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Gran Bretagna dopo il voto

Dio salvi la Regina, e i Tories l’economia

11 Mag 2015 - Eleonora Poli - Eleonora Poli

I 48 milioni di cittadini che hanno partecipato alle ultime elezioni politiche in Gran Bretagna hanno decretato la vittoria del partito di David Cameron. Con 331 parlamentari eletti e la ‘benedizione’ della regina, i conservatori, i Tories, hanno infatti ottenuto più dei 326 seggi elettorali necessari per salire al governo senza bisogno di coalizioni.

Ci sono varie ragioni politiche che spiegano questa vittoria. I laburisti hanno senza dubbio risentito del maggior consenso elettorale ottenuto dall’Snp, il partito nazionalista ed indipendentista scozzese che già l’anno scorso aveva minacciato l’unità britannica con un referendum sull’indipendenza.

L’Snp ha infatti ottenuto 56 seggi, 50 in più rispetto alle precedenti elezioni, mentre i laburisti ne hanno totalizzato 232.

I fattori Scozia ed Europa
A facilitare la vittoria dei conservatori è stata anche la campagna per il referendum sull’uscita dall’Unione europea sostenuta da Cameron, che ha raccolto un forte consenso da parte dei cittadini. Tuttavia, la ragione che giustifica la perdita dei laburisti va probabilmente ricercata nella svolta economica che la comunicazione elettorale ha preso negli ultimi mesi.

Tale svolta è stata determinata dai dati pubblicati dall’Office for National Statistics (Ons), l’equivalente britannico all’italiano Istat, relativi al primo trimestre 2015, da cui si evinceva che la ripresa economica della Gran Bretagna aveva registrato forti rallentamenti.

Contrariamente alle aspettative di crescita dello 0,5 %, condivise da numerosi economisti, il tasso di crescita è stato solo del 0,3% tra gennaio e marzo 2015, la metà rispetto ai livelli registrati nel trimestre precedente.

Poche settimane prima delle elezioni, l’economia britannica è stata quindi scossa da uno dei tassi di crescita più bassi dal 2012, anno in cui si temeva che il Paese sarebbe potuto entrare in recessione.

A parte le questioni legate alla mancata crescita, i dati dell’Ons segnalano che il settore dei servizi è stato l’unico a essere cresciuto nel primo trimestre 2015 (0,5%), mentre le attività di costruzione e di produzione industriale ed agricola sono scese rispettivamente del 1,6%, dello 0,1%, e dello 0,2%.

… e il fattore economia
L’apparente fallimento delle politiche neoliberali conservatrici avrebbe dovuto giovare al partito laburista, che ha da sempre criticato le scelte di politica economica del governo Cameron, disapprovando la mancanza di riforme sociali effettive e denunciando l’impoverimento delle classi medie britanniche.

Eppure, è stata proprio la piega economica che la campagna elettorale ha preso a dare una spinta al partito conservatore, che dai tempi della Thatcher è sempre stato considerato forte sui temi economici.

In questo frangente, il fatto che l’ormai dimesso Ed Miliband, leader del partito laburista, fosse figlio del noto accademico marxista Ralph Miliband non ha probabilmente giovato ai Labour.

Inoltre, nonostante i risultati poco incoraggianti del primo trimestre, le politiche economiche di stampo neoliberale messe in atto da Cameron, anche attraverso manovre dolorose come il taglio dei finanziamenti alle università, avevano giovato alle casse pubbliche e nel corso del 2014 avevano contribuito ad una crescita del 2,6% del Pil britannico, due volte quella tedesca (1,5%) e tre volte quella dell’ Eurozona (0,8 %). A questo si deve affiancare una crescita occupazionale che è ormai a livelli record (73%).

Il crinale tra crescita e Brexit
Ora che i conservatori sono di nuovo insediati al governo e visti gli scoraggianti primi risultati economici, sarà necessario implementare strategie orientate verso la crescita.

Se ulteriori tagli dei benefit sociali, già ridotti consistentemente, permettessero di risparmiare circa 5 miliardi di sterline, tali scelte avrebbero un impatto diretto sulla diminuzione dei consumi. Inoltre, l’occupazione non basterà a fare aumentare la crescita se i livelli di produttività non miglioreranno.

La produttività, che nell’ultimo trimestre del 2014 è scesa dello 0,2% ed è in costante diminuzione dal periodo pre-crisi, può essere migliorata attraverso investimenti diretti sulle infrastrutture e sulla formazione dei lavoratori. Strategie, queste ultime, che mal si conciliano con le direttive liberiste del governo, che vuole ridurre il debito inglese entro il 2018.

Una mancata crescita economica, potrebbe d’altro canto spingere il governo verso posizioni più moderate nei confronti della Brexit. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea è già contrastata da molti rappresentanti del mondo economico e finanziario britannico che temono perdite sugli investimenti nel Regno Unito, con una riduzione del Pil del 14% e la fine di Londra come centro globale dell’alta finanza.

In questo frangente, la sconfitta elettorale dell’ euroscettico Ukip con un solo seggio, la vittoria relativa del partito pro-europeo Snp e la necessità di rilanciare l’economia britannica sembrano portare verso un approccio meno radicale nei confronti dell’Ue, qualora la partecipazione potesse garantire vantaggi economici.

Bisognerà però vedere il risultato del referendum sull’uscita dall’Unione europea, previsto per il 2017. Dopo anni di campagna mediatica anti-europea, e un’opinione pubblica fortemente euroscettica, la Gran Bretagna rischia di dire addio al vecchio continente.

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