IAI
Scenari che cambiano

Energia: Usa verso l’autosufficienza; e l’Europa?

30 Lug 2015 - Marco Giuli - Marco Giuli

Negli ultimi anni la massiccia estrazione di gas e petrolio di scisto negli Stati Uniti ha decisamente modificato il profilo energetico del Paese. La produzione di petrolio è cresciuta del 54% fra il 2010 e il 2014, mentre quella di gas naturale del 21%, rendendo gli Usa il primo produttore mondiale di idrocarburi.

L’Unione europea (Ue) e i suoi Stati membri vedono tale rivoluzione come un’opportunità di diversificare i loro approvvigionamenti di gas, ancora dipendenti da pochi produttori e in diversi casi soggetti al monopolio del gigante russo Gazprom.

Urgenza quanto più sentita nel momento in cui le tensioni in Ucraina hanno riacceso il dibattito sulla sicurezza energetica nell’Ue. Il presente articolo intende analizzare la dimensione strategica della shale revolution americana per l’Europa, suggerendo che più che un’opportunità di diversificazione, il boom degli idrocarburi di scisto nordamericani rappresenta per l’Europa una sfida strategica di ampia portata.

Gas americano per l’Europa?
Finora, l’espansione della produzione americana si è tradotta più in una riduzione dei prezzi interni e in una crescita della competitività che in opportunità di esportazione. Canada e Messico sono i principali sbocchi commerciali, mentre lo sviluppo di capacità di liquefazione per l’esportazione di gas naturale liquefatto (Gnl) è ancora in fase embrionale.

A giugno il Dipartimento Usa per l’Energia ha autorizzato l’esportazione di 35 miliardi di metricubi (bcm) all’anno per 20 anni verso Paesi che non hanno trattati commerciali con gli Stati Uniti, rendendo l’Europa – con la sua ampia capacità di rigassificazione, attualmente in espansione in Europa orientale – una possibile destinazione nel momento in cui il terminale di liquefazione di Sabine Pass (autorizzato ad esportare circa 22 bcm all’anno) sarà ultimato all’inizio del 2016.

Tuttavia, le dinamiche del mercato europeo presentano incognite significative di natura principalmente commerciale. Nonostante il calo degli alti prezzi in Asia orientale rendano l’Europa potenzialmente attraente per ulteriori importazioni di Gnl, i prezzi in Europa potrebbero andare incontro ad una dinamica negativa per l’effetto congiunto dell’incertezza della domanda e una politica di aumento della capacità di esportazione da parte di Gazprom, dimostrata dai piani di espansione del gasdotto Nord Stream fra Russia e Germania e di costruzione del gasdotto Turkish Stream.

La compagnia russa sta cercando di adattare le proprie infrastrutture a una sovrapproduzione che ha ormai raggiunto i 150 bcm, il che metterebbe Mosca nella posizione di poter deprimere i prezzi europei rendendo la regione meno attraente per la concorrenza.

Da parte americana, le intenzioni sembrano ambivalenti. Per lungo tempo gli Usa hanno incoraggiato l’Europa a diversificare gli approvvigionamenti di gas. Tuttavia, tale politica era motivata dall’ambizione di fornire uno sbocco europeo per gli idrocarburi caspici, al fine di sottrarre i Paesi post-sovietici dall’influenza russa garantita dal controllo di Gazprom sul panorama infrastrutturale post-sovietico, e non dall’intenzione di provvedere alla sicurezza energetica europea attraverso un coinvolgimento diretto degli idrocarburi americani.

Risulta comunque ben chiaro che tali opportunità di diversificazione difficilmente renderanno l’Europa autonoma dal gas russo. Il maggiore beneficio per l’Europa risiede semmai nella possibilità di sottoporre Gazprom ad ulteriori pressioni concorrenziali.

Da questo punto di vista, il futuro delle relazioni energetiche Usa-Ue sarà dominato dalle dinamiche del mercato. La dimensione strategica risiede altrove.

Il significato dell’autosufficienza
Il cammino americano verso l’autosufficienza energetica impone il ripensamento di un accordo al cuore dell’assetto della seconda metà del ‘900: il patto della USS Quincy del 1945 con cui il presidente americano Roosevelt garantiva al re saudita Abdul Aziz sicurezza in cambio dell’accesso al petrolio del Golfo Persico.

In una situazione di autosufficienza, gli Stati Uniti rafforzano in modo marcato la loro posizione e le opzioni di politica estera nel Golfo. Tale rafforzamento si è ad esempio tradotto nella possibilità di perseguire una politica verso l’Iran meno vincolata dalle pressioni delle monarchie arabe nella regione, sospettose nei confronti di un allentamento delle sanzioni contro Teheran che potrebbe evolvere – ai loro occhi – in un rilancio delle ambizioni egemoniche della Repubblica islamica.

Allo stesso modo, la possibile espansione della produzione di idrocarburi in Usa garantisce a Washington un potente strumento di enforcement dell’accordo sul nucleare iraniano, vista la sensibilità dell’economia iraniana alle fluttuazioni dei prezzi del greggio.

Ma oltre agli evidenti effetti benefici che l’autosufficienza garantisce agli Stati Uniti nella loro politica nella regione, la shale revolution impone riflessioni strategiche ai Paesi importatori – in primo luogo Europa e Cina – che finora hanno tratto benefici dalla sicurezza garantita dagli Usa ai flussi commerciali di idrocarburi nel Golfo Persico senza pagarne i costi.

L’autosufficienza americana non si traduce necessariamente in un disimpegno dal quadrante del Golfo – Obama stesso nel 2013 ha annunciato all’Onu che gli Usa continueranno a impegnarsi nella sicurezza delle rotte energetiche nonostante il declino del loro fabbisogno esterno, concetto ribadito l’anno successivo dal segretario alla Difesa Hagel. Tuttavia, pone gli altri importatori in una situazione di vulnerabilità strategica rispetto agli Usa, che potrebbe aprire la strada a una divergenza di interessi, soprattutto nel medio termine – ad esempio, nel caso in cui emergano negli Usa tendenze isolazioniste o dispute domestiche sul bilancio tali da compromettere obblighi internazionali.

Indubbiamente, i contorni che vanno delineandosi nel nuovo panorama energetico globale dovrebbero preoccupare più gli asiatici – in primo luogo la Cina, che dipende dagli idrocarburi del Golfo in misura molto maggiore rispetto all’Europa. Ma al di là dei flussi fisici, l’Europa rimane estremamente sensibile alle fluttuazioni dei prezzi ancora fortemente influenzati dalle dinamiche politiche del Golfo, per il quale transita ancora un terzo del commercio globale di petrolio.

Per questa ragione, per l’Europa diventa improrogabile una valutazione realistica dell’evoluzione degli interessi americani e degli elementi di vulnerabilità che tale evoluzione potrebbe scoprire nel vecchio continente.

In questo, come in altri ambiti, il free riding sul ruolo Usa di garante di sicurezza di ultima istanza potrebbe non essere sostenibile in futuro. È urgente per l’Europa assumersi ulteriori responsabilità internazionali nella sicurezza dei flussi commerciali di idrocarburi finché questo potrà essere fatto in un quadro di cooperazione con gli altri attori del sistema.

.