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Medio Oriente

La decostruzione della terza intifada

19 Ott 2015 - Lorenzo Kamel - Lorenzo Kamel

Na’alin, Bil’in, Nabi Salih. Sono solo alcuni dei villaggi palestinesi dove da anni è in atto una protesta popolare che coinvolge, ogni venerdì, migliaia di persone, per lo più palestinesi, ma anche israeliani e cittadini di paesi occidentali.

Eppure larga parte dei nostri mezzi di comunicazione tende a notare o a riferirsi a una sollevazione o ‘intifada’ solo quando ci sono dei morti, in particolare se si tratta di morti non-palestinesi.

Dunque se nell’ultimo mese non si fossero registrati otto morti israeliani e trentuno palestinesi – incluse quattordici persone individuate dalle autorità israeliane come terroristi – in pochi avrebbero fatto riferimento a una ‘terza intifada’.

Ciò a cui stiamo assistendo, in realtà, è forse l’implosione o il fallimento di una lotta popolare, poco visibile sui nostri mezzi di comunicazione ma non per questo meno significativa, in atto da tempo. Simone Weil sosteneva che “la guerra rivoluzionaria è la tomba della rivoluzione”: parole che appaiono più che mai attuali.

Un’anomalia storica
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lo ha ribadito più volte: le radici della lotta in corso non sono riconducibili all’occupazione dei territori palestinesi. Al di là dei diversi punti di vista che si possono avere sulla questione, non si può negare che questa occupazione rappresenti un’anomalia storica.

A differenza dei curdi, dei baschi, dei tibetani e di altri popoli soggetti all’autorità di paesi esterni, i palestinesi sono sprovvisti da decenni tanto di uno Stato quanto di una cittadinanza. Le “potenze occupanti” presenti nei contesti citati mantengono sì i benefici connessi alle loro “occupazioni”, ma si sono assunte delle responsabilità nei riguardi delle popolazioni assoggettate.

È corretto sostenere che l’occupazione della Cisgiordania garantisca allo Stato di Israele alcuni benefici in termini di sicurezza. Ciò che accade al di là della “Linea Verde” va tuttavia molto al di là di questo aspetto.

Ad esempio, circa il 93% della pietra e delle risorse minerarie estratte da ditte israeliane nei territori palestinesi viene trasportato e utilizzato in Israele. A ciò si aggiunga che centinaia di migliaia di palestinesi sono ancora oggi giudicati da tribunali militari e che per percorrere anche solo pochi chilometri all’interno dei territori palestinesi sono sovente obbligati a impiegare ore e ad attraversare numerosi check-point.

Milioni di persone non possono continuare a vivere sine die in questi condizioni; chiunque pensi il contrario, scrisse il sociologo israeliano Baruch Kimmerling, sta sognando.

Muri ad personam?
Cessare ogni tipo di violenza è una priorità assoluta, così come centrale è la garanzia della sicurezza dello Stato d’Israele e dei suoi cittadini. Ciò, tuttavia, deve essere accompagnato anche da altre priorità. Sigillare interi quartieri e i suoi abitanti è parte e la continuazione del problema, non certo una componente della sua soluzione.

Per rendersene conto basterebbe fare pochi passi nel campo profughi di Shuafat. Sembra un luogo dimenticato dal mondo. Eppure è ad appena 4 km dal centro di Gerusalemme, la città più contesa della terra. Un posto spettrale, con case dissestate ammassate una sull’altra, spazzatura ovunque, strade sterrate. Fa parte della municipalità di Gerusalemme, ma è divisa tanto da quest’ultima quanto dalla Cisgiordania da un muro che la avvolge. Nel campo vivono circa 30mila persone, molti dei quali profughi.

Radicalismo e religione
A dispetto delle apparenze, il ruolo della religione può spiegare molto poco ciò che sta avvenendo. Si noti ad esempio che movimenti oltranzisti come quello di Hamas hanno poco a che spartire con l’autoproclamatosi “Stato islamico” e altri gruppi islamisti.

Al contrario di questi ultimi, privi di legami profondi con le società che controllano e ispirati da ideologie obsolete, le fazioni palestinesi sono fermamente radicate nella storia della loro terra. Sono il prodotto di numerose decisioni e ideologie sbagliate, ma anche e forse soprattutto di un secolo di sofferenza, oppressione e lotta per l’autodeterminazione.

A ciò si aggiunga che oggi più che mai i leader palestinesi, non eletti e poco rappresentativi, hanno scarsa presa sulla loro gente. La grande maggioranza dei palestinesi non è motivata da ciò che sostiene un dato esponente politico o religioso, bensì da ciò che vive nella propria vita quotidiana.

Sciiti-sunniti e la marginalizzazione del conflitto
Sunniti e sciiti, ma anche cristiani, ebrei e altri gruppi religiosi hanno vissuto per secoli nel Mediterraneo orientale raggiungendo un livello di coesistenza superiore a quello registrato in gran parte del resto del mondo.

La tesi dell’esistenza di un conflitto tra sunniti e sciiti che dura da “1400 anni”, sempre più diffusa ai nostri giorni, è in questo senso problematica e tende a non considerare il fatto che l’appartenenza ad una data confessione religiosa è stata per secoli solo uno dei tanti modi e sovente non il più significativo adottati dagli esseri umani presenti nella regione per esprimere le loro identità.

Le fratture religiose non sono dunque in grado di spiegare ciò che sta avvenendo nella regione, meno ancora le dinamiche legate al contesto israelo-palestinese. Premesso ciò e sebbene sia innegabile che l’attualità abbia spostato l’attenzione su altri fronti, la questione israelo-palestinese rimane uno dei fulcri su cui verrà deciso il futuro della regione.

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