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Corsa alla nomination

Usa 2016: è l’estate di Trump, ma conta poco

26 Ago 2015 - Adriano Metz - Adriano Metz

Ha un’estate di vantaggio sui rivali, ma è l’estate sbagliata: questa serve solo a riempire i giornali, la prossima riempirà di voti le urne. Spendendo a dismisura e sparandole grosse, Donald Trump, magnate dell’edilizia e showman, balla l’agosto 2015 in testa ai sondaggi fra la pletora di candidati alla nomination repubblicana, anche se nessuno gli presta chances di ottenerla.

Lui ci sta dando dentro a fondo; gli altri misurano le forze, e i denari, perché la gara è lunga, di qui all’Election Day dell’8 novembre 2016: mancano 150 giorni all’inizio delle primarie. Una corsa così faticosa che rischi di finire in apnea. Ma Donald il rosso (per via dei suoi improbabili capelli) non se ne cura: a corto di soldi, lui non rischia di restare; e deve invece acquisire politicamente notorietà e credibilità.

La popolarità di Trump trae vantaggio dall’appannamento dei due favoriti per Usa 2016: Jeb Bush, repubblicano, rispettivamente figlio e fratello del 41° e 43° presidente degli Stati Uniti, e Hillary Rodham Clinton, democratica, già first lady, senatore dello Stato di New York e segretariodi Stato.

Jeb patisce la prestazione scolorita nel dibattito coi rivali repubblicani del 6 agosto, che gli ha fatto perdere punti. Hillary subisce un’erosione di popolarità per lo scandalo Emailgate – quand’era segretario di Stato, usava un account privato, anziché quello ufficiale.

Inoltre, essendo, di fatto, l’unico serio candidato democratico, gli attacchi dei repubblicani si concentrano tutti su di lei. Senza contare che l’ex first lady comincia a fare i conti con l’antipatia che buona parte dell’opinione pubblica degli Stati Uniti nutre per lei.

Al punto che l’ipotesi, sempre più probabile, di una discesa in campo del vice-presidente Joe Biden, un politico esperto e rispettato, ma non certo un trascinatore, viene letta in modi opposti. C’è chi vede in Biden una ruota di scorta democratica, su cui puntare se la Clinton non decolla e/o inciampa; e c’è chi lo considera, invece, una sorta di frangiflutti, che, attirando su di sé parte degli strali dei repubblicani, lascerebbe Hillary meno esposta alle critiche.

Il puzzle degli aspiranti alla nomination repubblicana alla Casa Bianca non perde per ora i pezzi, ma si sfilaccia, dopo il dibattito televisivo in prima serata su Fox News.

Il confronto a Cleveland nell’Ohio, uno degli Stati chiave per la Casa Bianca, è stato il primo di sei, con regole di selezione dei candidati ciascuno diverse: il prossimo andrà in onda sulla Cnn il 16 settembre da SimiValley, in California, dove c’è la biblioteca presidenziale di Ronald Reagan. Gli altri saranno il 28 ottobre sulla Cnbc e, poi, uno al mese a novembre, dicembre, gennaio, tutti prima dell’inizio delle primarie, il 1° febbraio nello Iowa e il 9 febbraio nel New Hampshire.

Sui rivali di partito, Trump fa pure valere il fattore soldi, senza peritarsi di aprire fronti di polemica a raffica, alcuni dei quali alla fine gli si ritorceranno contro: gli immigrati, le donne, gli avversari. Esprime posizioni controverse, come l’abolizione dello ‘ius soli’ e l’erezione di un muro al confine tra il Messico e il Texas; usa un linguaggio volutamente “scorretto”; insulta ‘latinos’ e giornaliste; colleziona gaffes: conquista elettori, ma molti se ne aliena.

Pare Gastone, di questi tempi: i contrattempi diventano colpi di fortuna. Una corte di New York l’aveva convocato come potenziale giurato: un fastidio per tutti, figuriamoci per lui, che, a marzo, aveva già avuto un’ammenda di 250 dollari per non avere risposto a cinque convocazioni dal 2006 – inviate all’indirizzo sbagliato, è la tesi difensiva.

Stavolta, Trump è andato e, davanti a una selva di telecamere, s’è detto pronto a fare il suo dovere di cittadino. Ne è uscito uno spot; e manco l’hanno preso.

Gli fanno pure gioco le ‘rivelazioni’, poco suffragate dai fatti, in verità, del Sunday Times, secondo cui Trump sarebbe stato tra i corteggiatori della principessa Diana: dopo il divorzio con Carlo, l’avrebbe ‘bombardata’ di mazzi di fiori da centinaia di sterline l’uno. Un portavoce del magnate, interpellato dal Sunday Times, ha detto che “i due si piacevano molto”, ma che “tra loro non c’è stato mai nulla”.

Trump è pronto a spendere, se necessario, anche un miliardo di dollari della sua fortuna personale: lui, a differenza degli altri, non ha bisogno di finanziamenti e non è condizionabile dai lobbisti.

