IAI
Elezioni catalane

Alle radici della richiesta di divorzio da Madrid

3 Ott 2015 - Riccardo Pennisi - Riccardo Pennisi

La vittoria dei secessionisti alle elezioni catalane è un dato da prendere assolutamente con le pinze.

Anche se i deputati indipendentisti ora sono la maggioranza al Parlament di Barcellona (72 su 135), i due diversi raggruppamenti che li hanno espressi non hanno insieme la maggioranza assoluta dei voti (si fermano al 47,7%).

Inoltre, la compagine secessionista è molto eterogenea al suo interno, tanto da rendere davvero complicata un’intesa politica di governo.

Tuttavia, pur senza l’agognato 50%+1 dei voti necessario a una dichiarazione unilaterale d’indipendenza, il fronte secessionista può già contare – nella sua azione di lungo periodo – diversi successi.

È da questi che dobbiamo partire per comprendere al meglio le cause e le possibili evoluzioni dello scenario catalano.

Dall’autonomismo all’indipendentismo
L’indipendentismo non è mai stato la corrente maggioritaria della società catalana; questa è stata, nei trent’anni successivi alla morte di Francisco Franco, sempre rappresentata da posizioni autonomiste sì, ma moderate, inclini al compromesso e al patto con il potere centrale.

Ciò significava dunque tendenzialmente la scelta per i socialisti e per il loro riformismo progressista alle elezioni nazionali – a danno dei popolari, considerati troppo centralisti – e il voto a Convergència i Uniò (CiU) alle elezioni locali.

CiU, denominata appunto simbolicamente Partit de Catalunya, era la federazione di stampo democristiano, autonomista, ma non secessionista, capace di interpretare al meglio le idee dell’opinione pubblica locale.

Composta non certo solamente dall’ambiente urbano progressista di Barcellona, ma anche dal suo hinterland industriale, da un tessuto pedemontano di piccole e medie imprese, da un mondo di associazioni culturali fortemente legato alle tradizioni del luogo – e naturalmente unito dalla lingua catalana.

Guidata dal suo “patriarca” Jordi Pujol, CiU tenne il potere ininterrottamente dal 1980 al 2003: la Spagna cresceva, la relazione con Madrid sembrava più o meno funzionare – culminando nell’assegnazione a Barcellona delle Olimpiadi del 1992 – e l’indipendentismo restava appannaggio dell’estrema sinistra catalana, sull’esempio di quella basca.

L’arrugginimento di quel lungo ciclo di potere e lo scontento derivato dalla crisi economica che colpì in maniera più pesante che altrove la Spagna cambiarono però le carte in tavola.

CiU, ormai all’opposizione con il suo nuovo leader Artur Mas, emarginata da nuove coalizioni più spostate a sinistra, decise di svoltare verso posizioni sempre più indipendentiste.

In tal modo voleva intercettare una parte dello scontento dell’opinione pubblica verso lo stato centrale, considerato sempre più inefficiente e poco generoso con la produttiva Catalogna, ma anche spezzare le nuove coalizioni formatesi a Barcellona tra gli indipendentisti di sinistra e i socialisti spagnoli.

Un vero e proprio puzzle, che questa mossa mandò all’aria. I socialisti spagnoli infatti furono spiazzati da un’offensiva politica tutta sui temi dell’aumento dell’autonomia, che loro da Madrid non potevano concedere.

La loro intesa con la sinistra indipendentista catalana si spezzò, e Artur Mas vinse le elezioni del 2010.

Lo scontro con Madrid unisce destra e sinistra
Ma la Catalogna era sommersa dai debiti, e il nuovo governo regionale cominciava a tagliare, tagliare, tagliare – scatenando fortissime proteste.

Come evitare che la sinistra tornasse al potere e CiU, colpita tra l’altro da inchieste su corruzione e malaffare, fosse travolta come accadeva a tanti partiti europei?

La scelta di aprire uno scontro ancora più duro con lo stato centrale risolse questo problema: grazie a un grande impegno civico e volontario – accompagnato da una formidabile azione dei tanti strumenti mediatici e culturali in mano al governo regionale – le classi medie catalane si sono unite alla fascia elettorale indipendentista di sinistra nel chiedere sovranità.

La mobilitazione che ne è derivata è stata al contempo quotidiana e massiccia. Il partito che rappresentava questa fascia, Esquerra Republicana de Catalunya, si è unito a CiU (che nel frattempo ha subito una scissione, trasformandosi in Convergència Democratica de Catalunya, Cdc).

Tutte queste giravolte hanno originato il listone comune indipendentista che con il 39,5% è stato il più votato alle elezioni di domenica. Capolista, Artur Mas.

La dirigenza di Cdc è dunque riuscita non solo ad assicurare la sua sopravvivenza nei turbolenti anni della crisi – che hanno visto tanti partiti e leader apparentemente inossidabili sparire in breve tempo.

Ma in realtà è riuscita a spostare tutto l’asse della politica regionale sul conflitto Barcellona-Madrid, e non più su quello destra-sinistra com’era prima.

Sia il voto del 2012 che quello del 2015 sono infatti due voti anticipati, entrambi voluti da Mas nel tentativo di consolidare con le urne questa linea.

Despagnolizzazione della politica catalana
Dunque, gli indipendentisti non hanno la maggioranza assoluta, ma la despagnolizzazione della politica catalana è praticamente completa.

I due partiti nazionali (PP e Psoe, popolari al governo di Madrid e socialisti all’opposizione), raccolgono insieme il 21%. Una cifra che non si vede nemmeno nel Paese Basco, dove insieme arrivano al 30%.

Podemos, strozzata dall’irrilevanza dello scontro tra destra e sinistra, ha infatti registrato un risultato molto deludente; Ciutadans, la nuova formazione liberale nata da poco proprio in Catalogna, si è invece schierata apertamente per l’unione con la Spagna e dunque ha raccolto con successo il voto dei tanti contrari all’indipendenza, anche fuori da quell’area politica.

Mentre la scommessa egemonica di Cdc si rivela quindi per il momento ancora vincente in Catalogna, bisognerà aspettare dicembre per sapere quale nuovo governo, da Madrid, dovrà occuparsi della sempre più intricata questione catalana.

.