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Verso il Vertice di Riga

Ue: le nuove sfide del Partenariato orientale

19 Mag 2015 - Dario Sabbioni - Dario Sabbioni

Il 21 e 22 maggio si terrà a Riga il quarto Vertice dei capi di Stato e di governo dei Paesi inclusi nel Partenariato orientale. Per i sei Paesi non-Ue che fanno parte di questa iniziativa (ovvero Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Armenia, Georgia e Azerbaijan) è l’occasione per riallacciare un dialogo che da più parti è stato messo in discussione.

Lanciato sei anni fa nel quadro della Politica europea di vicinato, il Partenariato rappresenta il volto “orientale” delle relazioni bilaterali, multilaterali e transregionali che caratterizzano questa importante politica dell’Unione.

Quali sfide attendono i ventotto capi di Stato e di governo Ue, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il commissario europeo per la Politica di vicinato e i negoziati di allargamento Johannes Hahn?

Il lancio dell’Unione economica eurasiatica (Uee) a gennaio 2015, la situazione nel Donbass, la costante incertezza politica in Moldavia, i conflitti “congelati” della regione mostrano come l’Ue abbia assoluto bisogno di nuove strategie.

La via trans caucasica
Per quanto riguarda il versante caucasico, dei tre Paesi che fanno parte del Partenariato soltanto la Georgia sembra aver raggiunto un soddisfacente livello di integrazione con l’Ue.

L’Armenia invece, che il 2 gennaio è entrata a far parte della neonata Uee, diretta erede della Unione doganale eurasiatica, sembra aver già fatto una scelta di campo. Tornando in Europa, il sentiero armeno è stato seguito dalla Bielorussia, anch’essa parte della Uee.

La “competizione” con questa nuova iniziativa di integrazione regionale russa non va sottovalutata. L’Ue non potrà più parlare solo con la pubblica amministrazione dei singoli Paesi per trattare di barriere doganali, dazi e altre questioni legate al commercio, ma dovrà vedersela con l’intero blocco dell’Uee, che è ora in grado di fissare tariffe comuni a tutti i Paesi.

È quasi scontata quindi l’egemonia che la Russia avrà nella regione, come dimostra la presidenza della Commissione economica eurasiatica conferita all’ex-ministro dell’Industria del governo russo, Viktor Borisovich.

La campana delle riforme suona a Est
Nel quadrante est-europeo, invece, la situazione è più favorevole all’Unione: le bandiere blu a dodici stelle gialle apparse a Maidan Nezalezhnosti durante le proteste di piazza a Kiev sono l’esempio di un (ancora abbozzato) desiderio “europeo”. Inoltre, Ucraina e Moldavia hanno stipulato con l’Ue un Dcfta (Deep and Comprehensive Free Trade Agreement) che ora attende solo di essere messo in pratica.

Ci sono molti ostacoli sul cammino: la Russia ha già fatto sapere che si oppone all’applicazione del Dcfta con l’Ucraina almeno fino a fine 2016, ma il rischio è che continui a rilanciare per ritardare il processo.

Inoltre, per avere la “carota”, ovvero i cospicui finanziamenti europei, è richiesta a ciascun partner l’accettazione di certi valori e standard democratici, oltre che la costosa messa in regola di determinati settori dell’economia secondo le direttive europee. Il cosiddetto “bastone” della condizionalità è sempre dietro l’angolo, quindi.

Infine, il coinvolgimento della società civile non può essere trascurato: l’Eastern Partnership Civil Society Forum (EaP-Csf) è il forum principe per le discussioni della società civile tra Paesi del Partenariato e Unione europea. Le proteste in Ucraina hanno dimostrato quanto una società civile consapevole possa ottenere se agisce con un obiettivo comune. Progetti che aiutino la società civile e il settore privato (attraverso il Business Forum del Partenariato orientale) ad assumere maggiore consapevolezza politica possono essere sicuramente una leva importante per l’Ue.

Quale Partenariato dopo Riga?
Il ministro degli Esteri lettone Edgars Rinkevics, che in quanto presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea ospita il Vertice nella sua capitale, ha usato toni garibaldini: qui o si realizza veramente una cooperazione, o il Partenariato morirà. Il momento sarebbe propizio per affrontare almeno due questioni fino ad ora eluse.

Innanzitutto, dare una vera prospettiva europea a Moldavia e Ucraina. Sono Paesi che certo devono ancora lavorare molto sulla strada delle riforme, ma che hanno bisogno di stimoli più forti e non soltanto di promesse per arrivare in fondo. Sembra quasi che l’attaccamento a Bruxelles sia direttamente proporzionale al livello di avanzamento degli ideali democratici dei Paesi: questo può essere uno sprone forte per l’Ue a continuare nel solco già tracciato.

Infine, l’ultima questione da affrontare riguarda la fornitura di energia: l’Azerbaijan, il partner regionale con maggiori interessi in questo settore, è sganciato da una logica europea, ma rimane interessato a proseguire la cooperazione nel quadro del Partenariato strategico per l’Energia con l’Ue.

Il colore del futuro per il Partenariato orientale è grigio. Da una parte, molti fattori giocano a favore di relazioni più strette con l’Ue, soprattutto per alcuni Paesi. In questo caso, bisogna essere attenti a non trasformare la “differenziazione” in base al livello di integrazione con l’Ue in vera e propria “discriminazione” contro i Paesi che mostrano maggiori difficoltà.

Dall’altra, il guanto di sfida lanciato da Mosca non può che essere un segnale di allarme per un’Unione che ha ancora mezzi troppo limitati per lanciarsi in un gioco di potenza su scala regionale. Il summit di Riga dirà se l’Ue è pronta (almeno a parole) a giocare la partita.

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