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Mare non più Nostrum

Il Mediterraneo senza potenza egemone

28 Lug 2015 - Giuseppe Cucchi - Giuseppe Cucchi

Il Mare Nostrum ha un passato di feroci conflitti per il predominio, sin dalle lotte triangolari tra Greci, Fenici ed Etruschi. Questi ultimi vennero eliminati dai Siracusani con la battaglia navale di Cuma, nel 474 a.C., un po’ come sei anni prima, a Salamina, la lega panellenica aveva liquidato il tentativo di penetrazione persiano.

Furono poi i romani che misero fine all’egemonia marittima fenicia, distruggendo Cartagine, conquistarono la Grecia e portarono ad unità strategica il bacino, con un monopolio che, tra Roma e Bisanzio, durerà circa ottocento anni.

Un passato tra unità e divisione
Lo rompe, nel VII-VIII secolo, l’impetuosa avanzata dell’Islam. Per Henri Pirenne è una divisione, destinata a durare più di mille anni, che spiega il regresso economico dell’alto medioevo. Per Fernand Braudel invece, pur nel suo frazionamento fra due civiltà contrapposte, il Mediterraneo mantiene la sua prevalente funzione di ponte, di collegamento, attraverso cui le parti si scambiano uomini, merci, contatti e soprattutto idee.

Finita l’era dei grandi imperi mediterranei, a vantaggio di quelli oceanici, sin dalle guerre napoleoniche diviene assoluto il predominio nel bacino della Royal Navy, che trasforma in pratica il Mediterraneo in un mare inglese, che assicura, da Gibilterra a Suez, la continuità delle comunicazioni imperiali.

Provarono un paio di volte, prima Napoleone e poi (si parva licet componere magna) Erwin Rommel a interrompere quel collegamento in Egitto, senza riuscirci. Naturalmente molte altre marine operavano nel Mediterraneo, ma il dominio strategico restava saldamente britannico, almeno sino alla spedizione anglo-francese a Suez, nel 1956, quando si prende ufficialmente atto che il bacino ha un nuovo egemone, gli Stati Uniti.

Questi ultimi sono più elastici e sfumati, anche perché il loro avversario è la grande potenza continentale sovietica, e operano quindi essenzialmente sotto la bandiera dell’Alleanza Atlantica, riuscendo comunque a mantenere fuori dal bacino le forze di Mosca.

Il dilemma attuale
Ma cosa è oggi il Mediterraneo? E cosa dobbiamo attenderci da un futuro che appare così pregno di radicali cambiamenti da rischiare di configurare i prossimi anni a venire più come una fase rivoluzionaria della storia della umanità che come un periodo di rapida evoluzione, certo rischiosa ma tutto sommato controllabile?

Ci stiamo avviando verso un periodo di rinnovata separazione delle sponde del Mare Nostrum che ricorderà, almeno per analogia, la contrapposizione fra Maometto e Carlomagno descritta da Pirenne? Oppure il Mediterraneo ritornerà a quella prevalente funzione di ponte fra culture diverse su cui Braudel concentrava la propria attenzione? E chi controllerà il bacino? Una sola potenza o superpotenza? Un oligopolio di protagonisti? Un condominio in cui agiscano di comune accordo tutti gli Stati rivieraschi?

Nel tentare di definire questo ancora incerto futuro tre punti sembrano però già acquisiti sin da ora.

Gli Stati Uniti si defilano un poco
Il primo è il deciso calo d’interesse per il bacino da parte di Stati Uniti che appaiono intenzionati a concentrare verso altre aree del mondo la loro potenza residua. Il disimpegno di Washington è stato fino ad ora molto limitato, considerato come una flotta Usa sia ancora ancorata a Gaeta e come nell’Italia, che domina geograficamente entrambi i bacini del Mare Nostrum, la presenza militare americana sia cresciuta e non calata – caso unico in Europa – dopo la fine della guerra fredda.

