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La quasi ‘Guerra della radio’

Coree: nuove turbolenze al 38º parallelo

6 Set 2015 - Francesco Celentano - Francesco Celentano

Giovedì 20 agosto il Grande Successore Kim Jong Un, terzo discendente della prima e unica dinastia comunista della storia, ha ordinato alle proprie truppe di sparare contro un altoparlante situato nella zona demilitarizzata al confine con la Corea del Sud, che a sua volta non ha esitato a rispondere al fuoco con 60 cannonate, evacuando gli abitanti dei villaggi vicini.

Un fine settimana di nuove, quanto inaspettate, tensioni ha caratterizzato, quindi, la penisola coreana, da oltre 50 anni ultimo baluardo della Guerra Fredda.

Il giovane Kim ha riunito immediatamente la Commissione militare centrale del Partito, al termine della quale ha ufficializzato l’ultimatum, scaduto poi alle 17 (ora di P’yongyang) di sabato 21 agosto, con cui imponeva il cessare dell’attività propagandistica da parte della Corea del Sud, minacciata di un attacco militare “senza precedenti”.

Propaganda il casus belli
L’assetto di “semiguerra” imposto all’esercito nordcoreano (comandanti, truppe e sottomarini mobilitati), tra i più quantitativamente imponenti al mondo, derivava dall’intensificarsi degli scontri, solitamente solo propagandistici, di questi ultimi mesi tra le due Coree.

Il Sud ha ripreso, dopo circa 11 anni d’inattività, l’opera di propaganda anti regime comunista servendosi di altoparlanti posti, sul lato sudcoreano, lungo il confine con il Nord, ufficialmente per rispondere all’esplosione di una mina (di fabbricazione sovietica) che a inizio luglio è esplosa nei pressi della zona demilitarizzata istituita dalle Nazioni Unite al termine del conflitto, determinando il grave ferimento di due soldati sudcoreani.

Partendo dal presupposto che l’arte della provocazione senza esiti significativi è una delle maggiori “doti” che gli osservatori internazionali riconoscono al giovane leader nord-coreano (e a suo padre prima di lui), fa riflettere, alla luce degli ultimi accadimenti, anche parte del discorso tenuto da Kim Jong Un nel corso delle recenti celebrazioni per il 62° anniversario della firma dell’armistizio, del 27 luglio 1953, con la vicina Corea (unico atto su cui si fonda la tregua, per nulla pacifica, tra i due Paesi).

Il Grande Successore, parlando ai veterani e ricordando l’importanza dell’eterna vittoria – dicitura ufficiale di riferimento per il Regime -, ha avvertito che “in caso di nuove provocazioni il nemico avrebbe conosciuto la sua ultima fossa”.

Le manovre congiunte Sud/Usa
Oltre alla ripresa della propaganda si ritiene che altra causa d’irritazione per la Corea del Nord derivi dalle esercitazioni del programma Ulchi-Freedom Guardian che il governo di Seul sta conducendo, come avviene ogni anno da 11 anni, con gli Usa, quale reciproca prova di forza nella regione ed espressione della cooperazione tra l’esercito sudcoreano e i trentamila soldati statunitensi di stanza nel Paese.

Va detto che le tensioni militari e propagandistiche attuali si fondano anche e soprattutto sui burrascosi precedenti tra i due Paesi. Come se la storia dalla Guerra di Corea in poi non bastasse a definire un rapporto politico travagliato tra due Stati che prima erano uniti.

Gli episodi più recenti del 2010, quando il padre del leader attuale ordinò di affondare una nave della marina sudcoreana causando la morte di 46 dei 104 marinai a bordo e l’attacco all’isola di Cheonan sferrato qualche mese dopo, oltre a tutte le successive minacce di guerra poi ritirate dal Giovane Successore, sono il principale motivo per cui anche la Corea del Sud, più pacifica e diplomaticamente attiva, costantemente sotto pressione da oltre 50 anni, ha deciso di rispondere al recente attacco del Nord, portando avanti la linea dura voluta espressamente dalla prima donna presidente del Paese Park Geun-hye.

Dall’ultimatum alle trattative
Ancora una volta, confermando la regola della strategia della tensione tanto cara al Grande Successore, nulla è accaduto. Ultimatum, mobilitazione armata e proclami hanno lasciato il posto alla volontà di avviare dei colloqui, anche su pressione dell’alleato cinese che, a detta di molti osservatori, inizia a mal digerire i colpi di testa del capriccioso e militarizzato alleato.

Dopo oltre quaranta ore ininterrotte di trattative, tenutesi nello storico villaggio di Panmunjon – dove fu firmata la tregua del 1950 -, il rappresentante nordcoreano Hwang Pyong-So, secondo nella scala di comando del Paese, e il consigliere per la sicurezza nazionale sudcoreano Kim Kwan-jin hanno siglato un accordo in 6 punti.

Il rammarico nordcoreano per le mine al confine e lo smantellamento degli altoparlanti sudcoreani sono stati il punto di partenza di un accordo storico soprattutto per la decisione di riprendere le trattative per il ricongiungimento delle tante famiglie separate all’epoca della guerra e della conseguente chiusura dei confini.

Già in passato comunque i Kim avevano fatto ben sperare con colloqui e rapporti distesi dopo burrascose giornate di proclami. Negli Anni 90 si barattò una tregua sul nucleare (con l’adesione al Trattato di non proliferazione, poi ritirata) in cambio di rilevanti aiuti economici da parte di Stati Uniti e Onu.

Certamente, mentre Cina e Stati Uniti si limitano a vigilare sulla Penisola più militarizzata del mondo, il Sud continuerà a progredire aumentando il divario in termini di tutela dei diritti ed economia con il Nord, che invece sembra destinato a restare succube dei giochi di strategia dell’ultimo erede Kim, di cui la comunità internazionale, palesemente poco interessata ad un intervento diretto che potrebbe destabilizzare una regione così ricca di protagonisti e protagonismi, a questo punto, non può che attendere la prossima mossa.

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