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Essere consapevoli dei rischi

Anno Santo e terrorismo

28 Set 2015 - Giuseppe Cucchi - Giuseppe Cucchi

L’Anno Santo dedicato alla Misericordia indetto dal Sommo Pontefice può suonare anche come una sorta di sfida in direzione di un Islam fondamentalista che proprio della misericordia sembra avere perso la concezione oltre che il ricordo.

Sia pure con i soliti ritardi che caratterizzano ogni impresa italiana e che ci lasceranno con il cuore in gola sino all’ultimo momento – ce la faremo o non ce la faremo a presentarci a chi affluirà nella nostra condizione migliore? -, l’Italia e Roma si stanno preparando ad accogliere milioni di pellegrini.

Sullo sfondo di una collettiva opera di preparazione e di un clima di intensa aspettativa che coinvolgono, oltre a tutti i fedeli, anche tantissime categorie professionali, si avverte però un senso di allarme che diviene più forte man mano che la data di inizio dell’Anno Santo si avvicina.

Una minaccia ben presente
La paura è che il terrorismo possa approfittare di questa occasione per compiere uno o più attentati di grande valore simbolico, di straordinario impatto psicologico e di enorme risonanza mediatica, colpendo nel medesimo tempo lo spirito dell’Anno Santo, la Chiesa Cattolica e lo Stato Italiano. È una possibilità di cui sono ben consci tanto il Governo quanto l’Intelligence e le forze dell’ordine, nonché ovviamente la Chiesa ed il Sommo Pontefice.

Non c’è quindi da meravigliarsi di come siano già iniziate, e tendano ad intensificarsi con il passare del tempo, le azioni tendenti a rassicurare una opinione pubblica che si chiede se avremo o meno la capacità di individuare per tempo e neutralizzare con efficacia tutti gli attacchi che potrebbero (o potranno?) essere compiuti.

Parimenti, dal punto di vista pratico, si intensifica la preparazione di intelligence e forze dell’ordine che mirano a sviluppare prima dell’inizio dell’Anno Santo una rete a maglie tanto strette da non lasciar filtrare alcuno dei possibili attentatori. In parallelo, con una azione che procede forse con una disinvoltura che in tempi diversi sarebbe risultata discutibile, ci si libera degli elementi indesiderabili considerati potenzialmente pericolosi, rispedendoli al Paese di origine.

Sarà sufficiente tutto questo a garantirci quel livello di sicurezza pressoché totale che è nelle aspirazioni di tutti? Purtroppo la risposta non può che essere negativa. Per quanto faccia, per quanto si predisponga, per quanto si pianifichi, per quanto si crescano a dismisura il numero e l’efficacia degli uomini e mezzi impiegati, il rischio permarrà sempre e si tratterà di un rischio molto forte.

Analizziamo con calma il perché di questa pessimistica affermazione, anche per decidere poi su tale base quale possa essere il modo migliore per fronteggiare, se del caso, l’emergenza.

Avversari sfuggenti e opportunisti
È chiaro come per compiere un attentato occorrano sostanzialmente tre elementi , vale a dire un obiettivo da colpire, uno o più terroristi che si incarichino dell’atto e infine i mezzi per condurlo a buon fine.

Per quanto riguarda il primo di questi tre fattori la vera difficoltà per un commando del sedicente Stato islamico in una società vulnerabile come la nostra consisterebbe soltanto nella scelta tra possibili obiettivi troppo numerosi.

Già in passato, in occasione di attacchi in altre parti del mondo, la fantasia della nostra stampa si è sbizzarrita nell’individuare eventuali bersagli. Si è parlato così di bacini dell’acquedotto da avvelenare con il ricino od altri prodotti velenosi, di aerei dirottati da lanciare contro bersagli significativi, di aggressivi chimici da attivare in metropolitana, di cyber-attacchi che sconvolgano il traffico ferroviario, di attentatori suicidi che si facciano esplodere allo stadio. In una lunga elencazione che, per quanto si faccia, non riuscirà mai ad essere esaustiva.

