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Gran Bretagna dopo il voto

Nebbia sulla Manica …

13 Mag 2015 - Riccardo Perissich - Riccardo Perissich

Come dice il gergo politico britannico, il paese ha parlato e David Cameron è di nuovo Primo Ministro: con una vittoria più ampia del previsto, ma con una maggioranza parlamentare risicata.

Le borse e molti europei, preoccupati che la complicata alchimia del sistema elettorale potesse portare al potere un partito laburista pericolosamente sbandato a sinistra, hanno tirato un sospiro di sollievo. Ripreso il fiato, sono però alle prese con un problema che li riguarda da vicino: l’impegno di Cameron di rinegoziare alcune condizioni dell’appartenenza del paese all’Unione europea e poi di sottoporre il risultato a un referendum.

Come tutte le questioni importanti, un’analisi per quanto possibile oggettiva deve tenere conto di elementi molteplici e non necessariamente convergenti. In primo luogo, il contesto interno britannico. L’economia va benino e Cameron può giustamente pensare di avere ricevuto un mandato per proseguire l’opera di risanamento già iniziata. Tuttavia le buone notizie finiscono qui.

La questione europea e la questione scozzese
Una maggioranza parlamentare molto ridotta aumenta in genere il potere di ricatto del premier rispetto alla minoranza del partito. Gli euroscettici nelle file degli eletti conservatori sono però ancora più numerosi che nel precedente Parlamento; e se l’Ukip ha subito una disfatta in termini di seggi, la sua affermazione elettorale è stata buona. Questi due fattori potrebbero ridurre di molto il margine negoziale di Cameron.

Inoltre, le elezioni hanno prodotto una novità che per il futuro del Paese potrebbe essere più importante anche della questione europea; il terremoto scozzese è stato di un’ampiezza tale che è impensabile credere che possa restare senza conseguenze anche sul piano costituzionale.

È impossibile oggi, e del resto non sarebbe qui la sede, per speculare su quanto radicale sarà la risposta e che tipo di Regno ‘Unito’ apparirà alla fine del processo. È tuttavia certo che la questione scozzese, destinata a trasformarsi nell’ancora più intrattabile questione inglese, avrà un notevole impatto sul negoziato europeo: molti osservatori pensano che se il processo dovesse concludersi con il Brexit (l’uscita dall’Ue), la Scozia chiederebbe un nuovo referendum che questa volta sancirebbe la scissione.

Richieste impossibili e richieste ‘potabili’
Cameron è stato finora volutamente ambiguo sulla piattaforma negoziale che vuole proporre all’Europa. C’è da un lato ciò che la Gran Bretagna chiederà, dall’altro ciò che gli altri sono ragionevolmente disposti a concedere. Se la distanza fra le due posizioni sarà troppo grande, la dinamica del dibattito interno britannico renderà il Brexit quasi inevitabile.

Quali sono le richieste che farebbero sicuramente fallire il negoziato? Certamente le più radicali, come un diritto di veto del Parlamento britannico sulle decisioni comuni, o la possibilità di sottrarsi alle decisioni della Corte di Giustizia. Al massimo potrà ottenere un rafforzamento delle disposizioni del trattato di Lisbona che già prevedono un ruolo maggiore per i Parlamenti nazionali.

Quando, più di un anno fa, Cameron annunciò di voler aprire il fronte europeo, i punti salienti erano due: la volontà di rimpatriare alcune competenze già trasferite all’Ue e la richiesta che il risultato del negoziato sia consacrato in un nuovo trattato.

Nel frattempo, con la consueta competenza, tutti i ministeri hanno proceduto a un’analisi accurata delle competenze già trasferite. La conclusione, consegnata in un rapporto ora reso pubblico, anche se il governo aveva tentato di sopprimerlo, è che nessuna delle competenze trasferite è in sé contraria agli interessi del Paese.

Il buon senso dovrebbe quindi spingere Cameron a concentrarsi su modifiche di politiche esistenti. In alcuni casi potrebbe raccogliere il consenso di molti altri Paesi: per esempio,su norme destinate a ridurre gli abusi del welfare da parte di cittadini dell’Unione. Il buon senso non è tuttavia la dote principale degli euroscettici britannici ed è possibile che una parte del suo partito lo costringa a richieste più radicali.

Premier in trappola cerca garanzie
Il problema di Cameron è che si trova in una trappola. Da un alto deve rispondere ai suoi euroscettici; dall’altro sa che deve essere favorevole al rafforzamento della governance dell’eurozona perché un crollo dell’euro sarebbe una catastrofe per tutti. La Gran Bretagna già gode di deroghe molto estese (l’euro, Schengen) e non è facile chiederne altre senza colpire anche interessi vitali degli altri Stati membri.