Ma c’è chi giudica apriori la spesa uno spreco, perché, tanto, non gli varrà la nomination. E l’esibizione della ricchezza può pure essere un handicap: l’imprenditore, che dispone di una flotta aerea, preferisce muoversi in auto nello Iowa, per non urtare la parsimonia degli abitanti.

Fra i suoi rivali, invece, c’è chi non ha più un dollaro in tasca o quasi: l’ex governatore del Texas Rick Perry non paga più lo staff della sua campagna, che continua a lavorare per lui per volontariato. Fino a quando?

Le possibilità che Trump possa diventare presidente e attuare il suo programma sono infime: ha contro l’establishment del partito e ha l’handicap di polarizzare l’opinione pubblica. Se un conservatore su quattro è con lui, tre su quattro non lo vogliono proprio. E, se dovesse presentarsi da indipendente, come ha già ipotizzato, non avrebbe la forza di vincere – ma condannerebbe alla sconfitta il candidato repubblicano.

L’elettorato qualunquista e anti-politica apprezza le dichiarazioni senza peli sulla lingua – ormai il suo marchio di fabbrica – di ‘Donald il rosso’, uscito dal dibattito di Cleveland sempre più in testa al gruppo, con quasi un quarto delle preferenze della platea repubblicana(23%).

Invece, il dibattito non ha giovato a Bush e neppure al governatore del Wisconsin Scotto Walker. Bene i senatori del Texas Ted Cruz e della Florida Marco Rubio, il neurochirurgo Ben Carson, l’unico nero, e la manager Carly Fiorina (ex ceo di Hp), l’unica donna.

Fra i democratici, Hillary Rodham Clinton continua a contare su oltre il 50% dei consensi, davanti al senatore indipendente Bernie Sanders (17%) e all’attuale vice-presidente JoeBiden (13%), che non è ancora sceso in lizza. In un ipotetico match con Trump, l’ex segretario di Stato è nettamente in vantaggio in tutti i rilevamenti, ma lo showman ha ridotto il distacco a meno di 10 punti.

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Usa 2016: nomination, in corsa 17 repubblicani e 3 democratici / SCHEDA
È ridotta all’osso la lista dei concorrenti alla nomination democratica per Usa 2016, finora solo tre, forse perché Hillary Rodham Clinton toglie ossigeno ai rivali. È numerosa come non mai, invece, quella dei repubblicani, 17, perché nessuno la fa da padrone nei pronostici.

Fra i repubblicani, hanno già ufficialmente annunciato la loro candidatura, quattro senatori e un ex senatore, quattro governatori e cinque ex governatori, una manager – Carly Fiorina, che è stata amministratore delegato della Hewlett/Packard ed è l’unica donna -, un famoso neuro-chirurgo – Ben Carson, iper-conservatore e l’unico di colore in corsa nei due schieramenti -, e l’eccentrico notissimo miliardario Donald Trump.

I senatori, tutti esordienti nella competizione, sono, in ordine di candidatura, Ted Cruz, del Texas, vicino al Tea Party; Rand Paul, del Kentucky, libertario; Marco Rubio, della Florida, cubano d’origine; e Lindsey Graham, della South Carolina, esperto di sicurezza e difesa. L’ex senatore è Rick Santorum della Pennsylvania, un reduce della corsa, cattolico integralista.

Gli ex governatori sono, sempre in ordine di candidatura, Mike Huckabee, Arkansas, il veterano per antonomasia delle primarie, che frequenta dal 2008, oggi ben piazzato nei sondaggi; George Pataki, Stato di New York, sceso in lizza in punta di piedi; Rick Perry, Texas, che ci riprova dopo il flop del 2012, ricordando d’avere guidato per tre mandati la 12° economia mondiale; Jeb Bush, Florida, figlio e fratello rispettivamente del 41° e 43° presidente degli Stati Uniti; e Jim Gilmore, Virginia, l’ultimo a scendere in lizza in assoluto.

I governatori, tutti esordienti, si sono tutti svegliati tra giugno e luglio: quello del New Jersey, Chris Christie, la cui popolarità s’è un po’ appannata, causa scandali e chiacchiere, è un ‘pezzo grosso’, non solo per la stazza, dello schieramento repubblicano meno conservatore; quello della Louisiana, Bobby Jindal, di origine indiana, la cui popolarità è alta solo nel suo Stato; quello del Wisconsin Scott Walker, uno che la ce la può fare; e quello dell’Ohio John Kasich, che nessuno attendeva.

A fronte di questa legione, i tre democratici: Hillary Rodham Clinton, ex first lady, ex senatore dello Stato di New York, ex segretario di Stato, candidata alla nomination nel 2008, quando fu battuta da Barack Obama, e gli outsiders Bernie Sanders, senatore del Vermont che si autodefinisce ‘socialista’ e l’ex governatore del Maryland Martin O’Malley. A loro starebbe per aggiungersi l’attuale vice-presidente Joe Biden, politico di lungo corso, a più riprese senatore del Delaware.