ha caricato del potere d’intervento punitivo verso chi non obbedisce ai suoi dettami?

E se così fosse, come ormai molti prevedono, quali sarebbero le reazioni in Catalogna? Detto altrimenti: siamo di fronte ad una commedia recitata ad arte dai principali protagonisti della vicenda politica spagnola, oppure una crisi drammatica e dagli esiti imprevedibili sta davvero maturando?

Il Financial Times, nel suo editoriale del 10 novembre, invita ad “agire per evitare una pericolosa collisione”. E aggiunge: “Madrid non deve reagire in modo esagerato alla sfida di Barcellona. Ma è la Catalogna che deve, prima e soprattutto, fare un passo indietro per non scatenare una profonda crisi”.

Esortazione che i catalani considerano di parte, vista la posizione contraria del giornale inglese alla indipendenza della Scozia, e quindi respinta al mittente: non è al momento ipotizzabile una proposta di mediazione unilaterale da parte di Barcellona.

Aragona e Castiglia, uniti grazie a un matrimonio
Ma come si è arrivati a questo punto? Un dato di fondo emerge e spiega molto dell’attuale situazione: l’aspirazione all’indipendenza della Catalogna è un antico problema non risolto della storia spagnola. Ricordiamo in sintesi i momenti più significativi.

Nella seconda metà del Quattrocento, l’unità dei due principali regni della penisola ispanica, Aragona e Castiglia, fu raggiunta grazie al matrimonio tra Isabella e Fernando. Entrambi impegnati nel realizzare l’unità dei territori spagnoli, ma consapevoli del difficile compito, i Re sovrani cattolici mantennero una sostanziale autonomia reciproca, nel rispetto delle rispettive monete e di forme originali di autogoverno nate nel Medio Evo. Difesero una idea di Stato federale ante litteram che è rimasto scolpito nella memoria.

Dal centralismo dei Borbone a quello autoritario del franchismo
All’inizio del Settecento, il trono spagnolo, dopo una cruenta guerra di successione che coinvolse gran parte dell’Europa, passò dalle mani degli Asburgo a quelle dei Borbone. Costoro, alla ricerca di una maggiore efficienza nell’amministrazione pubblica, imposero l’idea francese di uno Stato rigidamente centralista e controllato da Madrid. Idea che non venne accettata dalla Catalogna.

Ci fu una guerra intestina che si concluse con la sconfitta dell’11 settembre del 1714, quando la Catalogna venne occupata dalle truppe borboniche franco-spagnole. La battaglia è ricordata dai catalani nella festa “nazionale” della Diada (Giorno) dell’11 settembre, che negli ultimi anni ha visto regolarmente sfilare centinaia di migliaia di bandiere catalane.

La storia della vocazione separatista si sviluppa in seguito ed è caratterizzata da episodi emblematici. Tra questi, la dichiarazione dell’indipendenza dell’ottobre 1934, quando la Catalogna separatista e di sinistra sfidò apertamente la destra, che aveva appena vinto le elezioni spagnole. Una durissima repressione mise rapidamente fine all’esperienza della Repubblica catalana.

Poi è giunto il franchismo, quattro decenni di centralismo autoritario durante i quali il regime ha soffocato ogni manifestazione di cultura catalana.

Ricordare questi episodi non comporta, ovviamente, sottovalutare errori, strumentalizzazioni e fughe in avanti dei partiti separatisti catalani.

Rajoy alza le barrricate
Dietro l’irrigidimento e la prematura avanzata del Parlamento catalano c’è la convinzione che l’indipendenza, decisa unilateralmente, sia l’unica via perseguibile di fronte a quella che viene percepita come una dogmatica intransigenza dei partiti centralisti ed, in particolare, del Partito popolare.

Fino a questo momento nessun passo verso un dialogo aperto è stato fatto dal Primo ministro Mariano Rajoy. “La costituzione non si tocca”: si giustifica così il governo. Quindi non solo il no alla separazione, ma anche all’ipotesi di Stato federale che disegni in modo nuovo la collocazione, in esso, delle diverse nazioni che compongono la realtà spagnola.

No anche ad altre proposte, come quella di un referendum catalano sull’indipendenza, proposta da più parti ed in particolare da Podemos, il nuovo partito spagnolo sorto dalla caduta di consenso che coinvolge le forze politiche tradizionali, i conservatori e i socialisti. Questi ultimi, ancora in questi giorni, hanno scelto di aderire alle posizioni del governo di destra senza proporre convincenti alternative alla questione catalana.

Qualcuno, in Spagna, spera che tutto si ricomponga con le elezioni politiche del prossimo 20 dicembre. Non è un’ipotesi realistica. La Spagna non è l’Italia dove un partito può dichiarare per anni l’indipendenza della Padania e poi di colpo cancellarla dal proprio programma. Al contrario le proposte politiche tendono facilmente in Spagna a trasformarsi in posizioni intransigenti. Anche per questo sarà bene seguire con attenzione, lo scontro in atto tra Madrid e Barcellona.

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