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Balcani, Albania

Il sogno proibito di Tirana

20 Mag 2015 - Alessandro Ronga - Alessandro Ronga

L’escalation di tensioni a Kumanovo, cittadina macedone a maggioranza albanese che il 9 e il 10 maggio è stata teatro di violenti scontri tra forze di sicurezza locali e guerriglieri kosovaro-albanesi, riporta drammaticamente d’attualità l’ultima, irrisolta questione lasciata in eredità dalle guerre balcaniche degli Anni Novanta: la Grande Albania.

Tirana non sembra aver mai abbandonato l’idea di ridestare nei Balcani meridionali uno stato etnicamente omogeneo che nasca dall’annessione, oltre che del Kosovo, anche di territori di etnia albanese sparsi tra la Serbia, il Montenegro, la Grecia e appunto la Macedonia.

Polemiche nel triangolo con l’Ue
“L’unificazione degli albanesi di Albania e Kosovo è qualcosa che si realizzerà in modo inevitabile e indiscutibile. E avverrà nel contesto dell’Unione europea (Ue) come un processo naturale e accettato da tutti, o al di fuori, come reazione alla cecità e al lassismo dell’Europa”: queste affermazioni, che sembrano uscite da un comizio degli ultranazionalisti di Akz (la formazione che nel 2013 aveva proposto la creazione di una Federazione albanese-kosovara), appartengono invece al premier albanese, il socialista Edi Rama.

Intervistato ad inizio aprile dall’emittente kosovara Klan Kosova, Rama ha voluto ribadire come il suo Paese e l’ex provincia secessionista serba perseguano il medesimo obiettivo, ovvero quello di ricomporre la diaspora albanese sotto le bandiere dell’Ue. Nella quale l’Albania è candidata ad entrare e, nelle intenzioni di Rama, con il Kosovo come dote.

Ma tra Pristina e Bruxelles, dopo una fase di entusiasmo iniziale seguita al referendum secessionista kosovaro del 2008, i rapporti si sono fatti più tiepidi, tanto che l’Ue non ha concesso ai kosovari nemmeno il regime di abolizione dei visti d’ingresso, di cui dal 2010 beneficiano invece i cittadini della stessa Albania.

A questo si riferiva evidentemente Rama quando parlava di “cecità e lassismo” dell’Ue, accusando Bruxelles di non scorgere quel che è un dato di fatto: Albania e Kosovo sono un tutt’uno, e solo l’ingresso in toto dei territori albanesi all’interno dell’Ue eviterà che le etnie dei Balcani debbano scontrarsi in futuro per questioni di confini. Una sorta di aut aut, quasi a voler mettere l’Ue dinanzi al fatto compiuto.

Uno status da definire
L’idea dell’unificazione dell’Albania etnica non è più prerogativa dei soli gruppi ultranazionalisti, ma sembra ormai avallata dallo stesso governo albanese: con il suo concetto della “inevitabilità” dell’unificazione, Rama non fa altro che cavalcare un sentore diffuso nel suo Paese e nel Kosovo stesso.

È fin troppo chiaro che, con l’intervista alla tv kosovara, Edi Rama abbia voluto lanciare un messaggio chiaro, tanto ai kosovari che ai governanti europei.

L’Ue ha sostenuto fin da subito – forse in maniera troppo frettolosa – le istanze indipendentiste del Kosovo, riconoscendone il referendum secessionista del 2008 ma ritrovandosi al suo interno con delle prevedibili voci di dissenso, le più forti da Spagna e Grecia, che, diversamente dalle altre capitali comunitarie, ritengono non legittima la secessione di Pristina da Belgrado.

Una posizione, quest’ultima, che di fatto ha anticipato la sentenza emessa nel luglio 2010 dalla Corte internazionale di Giustizia, che, con toni tra il salomonico e il pilatesco, ha ritenuto l’indipendenza del Kosovo “non illegittima”: una sfumatura lessical-giuridica che non vuol dire che essa sia “legittima”.

I giudici della Cig, infatti, si sono solo espressi sulla secessione in senso tecnico, riconoscendo che il referendum del 2008 non ha violato il diritto internazionale solo perchè non esistono norme che vietano esplicitamente a un territorio di separarsi dalla Madre Patria. Se dunque non ci sono norme, non può esserci violazione del diritto. Ma se l’indipendenza del Kosovo sia legittima o meno, la Cig non ha potuto, o voluto stabilirlo.

Di fatto, a causa di questa situazione così ambigua, Pristina si trova oggi in una sorta di limbo: la sua indipendenza è riconosciuta da un numero di governi elevato, ma non sufficiente per permettere al Kosovo di fregiarsi della condizione di Stato generalmente riconosciuto e conseguentemente di candidarsi a un seggio alle Nazioni Unite, traguardo che a sette anni dalla proclamazione dell’indipendenza sembra ancora lontano.

Sotto un’unica bandiera
A Tirana regna un sano pragmatismo: Rama e i suoi i calcoli se li sanno fare bene. Sanno, per esempio, che il Kosovo dovrà attendere chissà quanto prima di veder la propria sovranità riconosciuta in sede Onu, e per questo sembrano non escludere l’ipotesi che i kosovari possano decidere di farsi inglobare dall’Albania prima di diventare cittadini di un loro Stato sovrano generalmente riconosciuto.

Tecnicamente, la cosa è fattibile, per giunta avvantaggiata dallo status internazionale non definito del Kosovo: basterebbe un referendum come quello indetto in Crimea lo scorso anno per votare l’annessione alla Russia, e l’esito sarebbe scontato.

Del resto, gli albanesi del Kosovo hanno sempre guardato all’Albania come la terra della loro cultura, della loro lingua e dei loro avi. Fin dai primi scontri con le forze jugoslave di fine Anni Ottanta è parso chiaro più un senso di appartenenza all’Albania che un vero sentimento nazionale kosovaro.

Ma questa ipotesi-unificazione perseguita rischierebbe di creare parecchi imbarazzi nella stessa Ue e nella Nato, di cui l’Albania è membro dal 2009. Se ciò dovesse avvenire, come si comporterebbero nei confronti di Tirana?

Se riconoscessero l’annessione del Kosovo per salvaguardare i propri rapporti politici e militari con l’Albania, andrebbero a contraddire un anno di ritorsioni economiche nei confronti della Russia, perchè a quel punto nulla più differirebbe tra il Kosovo e la Crimea: entrambi sarebbero due territori che si staccano da uno Stato per confluire in un altro.

Sinistri scricchiolii
In tutto questo contesto di instabilità va ora a incunearsi la crisi politica in Macedonia. Non è ancora chiaro se i fatti di Kumanovo della scorsa settimana rappresentano l’incipit di una svolta autoritaria del governo di Skopje, come denunciato dall’opposizione, oppure, come ribattono le forze di sicurezza, la risposta ad un tentativo di destabilizzazione messo in atto da miliziani di etnia albanese provenienti dal vicino Kosovo.

Tra di essi, secondo alcune fonti locali, ci sarebbero stati anche uomini del famigerato Uçk, l’ambigua organizzazione paramilitare protagonista della guerriglia indipendentista contro l’esercito di Milosevic, ma successivamente accusata di aver commesso crimini di guerra contro la popolazione civile di etnia serba e rom.

Quel che è certo, è che nei territori macedoni a maggioranza albanese si è attivato il timer di una bomba a orologeria, che la comunità internazionale e l’Unione europea in primis sono chiamate a disinnescare subito, se non vogliono che i Balcani meridionali siano travolti da un nuovo e devastante incendio. Perché ciò che accade in queste ore in Macedonia fa tanto deja-vu.

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