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Nonostante il vaccino

Ebola, una minaccia per la pace

10 Ago 2015 - Francesco Celentano - Francesco Celentano

Quando nel dicembre 2013 una bambina di Mèliandou, un piccolo villaggio della Guinea, è morta dopo una lunga agonia, per una malattia ignota, nessuno poteva immaginare che stava iniziando una delle più catastrofiche epidemie della storia umana. La bambina si chiamava Emile Ouamouno ed è stata il “paziente zero“ di Ebola.

Dal 2013, in meno di due anni, l’epidemia si è diffusa senza sosta in quasi tutta l’Africa occidentale, colpendo maggiormente Liberia, Guinea e Sierra Leone, Stati dall’economia fragile e con servizi ospedalieri non idonei a fronteggiare un’emergenza di tale portata.

Per questo, ed in generale per rendere universalmente nota la causa di questi Paesi stremati dalla lotta ad Ebola, il 18 settembre del 2014 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con una decisione storica, ha approvato all’unanimità la risoluzione n.2177 con cui ha definito l’epidemia una minaccia per la pace.

“Minaccia alla pace” è una definizione solitamente riservata, per prassi Onu, principalmente alle violazioni dei diritti umani e alle aggressioni armate, ma questa volta è stata utilizzata per una malattia infettiva le cui conseguenze non si limitano, come se non bastasse, a migliaia di vittime ma che anzi determinano l’isolamento economico e politico dei Paesi colpiti e il conseguente indebolimento di economie già fragili.

Come la storia insegna, infatti, situazioni d’incertezza e povertà come questa spesso incrementano il rischio di rivolte da parte delle popolazioni vessate da contesti complessi, di guerre di confine e di danni alla già precaria architettura istituzionale dei singoli Stati, che in Africa determinano, spesso, conflitti sociali e politici che sfociano nel caos.

Le critiche all’Organizzazione mondiale della sanità
Un ruolo di primo piano, sia pur tra tanti distinguo, è riconosciuto all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che, in ritardo e tra innumerevoli difficoltà, ha provato a coordinare le operazioni di soccorso nei Paesi colpiti, stimolando la ricerca di un vaccino e pressando i governi dei suoi 192 Stati membri a collaborare fattivamente.

L’Organizzazione, con sede a Ginevra, fin dalla sua fondazione avvenuta nel luglio 1948, si pone come obiettivo primario il raggiungimento da parte di tutte le popolazioni del livello più alto possibile di salute inteso come stato di completo benessere. Questo scopo, in questa occasione, non pare sia stato perseguito al meglio.

Un recente rapporto redatto da un Comitato indipendente di sei esperti guidati da Barbara Stocking dell’Università di Oxford, istituito proprio per valutare il comportamento dell’Agenzia specializzata Onu rispetto a Ebola, ha contestato all’Oms ritardi significativi ed errori avvertendo che se non si provvederà al più presto ad una radicale riforma del sistema internazionale di prevenzione, inclusa l’intera Organizzazione, la prossima epidemia troverà la Comunità internazionale impreparata, esattamente com’è stato per Ebola.

Il documento rammenta che se le raccomandazioni della Commissione di valutazione che seguirono l’altrettanto mal gestista pandemia di H1N1 fossero state recepite nel corso degli ultimi anni, “il mondo avrebbe potuto affrontare Ebola da una posizione migliore”.

Tra le prime misure consigliate dal rapporto c’è l’adozione di un fondo da 100 milioni di dollari dedicato esclusivamente alla risposta alle emergenze, in aggiunta ad un necessario, quanto da tempo rinviato, aumento delle quote di partecipazione dei singoli Paesi membri al bilancio, ristretto, dell’Oms.

Una situazione in costante mutazione
Con un bilancio di oltre 27 mila persone infette e più di 11 mila decessi, Ebola continua a spaventare l’Africa. Mentre l’Unicef lancia l’allarme per gli oltre 70 mila neonati non registrati in Liberia durante l’emergenza a causa del caos sociale ed organizzativo, la Comunità internazionale, Italia in testa, prosegue la propria opera di sostegno diretto ed indiretto ai Paesi colpiti, mediante finanziamenti e invio di ospedali da campo, attrezzature e personale qualificato.

In questa cornice s’inserisce la notizia, diffusa in questi giorni, della scoperta di un vaccino, prodotto in Canada, testato in Guinea e primo a risultare efficace al 100% in seguito a sperimentazione su oltre 4000 malati. Ma il vaccino, per quanto fondamentale per debellare la malattia, da solo non basta.

A tal proposito, infatti, Medici senza frontiere e gli altri protagonisti della lotta all’epidemia ricordano che fino a quando dalla media attuale di 30 infettati al giorno non si passerà a zero, la crisi Ebola resterà un’emergenza da non sottovalutare.

A tale proposito, in un documento ufficiale rilasciato dal professor Ippolito, direttore dell’Istituto nazionale malattie infettive Spallanzani di Roma, si rammenta a tutti i protagonisti del contrasto all’epidemia che “è tempo di unire le forze coinvolgendo anche le istituzioni africane, al fine di unire le diverse competenze scientifiche, evitando duplicazioni, condividendo aspetti metodologici, etici e partecipativi al fine di salvaguardare la sicurezza sanitaria internazionale”.

Appare evidente che solo collaborando, quindi, la Comunità internazionale potrà rispondere a questa moderna, quanto inaspettata, nuova minaccia alla pace e provare a prevenire futuri colpi alla missione di “completo benessere” per l’umanità.

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