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Medio Oriente

Elezioni ad alto rischio in Turchia

1 Ott 2015 - Emanuela Pergolizzi - Emanuela Pergolizzi

La tregua non regge più. Il cessate il fuoco raggiunto nel 2013 tra l’esercito turco e il Partito dei lavoratori del Kurdistan, Pkk, è stato interrotto da un violento ritorno alle armi non solo nelle basi del Pkk, sulle montagne a confine tra Turchia ed Iraq, ma anche tra strade, quartieri ed intere città, scuotendo alle fondamenta la pacifica convivenza tra le molteplici anime della società turca.

Il partito di governo, l’Akp di Recep Tayyip Erdoğan, che dal 2010 si era reso autore di un processo di dialogo senza precedenti nei confronti della minoranza curda, ora volta loro le spalle, in un violento dietro-front politico e militare.

Spina nel fianco
L’ottimo risultato elettorale ottenuto il 7 giugno dal Partito Democratico del Popolo, Hdp – un balzo oltre la soglia di sbarramento – rischia infatti di ostacolare i sogni super-presidenziali di Erdoğan.

Riconosciuta tanto l’impossibilità di una grande-coalizione con i kemalisti-repubblicani del Chp quanto di un esecutivo di minoranza con gli ultra-nazionalisti del Mhp, il primo ministro Ahmet Davutoglu ha indetto nuove elezioni in novembre. Ma nel conto alla rovescia che separa dalle urne, un nuovo lacerante scontro interno sembra spaccare a metà il paese.

L’operazione bicefala degli F-16 turchi
Il 20 luglio, la morte di 33 giovanissimi attivisti durante una conferenza della Federazione delle associazioni dei giovani socialisti a Suruc ha portato all’apice le già violente tensioni elettorali.

L’attentato, rivendicato dall’autoproclamatosi stato islamico cinque giorni dopo la vittoria delle milizie curde YPG-YPJ a Tel Abyad, sul confine turco-siriano, aveva messo in primo piano la sicurezza del paese.

Dopo un round di colloqui con gli Stati Uniti e la cessione della base di Incirlik alla coalizione internazionale, Ankara ha annunciato l’inizio della sua operazione anti-terrorismo.

Gli attacchi degli F-16 turchi, tuttavia, si sono riversati su due fronti: tanto verso gli jihadisti al confine siriano, quanto verso le basi del movimento di guerriglia turco, il Pkk, nelle montagne al confine con l’Iraq.

La fine ufficiale dello storico e sudato cessate-il-fuoco raggiunto nel 2013.

Più di mille gli arresti tra militanti di sinistra e curdi solo nei primi cinque giorni della campagna anti-terrorismo, mentre Twitter e 96 siti di informazione d’opposizione – in maggioranza curdi – sono stati oscurati.

Gli scontri tra militari e i guerriglieri del Pkk, inizialmente concentrati nella Turchia meridionale, si sono presto estesi a tutto il paese, toccando anche obiettivi sensibili, come il gasdotto tra Iran e Turchia, nella provincia di Agri, e l’oleodotto Kiruk-Ceyhan.

Lupi grigi
L’esplosione delle violenze militari ha risvegliato tensioni civili profonde, soprattutto tra le frange ultra-nazionaliste della società turca, con un ritorno all’attivismo dei cosiddetti “lupi grigi”, organizzazione nazionalista militante fondata negli anni Sessanta.

L’8 settembre, in risposta ad uno degli attacchi più violenti del Pkk nella provincia di Hakkari, la manifestazione dei lupi – “onore ai martiri, condanna ai terroristi” – si è trasformata in un assalto congiunto alle sedi dell’Hdp in 56 province, con negozi di proprietari curdi distrutti o dati alle fiamme.

Sebbene sia il leader degli ultra-nazionalisti del Mhp, Davlet Bahceli, che il rappresentante dei lupi, Kilavuz, abbiano richiamato esplicitamente all’ordine, gli episodi di violenza tra civili hanno avuto luogo durante tutto l’arco di settembre. Scontri tra militari e guerriglieri, nel frattempo, hanno portato a lunghi coprifuoco in diverse città curde come Cizre, dove per nove giorni 120 mila abitanti sono rimasti senza elettricità, acqua e aiuti sanitari.

Media in silenzio
Nel mezzo degli scontri anche la libertà di stampa in Turchia.

Assalito più volte dai manifestanti filo-nazionalisti il quotidiano Hurriyet, da anni critico del governo. Molti i giornalisti a perdere il lavoro negli ultimi due mesi, soprattutto tra i quotidiani gestiti da conglomerati mediatici filo-governativi, come il Milliyet.

In settembre, la polizia ha fatto irruzione anche negli uffici di Ankara del gruppo Koza-Ipek, proprietario di reti televisive e quotidiani vicini ad un altro dei critici del presidente turco, il predicatore islamico residente negli Stati Uniti, Fetullah Gulen.

Fermato anche il direttore esecutivo del giornale Nokta, per una copertina ironica nei confronti di Erdoğan, e sorte peggiore per tre giornalisti stranieri – due di VICE news, insieme all’olandese Frederike Geerdink – esplusi dal paese sotto l’accusa di propaganda al terrorismo.

Non è certo se il volta faccia politico-militare verso i curdi farà scivolare verso l’Akp i voti filo-nazionalisti desiderati per una maggioranza assoluta nelle prossime elezioni di novembre.

Il timore maggiore è rappresentato da una delle parole più frequenti del settembre nero turco: il “kutuplasma”, la frattura profonda tra le diverse anime della società civile turca, sempre più difficile da sanare.

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