Il Presidente Obama ha però già abbondantemente chiarito come la sua nuova linea strategica non preveda più un impegno in prima fila degli Stati Uniti nell’area, ma lasci invece agli alleati il compito di operare da gendarmi regionali.

Si trattava forse di una buona intenzione, ma la via dell’inferno è spesso lastricata di buone intenzioni. Il primo frutto della nuova strategia statunitense è stata quell’immediata rinascita delle ambizioni neo colonialiste francesi e britanniche che ha rapidamente condotto al disastro libico.

Arrivano altre potenze
Il secondo punto, diretta conseguenza del disimpegno statunitense, è il progressivo affacciarsi nel bacino di altre potenze che un tempo gli erano estranee. La prima è la Russia che con il recupero della Crimea ha consolidato la sua presenza navale in Mar Nero e che ora tende, come si diceva un tempo, “a sfociare nelle acque calde”. Mosca ha già una sua base navale a Tartous, in Siria, ed accordi particolari con Cipro. La difficile situazione della Grecia nell’Ue potrebbe offrire a Mosca altre opportunità.

In pari tempo anche la Cina si sta scoprendo potenza navale e, almeno parzialmente, potenza navale mediterranea, se non altro per la necessità di proteggere gli investimenti fatti nella cosiddetta area del “Mediterraneo allargato”.

Non dimentichiamoci di come, all’inizio della crisi libica, Pechino abbia dovuto evacuare per via navale dal paese a rischio ben 26.500 suoi concittadini, e lo abbia fatto brillantemente. Così adesso la Cina ha più o meno acquistato il porto del Pireo, tratta per insediarsi in quello di Taranto, partecipa alle azioni anti pirateria che si svolgono in Oceano Indiano, partecipa con la Russia a manovre navali congiunte nel Mediterraneo Orientale e semina propri reparti militari nelle azioni di pace dell’Onu che si svolgono intorno al bacino. Una politica che potrebbe ricordare quella del pre-deployment delle unità americane di un tempo.

Il grande progetto della “Silk road, Silk belt” che dovrebbe condurre a migliorare sostanzialmente i collegamenti commerciali, terrestri e navali, fra l’Asia e l’Europa nei prossimi dieci, venti anni, comporterà una presenza cinese nel Mediterraneo notevolmente accresciuta rispetto a quella attuale.

È previsto infatti che la Silk road navale, partita dalla Cina, entri nel Mare Nostrum da un Canale di Suez di cui l’Egitto sta già raddoppiando la portata e termini nei porti dell’Adriatico, rinnovando in maniera simbolica lo storico collegamento fra Xi’An e Venezia.

Gli arabi sono in mezzo al guado
Il terzo punto da seguire con estrema attenzione è il fermento della sponde arabe del nostro bacino, travagliate dalla affannosa ricerca di un nuovo equilibrio interno delle differenti componenti dell’ecumene islamico nonché dall’insorgere di tentazioni estremistiche così forti che al momento attuale appaiono estremamente difficili non solo da sopprimere ma addirittura da contenere.

Tanto più poi che tutti coloro che si candidano ad esercitare ruoli di leadership locale non appaiono, almeno sino a questo momento, disponibili a pagare il prezzo in oro ed in sangue indispensabile per imporre la propria leadership.

Pirenne o Braudel?
In definitiva si va dunque verso un oligopolio navale destinato a controllare sempre di più le acque del bacino mediterraneo, sullo sfondo del progressivo attenuarsi di una presenza americana che tenderà a farsi più debole, a meno di inversioni di tendenza che per il momento appaiono molto improbabili.

Permarrà inoltre anche una condizione di forte instabilità delle sponde arabe destinata a durare ancora per parecchi anni , e quindi a lasciare sostanzialmente ancora aperto ad entrambe le possibili soluzioni il quesito di Braudel e di Pirenne.

Da chiedersi poi, in conclusione, se vi sarà un ruolo anche per l’Unione Europea in questo scenario e di quale ruolo si tratterà. Ma prima è forse meglio chiedersi di che Unione Europea si tratta!

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