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Commercio globale

Tpp, il mal di testa cinese

11 Ott 2015 - Nello del Gatto - Nello del Gatto

Frasi di circostanza quelle del governo cinese dopo che ad Atlanta è stato deciso il via libera della Trans Pacific partnership, Tpp, l’accordo di libero scambio fra 12 paesi del Pacifico, trai quali Stati Uniti, Giappone e Australia. Un accordo che interessa il 40% della produzione mondiale, che avrà necessariamente impatto sull’economia dei paesi e quella globale.

Effetto Tpp sulla Cina
L’impatto più grosso lo avrà soprattutto sulla Cina e per due ragioni non necessariamente economiche. La prima è che il paese di mezzo ha sempre cercato di avere un posto predominante nell’area sotto ogni aspetto. Facendo guadagnare posizioni al duopolio Usa-Giappone, il Tpp ribilancia i giochi di forza.

La seconda è che l’accordo arriva prima di quello sponsorizzato da Pechino per integrare le 21 economie dell’Asia-Pacific cooperation (Apec). Secondo alcuni analisti, questo accordo che prende il nome di Ftaap (Free trade area of the Asia-Pacific), potrebbe portare al Pil cinese anche più di un punto.

Anche se il Ministero cinese del Commercio ha cercato di minimizzare la tensione, descrivendo come molto importante l’accordo di Atlanta e spiegando che la Cina ha un atteggiamento di apertura mentale verso la costruzione di “tutti i sistemi che si adattano ai principi dell’Organizzazione mondiale del commercio”, Pechino ha ribadito che spera che il trattato possa inserirsi negli altri accordi di libero scambio già presenti nella regione.

La Cina ha infatti già accordi con alcuni paesi, come l’Australia, siglati proprio per affermare la sua importanza nell’area e si è aperta altre vie commerciali, come la Nuova via della seta.

La mitezza delle dichiarazioni del ministro del commercio cinese non sono però simili a quelle della stampa locale, dove la notizia non viene riportata se non nelle critiche che lo stesso congresso Usa ne fa.

Viaggio di Xi Jinping negli Usa
L’accordo di Atlanta arriva dieci giorni dopo la visita che il presidente cinese Xi Jinping ha fatto negli Usa.

Mediaticamente è stata surclassata dalla concomitante presenza in territorio americano di papa Francesco e di Vladimir Putin. Dopotutto l’incontro tra Obama e Xi è stato più una partita tra due scacchisti che tra due leader politici che intendono stringere rapporti.

Questo perché in diverse situazioni le due superpotenze non hanno fatto un passo indietro né uno in avanti, tanto che il Wsj è arrivato a dire che l’unica cosa che Xi Jinping si portava a casa da Washington era il saluto con i 21 colpi a salve.

Accordi sul clima e la cyber security
Anche i due accordi sbandierati come pietre miliari, sulla riduzione del clima in Cina e sulla sicurezza telematica sono, di fatto, dei piccolissimi passi, soprattutto perché rappresentano degli impegni, ma non si parla di metodi attuativi.

Stesso discorso per gli attacchi informatici. Da qualche anno, Cina e Stati Uniti si scambiano accuse reciproche di guidare attacchi informatici contro strutture governative o aziende.

Pechino, da molto tempo indicato come una delle patrie dei cyber attacchi, si è spesso definito vittima degli stessi, nonostante sia stata provata l’esistenza di strutture governative e paramilitari (una del genere fu scoperta qualche anno fa nel distretto Pudong di Shanghai, l’unità 61398 dell’esercito cinese), impegnate negli attacchi informatici.

D’altro canto, gli Usa, attraverso la Nsa, non hanno dimostrato meno “passione” dei cinesi verso il controllo e il furto, attraverso mezzi informatici, di dati sulla vita e le operazioni di aziende e governi.

Gli stati Uniti d’America e la Cina popolare a Washington hanno sottoscritto un impegno a “non condurre e non sostenere” operazioni informatiche che portino al furto di segreti aziendali. Un passo avanti, ma non certo la stretta sul cyber spionaggio che si chiedeva.

Ne è consapevole anche il presidente americano che ha annunciato controlli sull’attuazione degli impegni. Che ci fossero distanze fra i due è stato chiaro: Obama ha chiarito le posizioni degli Usa sui diritti umani e la competitività economica tra aziende, mentre Xi Jinping ha respinto accuse al mittente parlando di democrazia e diritti come obiettivi comuni nel rispetto delle differenze.

Dopotutto, Washington non è che possa esagerare nel fare la voce grossa. Pechino, non dimentichiamolo, detiene ancora la maggiore fetta del debito americano.

Differenze tra Xi e Obama
Al di là delle strette di mano di circostanza, le differenze e le distanze sono state evidenti sia durante che dopo la visita del segretario del partito comunista cinese negli Usa. Xi Jinpingè stato oggetto di proteste da parte dell’ambasciatrice americana all’Onu, Samantha Power, mentre presiedeva al palazzo di vetro il summit sull’eguaglianza di genere nel ventesimo anniversario della storica conferenza di Pechino sui diritti delle donne.

Non solo: è bastato che Xi Jinping tornasse a casa, che gli Usa hanno annunciato, il 3 ottobre, di essere pronti ad inviare navi militari e aerei nel mar della Cina meridionale per sfidare le rivendicazioni territoriali di Pechino sulle isole artificiali, che Cina sta realizzando come basi anche militari.

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