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Isis, Italia, Occidente

Dopo Palmira e Ramadi: solo la Libia?

30 Mag 2015 - Laura Mirachian - Laura Mirachian

A lungo si è detto che la Libia è il luogo ove concentrare con priorità assoluta l’impegno italiano ed europeo. Tutti concordi nell’addebitare al drammatico vuoto d’istituzioni consensuali in questo paese le cause e le responsabilità dell’ingente e crescente flusso di migranti verso le nostre coste.

Così, ci siamo avviati nell’impervia strada di una risoluzione dell’Onu che autorizzi operazioni di contrasto al traffico di esseri umani lungo le rotte mediterranee nei pressi delle coste libiche. Confidando in un avallo di Russia e Cina che, se verrà, determinerà la natura dell’operazione stessa, più simile al pattugliamento anti-pirateria in corso lungo il Corno d’Africa che all’azione di identificazione, cattura e distruzione delle imbarcazioni degli scafisti in acque territoriali libiche prospettata nell’ipotesi originaria.

Una politica, la nostra, focalizzata sul contrasto al ‘pericolo’ più ravvicinato, al contenimento delle masse in movimento dal mare, magari con una punta di nostalgia per i vecchi assetti libici che consentivano di bloccare i flussi nei deserti, non importa come. E confidando, per il resto, sull’Inviato dell’Onu Bernardino Leon.

Nel frattempo, stiamo assistendo alla rapida espansione dell’Isis nei territori iracheni e siriani, e alla altrettanto rapida proliferazione di gruppi jihadisti che ad esso si richiamano in terre ben più lontane dell’Africa e dell’Asia.

Una pressione apparentemente incontenibile, una violenza distruttiva, sorretta da indicibili manipolazioni del fattore religioso, che continua a capitalizzare su fame e paura, sulla debolezza delle leadership locali, e soprattutto sull’inerzia della comunità internazionale e l’ambiguità delle potenze regionali.

La risposta occidentale in termini di bombardamenti e droni, con il corredo di armamenti forniti a curdi e combattenti locali considerati moderati, si sta rivelando sostanzialmente inefficace, senza contare che finisce per colpire anche schiere di civili inclusi donne e bambini e relative dimore.

E chissà che non abbia l’effetto collaterale di alimentare odio e contrapposizione per chi quei bombardamenti li conduce. E di incoraggiare il flusso di foreing fighters, in nome di una perversa solidarietà alla causa. Che differenza c’è, per la popolazione civile dei villaggi e dei centri urbani, tra i bombardamenti della coalizione a guida americana e quelli di Assad o di Al-Abadi?

E per contro, si sa che l’Isis, una volta attestato in un territorio, applica abilmente una politica mista di violente intimidazioni e di recupero di un minimo di consenso tramite qualche elargizione per la sopravvivenza: chi sopravvive e si sottomette, troverà aperto il forno per il pane.

Non solo a valle
Affrontare il problema a valle, contrastando i traffici degli umani in mare, potrà, con i caveat del caso, essere utile, ma non ferma l’emorragia a monte. Quelle migliaia di persone che continuano ad affollarsi sulle coste della sponda sud del mare alla ricerca di un passaggio. E che finisce per alimentare il traffico clandestino e le finanze di scafisti e relativi sostenitori, con il rischio di ulteriore destabilizzazione dei paesi costieri.

Un approccio irrazionale, dettato dall’emergenza e inopinatamente alimentato da voci nei nostri Paesi. Logica vorrebbe che il problema venisse affrontato, con la stessa priorità e urgenza, anche a monte. Qual è la nostra strategia?

Sul terreno, registriamo in Iraq che l’esercito di Al-Abadi non combatte a sufficienza (dopo Mosul, Ramadi con l’esplicito richiamo del Pentagono), paventiamo le scorribande delle milizie sciite nei villaggi sunniti, e ci chiediamo per quanto tempo i peshmerga potranno resistere (l’accorato appello di Barzani alla vigilia della Conferenza di Parigi).

In Siria constatiamo che persino le forze armate di Assad, dopo anni di tenuta, stanno perdendo terreno, che il contrasto all’Isis è affidato a Hezbollah e ai padrini dell’Iran, e ci interroghiamo su quando i ‘ribelli moderati’ in via di selezione per l’addestramento militare in Turchia e Giordania saranno in grado di scendere in campo.

Nel frattempo, l’Isis avanza. Non è nemmeno escluso che pianifichi una testa di ponte jihadista nei nostri territori.

Iniziativa diplomatica per il Levante
Nello scacchiere del Levante manca una strategia politica coerente. E un’iniziativa diplomatica credibile.

Il tema Siria/Iraq è costantemente all’ordine del giorno di incontri bilaterali, da ultimo Kerry con Lavrov e Putin, dell’Unione europea, della stessa compagine arabo-islamica. Un lavorìo a compartimenti stagni, se non in vera e propria concorrenza quanto al disegno finale, che non sembra sortire risultati diversi da dichiarazioni più o meno incisive o nuove forniture di armamenti a destinatari locali o regionali di varia inclinazione.

È certo comprensibile che l’Occidente, con meditato giudizio e alla luce delle recenti infelici esperienze, escluda un coinvolgimento militare diretto nello scacchiere.

È meno comprensibile che non si faccia carico di un’iniziativa diplomatica solida e convincente, che raccordi, dopo quattro anni di travaglio, i protagonisti internazionali, regionali, e locali, intorno a pochi ma cruciali parametri: cessate il fuoco, fine delle forniture di armi agli estremisti, corridoi umanitari, sistemazione della causa sunnita in Iraq, nuovi assetti inclusivi e pluralistici in Siria, in larga sintesi rispetto delle differenze e dei diritti umani fondamentali, e poi assistenza alla ricostruzione.

Facendo maturare e sostenendo ciò che parrebbe emergere dagli stessi Stati arabi e islamici dell’area, da ultimo la ministeriale Organizzazione per la cooperazione islamica (Oci) in Kuwait, sempre più inquieti per i loro stessi destini. L’Isis bussa ormai alle loro porte.

Ma se non è l’Occidente a prendere l’iniziativa, è improbabile che la prendano i protagonisti della regione, ancora impegnati in una competizione accanita per il consolidamento di rispettive aree di influenza.

Cooperazionecon l’Africa
Ma occorre al contempo alzare lo sguardo più oltre. Larghissima parte dei clandestini che cercano salvezza e futuro attraversando il mare sono africani. Il bacino di utenza dell’emigrazione è l’Africa.

La chiave di volta di una ragionata politica di contenimento dei flussi non può che essere in Africa. Meritoria dunque la strategia di cooperazione a largo raggio con questo Continente che l’Italia sta rilanciando, nei contatti bilaterali e multilaterali, e anche mediante specifiche iniziative nel contesto dell’Expo e delle Nazioni Unite.

Cooperazione che dovrebbe esprimersi non solo in relazione alla co-gestione dei flussi migratori con i paesi di origine e di transito, ma riguardare un loro sviluppo equilibrato, che sgombri il campo da malgoverno, corruzione, mire predatorie delle élite, sopraffazioni, e punti alla convivenza civile, ad assetti istituzionali sostenibili, ad un’equa distribuzione della ricchezza e alla riduzione delle scandalose diseguaglianze sociali (come anche l’Fmi non cessa di sottolineare).

Un impegno di largo respiro, convergente se non congiunto con i partner europei e internazionali, il solo davvero in grado di alleggerire e disciplinare i flussi di disperati verso le nostre coste.

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