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Guerra al terrorismo

Usa, il sangue delle donne soldato, 161 cadute

8 Set 2015 - Stefano Latini - Stefano Latini

La guerra comporta, sempre, delle perdite. Il rituale statunitense, come del resto in altri Paesi, prevede la visita d’un ufficiale in alta uniforme, accompagnato da un sottoposto, che si reca presso la residenza del militare caduto per informare la famiglia della perdita con gli onori dovuti.

Generalmente le immagini di rito riproducono la moglie o i figli in lacrime. Questo rituale ha resistito a lungo, ma la realtà della guerra globale al terrorismo ingaggiata dagli Stati Uniti oramai da un quindicennio – ma il primo tassello si può fare coincidere con l’operazione Desert Storm, in Kuwait – racconta una storia diversa.

Sempre più spesso, infatti, ad aprire le porte agli ufficiali o a ricevere gli onori e i ringraziamenti di prassi non sono più le donne, le mogli, ma gli uomini, i mariti, i compagni d’un numero crescente di donne soldato impegnate sui diversi fronti della guerra al terrorismo internazionale, quasi 300mila.

I numeri delle donne in armi
I dati trasmessi recentemente dagli uffici della Difesa al Congresso hanno ridestato un tema che le emergenze, economiche e finanziarie, avevano retrocesso fin dentro la categoria del “fuori agenda”.

I numeri hanno rivelato che le donne soldato non solo sono attive e presenti in aree di combattimento, ad alto rischio, ma partecipano largamente ad operazioni dirette e mirate durante le quali il contatto con il nemico è non solo inevitabile, ma cercato.

E così i numeri raccolti ed elaborati per il Congresso dal Dipartimento della Difesa hanno esibito una lunga lista di nomi di donne cadute in combattimento nel corso delle operazioni condotte in Iraq e in Afghanistan.

Non si tratta di perdite dettate dal caso, ma di donne cadute in azioni aperte di combattimento, gestite dai vertici dei comandi. Ad andarsene sono state ben 161 donne in uniforme, e di queste 51 hanno perso la vita nel quadro delle operazioni Enduring Freedom, mentre 110 nel quadro di Iraqi Freedom. E non è tutto.

Le donne che hanno riportato gravi ferite in combattimento sono state 1.015. Dato quindi che ridisegna la cornice dell’impegno militare delle donne statunitensi sui teatri di guerra a più alto rischio e, allo stesso tempo, rivela come a discapito delle norme che fino al 2013 hanno comunque impedito del tutto l’impiego di personale femminile in zone di combattimento, escludendole dal poter accedere a determinate posizioni in specifiche unità d’intervento e quindi precludendo anche avanzamenti di carriera, la realtà ha invece finito per includere comunque le donne in episodi e aree di aperto conflitto sopravanzando le norme vigenti.

Alcuni organi di controllo hanno rilevato come all’apice dello scontro e della guerra al terrorismo internazionale fossero ben 14mila le donne di stanza in Iraq e in Afghanistan in possesso d’un Combat Action Badge che di fatto autorizza il militare ad essere impiegato in aree di combattimento, con un rischio elevato di scontro.

Dunque, a dispetto della legge le donne sono state ampiamente dispiegate in zone di guerra e non confinate presso le unità e i servizi logistici, medici o di coordinamento e di comunicazione.

Quando la realtà supera la legge
Il Congresso ha così appreso che le sue leggi non sono state rispettate alla lettera. Il perché è stato spiegato nei rapporti trasmessi dai responsabili dei diversi fronti. Gli interventi in Iraq e in Afghanistan, e più in generale la guerra al terrorismo globale, non ammettono più un limes di combattimento predefinito o comunque flessibile ma sempre identificabile geograficamente.

Al contrario, le zone ad alto conflitto mutano e si diversificano senza alcun preavviso, tanto da generare un confine frazionato e frammentato, osservando il quale diventa anche difficile comprendere e aver ben chiaro da dove proviene la minaccia e chi ne è il responsabile primario.

Dato questo nuovo scenario, confinare in via indefinita le donne che prestano il loro servizio entro applicativi e procedure militari schematiche e tradizionali avrebbe cozzato con le esigenze sul terreno derivanti dalla nuova realtà di guerra. Di qui il ricorso, comunque condizionato, all’attribuzione dei Combat Action Badge anche alle donne.

Le figure delle donne soldato
Se questo è lo scenario non stupisce che tra i militari che hanno ricevuto in questi anni alte decorazioni per la condotta tenuta in combattimento, due Silver Star Medal siano state assegnate a delle donne, mentre altre 160 abbiano comunque ricevuto encomi e medaglie varie, sempre per il comportamento tenuto in azione, cioè in combattimento.

Donne in armi quindi che i mutamenti reali, come già avvenuto durante le lotte per l’Indipendenza, nel corso della Seconda Guerra mondiale e ora, hanno spinto entro i confini militari tradizionalmente di competenza degli uomini.

Durante la guerra che nel 1776 affrancò le colonie dalla Gran Bretagna l’eroina donna fu Margaret Cochran Corbin, che l’anno successivo fu la prima donna a ricevere una pensione di guerra negli Stati Uniti. Poi fu la volta della guerra contro il nazi-fascismo che vide impegnate, anche questa volta in parte a discapito delle norme vigenti, ben 400mila donne in diversi corpi e unità sia militari che civili.

Ora la storia si ripete con la guerra al terrorismo internazionale che ha già visto mobilitate e impegnate su fronti disparati quasi 300mila donne soldato e che, a differenza di quanto accaduto in passato, ha riscritto alcune norme fondanti l’esercito degli Stati Uniti, dischiudendo alle donne anche la possibilità di poter essere assegnate ad unità di combattimento e dando così impulso alla carriera e ad una partecipazione sempre più crescente delle donne tra i quadri militari.

La loro percentuale oggi ha raggiunto il 15-16%del totale dei militari censiti. Anche tra gli ufficiali le percentuale di donne è la stessa, il 16% per l’esattezza.

Come muta la storia, Mikayla Bragg
Mikayla Bragg, arruolata e trasferita con la sua unità in Afghanistan aveva 21 anni. La sua vicenda riassume un mutamento forte della società americana. Le donne guardano all’esercito, nonostante i rischi che comporta: una soluzione di vita, un progetto, idee per uscire dalla palude delle cornici personali che ogni individuo porta con se. Mikayla Bragg fu colpita durante un assalto ad un posto di guardia che lei stessa pattugliava ai confini con il Pakistan.

La sua morte ha un rilievo simbolico per le ragioni che la condussero ad optare per l’esercito. La prima, necessità economiche generali. La seconda, il college cui ambiva richiedeva un forte impegno finanziario, denaro, liquidità che l’arruolarsi e partire per l’Afghanistan avrebbe potuto garantire, a rischio della vita.

Ecco, il punto è questo: dopo aver cambiato la normativa e aver aperto le porte dell’esercito alle donne, in cerca di una neutralità di genere in fatto di armi, ora in molti iniziano a interrogarsi sul limite accettabile delle ragioni che motivino una donna, o un uomo, ad imbracciare le armi. Difficile che il Congresso conosca la risposta.