Potrebbe invece ottenere garanzie, come del resto è stato fatto finora, che le misure prese per rafforzare l’eurozona non ledano gli interessi britannici. Posto su queste basi, il negoziato non sarebbe molto diverso da quello sollecitato nel 1975 da Harold Wilson sotto la spinta dell’ala euroscettica del partito laburista e che gli permise di vincere il referendum sull’appartenenza all’allora Comunità.

I tempi e il contesto sono tuttavia molto diversi, i margini sono più stretti e Cameron non ha una frazione del talento politico del suo lontano predecessore. È quindi probabile che il negoziato includerà alcune questioni puramente simboliche, come l’odiato riferimento nel trattato a “un’Unione sempre più stretta”. I simboli sono tuttavia brutte bestie perché capaci di suscitare emozioni incontrollabili.

I tempi del negoziato e i protagonisti
Il secondo problema da affrontare è quello dei tempi. Cameron sembra orientato a un negoziato rapido, seguito da un referendum nel 2017 o addirittura prima. L’obiettivo è forse irrealistico, ma potrebbe essere condiviso dagli altri europei per ragioni che spiegherò in seguito. Il terzo problema è con chi negozierà. Dal lato britannico la risposta sembra semplice: sarà il tandem Cameron/Osborne, coadiuvato da una schiera di abili funzionari.

Più complessa è la risposta per quanto riguarda l’Ue. La logica vorrebbe che fosse Tusk, il presidente del Consiglio europeo, assistito dalla Commissione nella persona almeno di un vice-presidente. È anche evidente che i membri più importanti dell’Unione, in primo luogo la Germania, saranno attivamente coinvolti, anche se non in prima linea. Le modalità del negoziato saranno comunque cruciali, anche perché per insipienza o arroganza Cameron si è già alienato la simpatia di molti attori importanti.

C’è infine la questione di un nuovo Trattato. Tutti sanno che si tratta di una richiesta impossibile, soprattutto se si vuole procedere rapidamente. Nessuno dubita che se il processo di rafforzamento dell’eurozona dovesse proseguire e se l’Europa vorrà essere meglio preparata ad affrontare le sfide mondiali, un nuovo Trattato sarà necessario.

Tuttavia i tempi e i modi del processo saranno dettati dagli imperativi del continente e non da quelli della Gran Bretagna. Idee come unione fiscale e persino unione politica sono per il momento scatole vuote: è utile discuterne. Ma proposte concrete potranno emergere solo quando i principali paesi concorderanno almeno sulle grandi linee del progetto.

Pro – pochi – e contro – tanti – un nuovo Trattato
In tutti i casi, la saggezza incita ad attendere l’uscita definitiva dalla crisi e concreti cenni di declino dei partiti populisti. Ciò dovrebbe tra l’altro calmare gli ardori cartesiani di chi vorrebbe già oggi disegnare architetture destinate a gestire in maniera permanente un’Europa a più velocità.

È tuttavia difficile che Cameron possa abbandonare completamente la richiesta di consacrare in un Trattato le concessioni ottenute. Un’idea che circola è quella di usare la “formula danese”, a suo tempo utilizzata dopo il referendum che rigettò il Trattato di Maastricht: in sostanza si tratterebbe di una promessa “a babbo morto”, un protocollo con l’impegno di includerlo in un futuro Trattato. Può essere una via d’uscita, anche se l’Europa attuale è un bersaglio mobile e quanto negoziato oggi potrebbe non avere più senso nel momento in cui sarà scritto il nuovo Trattato.

Negli ultimi anni Cameron, per negligenza o insipienza, ha fortemente indebolito anche un’altra carta di cui la Gran Bretagna disponeva per ottenere la buona volontà degli europei (e anche degli Stati Uniti): quella di essere un Paese capace di pesare sullo scacchiere internazionale.

Molti europei, compresi i francesi normalmente poco propensi a simpatie verso in cugini d’oltre Manica, hanno sempre considerato indispensabile l’apporto di Londra per lo sviluppo di una politica estera e di difesa. L’attuale governo si è invece marginalizzato nella definizione di una politica europea sulla crisi ucraina e sta procedendo a tagli massicci nelle spese militari.

Nonostante i limiti che ho descritto in precedenza, Cameron potrà comunque contare su una notevole dose di buona volontà da parte dei suoi interlocutori. I veri nemici, gli avvoltoi che lo aspettano al varco, li troverà invece all’interno.

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