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Fmi, Bm e G20

La tela lisa della cooperazione internazionale

4 Mag 2015 - Fabrizio Saccomanni - Fabrizio Saccomanni

Un senso di insoddisfazione e di incertezza si percepiva diffusamente a Washington a metà aprile sia nelle riunioni ufficiali del Fondo monetario internazionale (Fmi), della Banca mondiale (Bm) e del Gruppo dei 20 (G20), sia nei numerosi eventi di contorno organizzati dai vari think tanks operanti nella capitale statunitense.

Insoddisfazione per gli andamenti non proprio brillanti dell’economia mondiale, ancora frenata dalla ‘eredità’ della crisi, da irrisolti squilibri interni ed esterni, da elevato indebitamento pubblico e privato, dal proliferare di conflitti geopolitici.

Incertezza per i dubbi crescenti sulla capacità delle politiche economiche finora perseguite di gestire i numerosi rischi che pesano sulle prospettive di crescita e di sviluppo sostenibile e sulla stabilità monetaria e finanziaria internazionale.

Disagio nei comunicati ufficiali
Questo disagio era percepibile anche tra le righe dei comunicati ufficiali, di solito improntati ad una certo ottimismo di maniera.

Nel comunicato dei ministri del Fmi si faceva esplicito riferimento alla insufficiente crescita del reddito potenziale nel medio temine, sia nei Paesi avanzati (compresi gli Sati Uniti) sia nelle economie emergenti (compresa la Cina), a causa di fattori come l’invecchiamento della popolazione, la bassa crescita della produttività totale e il basso volume di investimenti.

Da qui l’invito ad accompagnare le politiche macroeconomiche di sostegno alla crescita con riforme strutturali e con piani di investimenti pubblici per promuovere l’innovazione tecnologica e il rafforzamento del capitale umano.

Nel comunicato dei ministri e governatori del G20 si esprimeva forte preoccupazione per i rischi di instabilità finanziaria e dei tassi di cambio causati dalle politiche monetarie di “quantitative easing” adottate dai maggiori paesi senza tenere nel debito conto le ripercussioni sulle economie emergenti.

Per contro non si faceva quasi nessun riferimento agli ambiziosi obiettivi di crescita globale annunciati solo pochi mesi fa dalla presidenza australiana del G20 con il Piano d’Azione di Brisbane.

Incertezze sulle strategie da adottare
Ma è dai seminari informali in cui policy-makers ed economisti accademici hanno discusso le sfide dell’attuale congiuntura che sono emersi i maggiori segnali di incertezza sulle strategie da perseguire.

Un seminario pubblico organizzato dall’Fmi presso la George Washington University aveva per tema “Rethinking Macro Policies” e come sottotitolo “Progress or Confusion?”.

Nel concludere due giorni di dibattiti cui hanno partecipato i più eminenti economisti del momento (tra cui Summers, Rogoff, Feldstein, Caballero, Shin, De Long), il capo del Dipartimento di Ricerca dell’Fmi Olivier Blanchard ha dovuto ammettere che s’è fatto un gran lavoro di analisi di “nuove” politiche macroeconomiche, ma che non s’è ancora individuato quale possa essere il punto di arrivo finale.

Non vi sono, in altre parole, certezze sulle concrete regole operative da adottare e sull’efficacia di strumenti innovativi come le politiche macroprudenziali per gestire casi di instabilità finanziaria sistemica, le politiche monetarie di “quantitative easing” per combattere i rischi di stagnazione e di deflazione, le politiche fiscali “growth-friendly” per conciliare la riduzione dei debiti pubblici con il sostegno alla crescita e all’occupazione e infine le stesse politiche di riforme strutturali per accrescere il potenziale di crescita delle economie.

Il consiglio era quindi di procedere con cautela, valutando accuratamente le distorsioni e i rischi che possono derivare dalle nuove strategie anticrisi. Non proprio incoraggiante.

Una tela sotto tensione
In questo contesto, la tela della cooperazione internazionale è apparsa sotto forte tensione e a rischio di sfilacciamento. I ‘tessitori’ che operano nell’Fmi, nella Banca mondiale, nel G20, continuano instancabili nello sforzo di ricucire gli strappi, ma le divergenze geopolitiche stanno avendo un impatto potenzialmente dirompente.

Se n’è avuta conferma nei seminari del Peterson Institute for International Economics e nei dibattiti del Re-inventing Bretton Woods Committee.

S’è avvertita sempre di più una netta differenziazione tra le posizioni dei paesi avanzati e delle economie emergenti su molti temi cruciali per la stabilità monetaria e finanziaria internazionale.

Ultimo oggetto di contesa sono da qualche anno le politiche monetarie espansive adottate da Stati Uniti, Giappone e Eurolandia che hanno fatto apprezzare le monete dei paesi emergenti, costringendoli a introdurre controlli sugli afflussi di capitale e a intervenire massicciamente sui mercati dei cambi per limitare le implicazioni negative per le loro esportazioni e i loro sistemi bancari.

In sostanza, i paesi del G7 sono accusati di “allentamento monetario competitivo” dai paesi emergenti e questi a loro volta sono accusati di “manipolazione dei tassi di cambio”.

Due filosofie profondamente diverse
Sullo sfondo vi sono due filosofie profondamente diverse, con il G7 ancora favorevole ad un approccio per così dire “liberista”, in cui ciascun paese persegue obiettivi nazionali con politiche economiche di impostazione nazionale, lasciando alla flessibilità dei cambi e alla mobilità dei capitali il compito di gestirne le ripercussioni internazionali.

I paesi emergenti, per contro, sono molto più favorevoli ad un approccio “interventista” e chiedono ora a gran voce un coordinamento internazionale delle politiche macroeconomiche per gestire i flussi speculativi di capitale e la volatilità dei tassi di cambio, il che sembra comunque un passo avanti – da verificare, peraltro – rispetto a precedenti rifiuti a “ribilanciare” le loro politiche interne per ridurre gli squilibri globali delle bilance dei pagamenti.

Ha contribuito a creare questo clima di conflittualità anche il persistente rifiuto del Congresso americano di ratificare l’accordo sulla riforma della governante dell’Fmi raggiunto nel 2010 e che avrebbe accresciuto il peso politico e il contributo finanziario dei paesi emergenti e della Cina in particolare.

Al Congresso fioriscono, invece, numerose iniziative volte a introdurre misure di rappresaglia commerciale o valutaria contro i paesi “manipolatori dei cambi” e a ostacolare i negoziati in corso sugli importanti accordi commerciali sul fronte Trans-Pacifico e Trans-Atlantico.

Non deve sorprendere quindi che la Cina porti avanti iniziative concorrenti al di fuori delle sedi tradizionali della cooperazione internazionale, come la creazione della Banca dei Brics o della Asian Infrastructure Investment Bank.

È semmai sorprendente che su quest’ultima proposta vi sia stata una spaccatura all’interno del G7, con gli Stati Uniti contrari ad accettare l’invito cinese a partecipare, accolto invece da Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia.

È tuttavia prematuro concludere che questo episodio sia l’inizio di una nuova assertività europea a livello internazionale. In realtà, nelle riunioni di Washington, gli europei erano quasi esclusivamente esponenti dei governi e delle banche centrali, assai impegnati a spiegare gli ultimi sviluppi della nostra ennesima crisi interna e poco inclini a valorizzare il ruolo potenziale dell’Ue sulla scena globale.

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