Appare quindi vana la speranza che le forze dell’ordine riescano a garantire a tutti i potenziali obiettivi un livello di protezione totale e permanente. Si limiteranno invece a sorvegliare in permanenza soltanto quelli considerati più a rischio, perché maggiormente significativi, limitando a controlli saltuari, di periodicità irregolare la cura degli altri.

Quanto agli elementi da infiltrare sul nostro territorio, le difficoltà per la centrale terroristica risulterebbero veramente minime, specie nelle circostanze internazionali che stiamo vivendo. Da un lato infatti ci sono i migranti dal sud che, ondata dopo ondata, hanno finito col saturare non soltanto i sistemi di controllo italiani ma anche quelli di Paesi di norma molto meglio organizzati di noi. Si tratta di una condizione di cui tanto l’Is quanto altri movimenti del genere possono avere già approfittato per infiltrare elementi indesiderabili.

L’altra grande strada potrebbe essere quella degli “overstayers”, cioè di coloro che entrati con un regolare visto turistico non ripartono più alla sua scadenza. Per assurdo l’Anno Santo potrebbe addirittura accrescere il rischio che tale eventualità si verifichi. Una richiesta di pellegrinaggio a Roma, un visto che lo Stato italiano non può rifiutare – e che magari viene apposto su un passaporto falso concesso da qualche stato compiacente – e per il terrorista il gioco è fatto.

E infine, se pure ci fossero reali difficoltà ad introdurre terroristi nel nostro Paese, i luttuosi episodi della stazione di Madrid, della Metropolitana di Londra, di Charlie Hebdo a Parigi, dimostrano chiaramente quante poche difficoltà abbia l’estremismo di un certo tipo a reclutare localmente.

Da ultimo, i mezzi da usare, su cui non ci si dilunga considerato quanto essi possano essere svariati, spaziando dal computer all’aggressivo chimico, dai composti per l’agricoltura utilizzati per fare esplosivi ai piccoli aerei o droni telecomandati.

Si ritiene però opportuno ricordare come in tempi relativamente recenti l’intera area adriatica sia stata interessata per circa un decennio da una guerra che la ha letteralmente inondata con una impressionante massa di armi e come in tempi più recenti la caduta del Colonnello Gheddafi abbia lasciato senza responsabili controllori un arsenale estremamente sofisticato ed aggiornato i cui pezzi più pregiati sono da tempo in vendita ai migliori offerenti.

È necessario coinvolgere tutti
In simili condizioni la sicurezza totale, pur restando un obiettivo da perseguire con ogni possibile sforzo, non può essere garantita. Bisogna essere consapevoli che rimarrà sempre un forte rischio residuale. Che fare allora per affrontare nel migliore dei modi una simile situazione?

Il primo passo è indubbiamente quello di creare una matura e partecipata consapevolezza collettiva, smettendola di alimentare illusioni di possibile invulnerabilità ed informando invece con chiarezza dei rischi reali, magari con gradualità, per non creare panico, l’opinione pubblica.

Il secondo consiste nello spiegare che la sicurezza collettiva è un obiettivo cui tutti debbono per la loro parte contribuire, senza lasciarne la cura soltanto a intelligence e forze dell’ordine. Il caso dei passeggeri intervenuti con successo a sventare un attentato sul Tgv francese è esemplare!

In terzo luogo bisogna prepararsi ad affrontare con forza e senza panico eventuali situazioni di tensione o addirittura di caos. Dopo l’attentato alla metropolitana di Londra, i soccorsi furono molto facilitati dal comportamento ordinato della folla presente nell’area.

Infine occorre ricordarsi in ogni momento come il modo migliore di reagire all’estremismo armato sia quello di dimostrare ai terroristi come per quanto essi facciano non riusciranno mai ad indurci a cambiare i nostri valori, le nostre regole, il nostro modo di vita. Quindi “business as usual”! Lo abbiamo fatto con le Brigate Rosse e le abbiamo sconfitte. Perché non dovremmo avere la stessa forza con le frange terroristiche dell’estremismo islamico?

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