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Impegno italiano contro il Califfo

Se l’Italia bombarda il Califfo

8 Ott 2015 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

È possibile che l’Italia aumenti il suo impegno militare in Iraq nelle operazioni contro il cosiddetto califfato. È molto probabile che la Nato richieda un prolungamento della presenza militare in Afghanistan.

Le operazioni navali nel Golfo della Sirte si fanno più stringenti ed è possibile che un eventuale, difficilissimo accordo tra le varie fazioni libiche debba essere accompagnato da una presenza militare internazionale che potrebbe estendersi all’Italia.

Continuano altri impegni come la lotta alla pirateria nell’Oceano indiano e nel Mar Rosso, e la missione Unifil in Libano. In questi anni l’Italia era andata progressivamente riducendo il suo impegno militare oltremare, passando da un impiego complessivo di circa 10mila uomini ad uno di circa 4mila, ma il pendolo sembra nuovamente oscillare nella direzione opposta.

Riaffermare il ruolo e le posizioni italiane
Questa volta però l’impegno è politicamente molto più complesso. In passato si trattava essenzialmente di consolidare il ruolo e il rango dell’Italia negli equilibri internazionale come paese membro del G8 e del “primo cerchio” dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione europea.

Il contributo militare italiano alla gestione delle crisi e alla lotta al terrorismo era compreso in un ben consolidato discorso strategico globale. Oggi la situazione è per molti versi differente.

Rimane naturalmente l’obiettivo di riaffermare il ruolo italiano, fragilizzato dalla crisi economica e dagli sbandamenti nazionalistici di alcuni importanti alleati (nonché dalla posizione più defilata assunta dagli Stati Uniti), ma si delinea anche l’esigenza di dare maggiore credibilità ed udienza a posizioni italiane non sempre perfettamente in linea con quelle assunte dagli alleati.

Il vero e proprio movimento migratorio verso l’Europa scatenato dalla povertà e dai conflitti in corso in Africa e in Asia ha visto l’Italia investita in pieno, assieme ad altri paesi “fragili” dell’Europa, a cominciare dalla Grecia.

La ricerca della solidarietà europea è stata lunga e difficile e, anche se ora sembrano aprirsi consistenti spiragli, grazie al cambiamento di posizione del governo tedesco, si delinea l’esigenza di intervenire in modo più efficace nei paesi d’origine dei profughi e nei confronti dei criminali che speculano su queste tragedie: tutte cose che richiedono una strategia comune ancora ben lungi dall’essere delineata.

A questo si somma la crisi libica, resa più difficile dalle “sponsorizzazioni” esterne delle diverse fazioni in lotta nel paese.

È essenziale chiudere questo conflitto per evitare che esso si espanda al resto dell’Africa settentrionale (come è già accaduto in Mali), ma anche questo obiettivo richiede una linea comune europea.

Il governo italiano sembra finora aver puntato da un lato sulla mediazione delle Nazioni Unite e dall’altro sui buoni rapporti stabiliti con l’Egitto (e con Israele) e aver mantenuto aperto un dialogo con la Turchia. Essenziale però trovare un accordo in sede europea.

Ritorno della Russia in Medio Oriente
La crisi siriana – irachena ha visto l’entrata in campo della Russia, con modalità e fini almeno per ora poco conciliabili con quelli del resto della coalizione, ma l’Italia ha sempre sostenuto l’esigenza di mantenere aperto un dialogo serio con la Russia che in qualche modo ne riconosca ed accetti almeno parte degli interessi sostenuti dal Presidente Vladimir Putin.

Su questo punto l’accordo tra gli alleati è ancora lontano, ed è certamente reso più difficile dalle iniziative offensive della Russia, dall’Ucraina al Medio Oriente. Persino l’idea, che sembrava delinearsi, della costituzione di un “gruppo di contatto”, simile a quello che aveva operato nel corso delle guerre balcaniche, sembra oggi allontanarsi.

Italia, pochi margini di iniziativa
In questa situazione l’Italia ha pochissimi margini di iniziativa e, se si limitasse a manifestare il suo dissenso dalle posizioni assunte dagli alleati resterebbe esclusa dalle loro decisioni e subirebbe l’iniziativa altrui.

È quindi importante recuperare spazi di dialogo e di credibilità. Questa potrebbe essere la logica dietro l’eventuale decisione di partecipare alle operazioni in Iraq e di confermare l’impegno italiano nella gestione delle crisi assieme con gli alleati.

Naturalmente però non basta.

È necessario anche riprendere le fila dell’iniziativa politica, innanzitutto in Europa e nell’Alleanza Atlantica, alla ricerca di una strategia più efficace e più rispettosa dei nostri oltre che degli altrui interessi e valutazioni.

Da questo punto di vista sarebbe errato mettersi a polemizzare con chi dirige le istituzioni comuni europee, a cominciare dall’Alto Rappresentante, Federica Mogherini. È inevitabile che la sua funzione la porti a prendere posizioni e iniziative non sempre in linea con quelle dell’Italia, ma è anche innegabile che un rafforzamento del suo ruolo comporterebbe un beneficio strategico per l’Italia, diminuendone l’isolamento.

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