IAI
Cooperazione

Nel futuro, meno progetti, più visione

20 Mag 2015 - Emilio Ciarlo - Emilio Ciarlo

Il futuro della cooperazione è oltre l’aiuto. Lo scenario internazionale è cambiato: i paesi partner ci chiedono trasferimento di tecnologia ed esperienze, non più progetti.

Il numero dei paesi rimasti nella trappola della povertà si è dimezzato, i donatori sono aumentati, così come la rilevanza delle rimesse dei migranti o il flusso di investimenti diretti.

In Africa e in Asia si aspettano sostegno per combattere la corruzione endemica, l’inefficienza dei sistemi fiscali e del welfare. Le agenzie dello sviluppo del futuro devono cambiare per adattarsi alle nuove sfide, sono ancora troppo burocratiche, con un approccio top-down che pecca di arroganza nel voler mettere in ordine il caos e la complessità del mondo”.

Lontani dal dibattito italiano
Il dibattito tenutosi al workshop su ‘La futura Agenzia dello sviluppo, organizzato dall’importante think tank Odi (Overseas development Institute) di Londra con i responsabili delle istituzioni di cooperazione di mezzo mondo è molto diverso da quello italiano.

Alcune cose sono date per scontate (come la necessità di rispettare gli impegni e mettere i soldi, almeno lo 0,30% del Pil, media Ocse, cui secondo l’ultimo Def noi arriveremo solo nel 2020). Altre sono già metabolizzate o gestite senza diffidenze ideologiche o vecchie resistenze (per esempio il rapporto con i privati); anzi a volte sono rielaborate con una certa spudorata furbizia e pragmaticità.

Altre ancora molto poco frequentate alle nostre latitudini: vale per i lunghi ragionamenti su indicatori e valutazioni o per la ricerca sui criteri di performance dei contributi affidati a banche e fondi multilaterali.

Un minimo comune denominatore
Per altri aspetti, l’impressione è che il nostro Paese potrebbe ritrovarsi poi non così indietro.Per l’Italia il futuro della cooperazione è politico: per questo la recente riforma la incardina nel Ministero degli Esteri; per questo il Documento strategico italiano sulla cooperazione sarà approvato dal Consiglio dei ministri e un Comitato interministeriale permanente aiuterà ad assicurare la coerenza dell’azione complessiva del Governo sul piano internazionale; per questo si prevede che il direttore dell’Agenzia sia nominato dal presidente del Consiglio e che la nostra ‘Banca dello sviluppo’ sia la più’ importante istituzione finanziaria pubblica italiana, la Cassa Depositi e Prestiti.

La prospettiva è quella di uscire dalla nicchia specialistica dell’economia dello sviluppo, assumere un mandato più trasversale tra le diverse politiche governative, spingere l’intera azione del Governo verso un approccio più aderente ai principi dello sviluppo sostenibile – dalla Difesa per gli interventi di stabilizzazione al Commercio per l’apertura dei mercati interni, dall’Ambiente all’Interno per la sfida delle migrazioni.

L’accentuazione della “coerenza delle politiche”, il coinvolgimento diretto di Palazzo Chigi, un rappresentante politico per la cooperazione che può sedere in Consiglio dei Ministri, un dibattito che si apre alla geopolitica sono state, dunque, scelte avvedute della riforma.

Disegni astratti e aiuti concreti
Per l’Italia, la cooperazione non è solo “parte integrante e qualificante della politica estera” o astratta solidarietà a distanza. È aiuto concreto e drammatico a uomini, donne e bambini che altrimenti vediamo morire sulle nostre coste, fuggendo da guerre e sottosviluppo.

Stabilizzare il Corno d’Africa, migliorare la condizione delle donne in Mali, sostenere lo sviluppo in Africa occidentale è parte del nostro interesse nazionale, oltre ad essere il mandato che la Costituzione assegna alla politica estera.

L’Italia sarà in prima linea nel plasmare una cooperazione internazionale che sempre più coincida con una forma nuova di “global politics” e per questo dovrà essere protagonista nel costruire una Agenzia per lo sviluppo “fit for the future”.

Un’Agenzia che affianchi i profili tecnici tradizionali con “softerskills” di natura più politica e generalista, adatte a gestire partnership, trovare accordi, costruire sinergie e relazioni:capacità che in questi anni si sono formate nelle università, sul campo, nelle istituzioni internazionali.

Un’Agenzia-hub per la circolazione di informazioni e la promozione di collaborazioni con la società civile, profit e no profit, ma che sia incline anche a intercettare, utilizzare e valorizzare le competenze diverse presenti nelle varie Amministrazioni pubbliche.

Un motore per il cambiamento
Un motore di cambiamento, favorevole all’empowerment del privato sociale e imprenditoriale nei Paesi beneficiari, capace di alleanze e cooperazioni triangolari con le Agenzie dello sviluppo dei nuovi donatori, oramai oltre 70 dalla Colombia alla Turchia, che potranno diventare opportunità per ampliare perfino la proiezione internazionale della cooperazione italiana oltre il raggio dei Paesi prioritari.

L’Agenzia italiana per la cooperazione sarà radicata sul terreno, coi suoi venti uffici nei paesi partner e per questo sarà capace di sviluppare una strategia “bottom-up”, partendo dal solido know-how dei nostri esperti, dalla tradizione delle nostre Ong, dalla natura “popolare” e diffusa della cultura italiana di solidarietà internazionale e da un nuovo ruolo della cooperazione territoriale e decentrata.

Tutto sarà possibile se riusciremo a imporre un modello di Agenzia moderna, radicalmente digitale, interattiva, responsabile verso i cittadini, all’avanguardia sia per trasparenza sia per la capacità di valutazione dei progetti e del loro impatto sociale e di sviluppo.

C’è da augurarsi che su tutti questi temi anche in Italia il dibattito maturi e che magari qualcuno dei nostri centri studi, sostenuto da risorse adeguate, possa colmare l’assenza di una riflessione a 360 gradi, seria e approfondita, dedicata all’intero spettro dei temi dello sviluppo che oggi sono i temi della nuova “global politics”.

.