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Dopo il voto

Turchia: Erdogan ripensa la politica estera

13 Giu 2015 - Marco Guidi - Marco Guidi

È forse prematuro trarre delle conclusioni sull’effetto che le elezioni turche avranno sulla politica internazionale di Ankara, soprattutto quando è ancora molto incerto che cosa succederà sul piano interno: se Erdoğan si piegherà a un governo di coalizione (e con chi?), o se deciderà di rilanciare indicendo elezioni anticipate, oppure se le opposizioni si coalizzeranno in un’esperienza di governo a tre (e la cosa appare assai improbabile) escludendo l’Akp.

Una cosa sembra certa: l’Akp, indebolito dai risultati e dai segnali che provengono dalla parte più giovane e moderna dell’elettorato, dovrà ripensare almeno in parte la sua politica estera. Gli scenari possibili sono molti e variegati e si sviluppano su vari fronti. Vediamo quali.

Il fronte siriano-iracheno
Fino ad oggi i fondamentalisti che combattono il sempre più pericolante regime di Bashar al Assad potevano contare sull’appoggio occulto, ma sempre presente, di Ankara.

Dopo lo scandalo dei rifornimenti di armi, mimetizzati sotto medicinali e aiuti vari, denunciato dal quotidiano Cumhuriyet, e dopo le assurde minacce di Erdoğan al suo direttore (il presidente ha chiesto l’ergastolo per lui) e dopo i richiami non pubblici ma molto fermi dell’America e della Nato alla Turchia immediatamente precedenti le elezioni, Erdoğan e i suoi si troveranno a dover ripensare la loro strategia.

Non è infatti più possibile per loro ostentare un volto anti-integralista e nel contempo favorire proprio i fondamentalisti. Né è più possibile strizzare l’occhio a chi vuole abbattere il governo sciita ma legittimo di Bagdad che gode del sostegno di Hezbollah e Iran ma anche di quello americano e dei Paesi della Nato, di cui la Turchia è pur sempre un Paese membro.

Oltretutto Ankara non ha nessun interesse a inimicarsi definitivamente il Partito di Dio libanese e il vicino iraniano con cui sono in corso trattative economiche, politiche e strategiche.

I rapporti con l’Egitto e con Israele
Sostenitore dei fratelli musulmani, Erdoğan ha più volte attaccato duramente il nuovo governo del Cairo e il suo capo, il generale Abdel Fattah Al Sisi. Questi attacchi sottintendevano la volontà turca di divenire guida e leader morale dei sunniti, una volontà che andrà perlomeno ridimensionata.

Inoltre dopo la rottura clamorosa con Israele in seguito all’assalto israeliano alla flottiglia che portava aiuti a Gaza (incidente della Mavi Marmara), rottura che poteva far gioco alla futura guida del sunnismo in armi, le cose sono cambiate.

Erdoğan ha visto con preoccupazione la collaborazione sotterranea, ma efficace tra israeliani, egiziani e, soprattutto, sauditi. Una collaborazione che tagliava fuori la Turchia sognatrice di un neo-ottomanesimo velleitario.

Anche in questo caso, come in quello elettorale, Erdoğan si deve esser reso conto che le dichiarazioni reboanti e sbruffone forse non servono né in politica interna né in quella estera. Da qui le caute, ma costanti, mosse di riavvicinamento a Gerusalemme e il blocco degli assalti mediatici all’Egitto.

Ritorno all’Europa
Ma c’è un altro scenario molto interessante che balugina dietro la linea dell’orizzonte, quello dei rapporti con l’Europa comunitaria che osservava sempre più costernata l’attività dell’Akp e del suo leader Erdoğan, che potrebbe aver tutto l’interesse a giocarsi l’Europa, le sue leggi, la sua visione del mondo anche sul piano interno (una cosa che in passato gli è riuscita molto bene e gli ha giovato).

Forse, chissà, la Turchia può tornare a essere quel paese musulmano dove si poteva vivere quasi come in Europa, trovare interlocutori con cui condividere idee, letture, argomenti e sognare di vederli un giorno nella stessa Unione. Europei di confine, di religione diversa, ma non così diversi da tutti noi. Certo non più diversi da quello che sono oggi un finlandese o un baltico da un abitante dell’Estremadura o dell’Epiro.

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